Travelin’ man, love when I can
Turn loose my hand ’cause I’m goin’
Travelin’ man, catch if you can
But sooner than later I’m goin’
La notte e’ densa come melassa, qui alle porte dell’ovest. La luna piena fa splendere i binari, ricoperti di una patina di umidita’, lance luccicanti buttate verso l’altrove. Jack si muove anche nel semibuio, in mezzo ai vecchi carri merci, ne conosce a memoria la disposizione, in questo vecchio deposito di St. Louis sotto il cavalcavia dell’autostrada. Cerca un posto per passare la notte. La vecchia giacca stazzonata e sporca, i pantaloni mille volte rattoppati, il cappellaccio calcato in testa non lo difenderanno a lungo dall’umidita’. La bisaccia che porta a tracolla e’ quasi vuota, non bastera’ neanche a fare da cuscino, ma pesa sulla spalla curva.
Jack e’ vecchio, ormai. Una volta il treno da cercare sarebbe stato in movimento, saltare su al momento giusto, quando i lunghissimi interminabili treni merci carichi di carbone e legname rallentavano ai semafori o ai rari passaggi a livello. Farsi scorrere il treno davanti e cercare il vagone adatto, quello vuoto col portellone aperto, correre e saltare e aggrapparsi al maniglione o alle mani di altri hobos come lui. Scuotersi la polvere dai vestiti, riprendere fiato, sdraiarsi in un angolo, andare.
Andare.
Dove?
Non aveva importanza. Verso ovest, attratti dalla ricchezza tanto decantata dei campi di frutta della California, come il suo vecchio amico Tom Joad. O tornare indietro, verso est, perche’ spaccarsi la schiena a raccogliere pesche per quattro centesimi non faceva per lui. Lui voleva andare, viaggiare, vedere altri posti, sentire sotto il culo la vibrazione del carro merci che corre, il rumore monotono e cadenzato delle ruote, lo sbuffare del vapore. E di notte voleva sentire la sirena.
La sirena dei treni merci che fanno su e giu’ nella Bible Belt. Un suono cupo e profondo, una tromba divina, una nota lunga che spaccava la notte e si sentiva a miglia di distanza. Gli avevano detto che cosi’ suonano anche le sirene delle navi, ma lui il mare non l’aveva mai visto, perche’ in California non ci era mai arrivato. Poi aveva confuso la sirena delle navi con le sirene del mare, di cui aveva letto tanti e tanti anni prima, e si era convinto che quel suono lungo e pieno che sentiva piu’ volte nel corso della notte erano donne con la coda di pesce, che dall’Oceano infinito lo chiamavano a nuove avventure.
Jack ci pensa, a quelle sirene. E’ tanto tempo che non le sente piu’. Forse perche’ bisogna essere su un treno in movimento, per sentirle. Jack si ferma a guardare i binari. Non si sa dove vadano, ma vanno. Verso posti migliori, sicuramente, migliori di qua, migliori di queste ossa doloranti e di questa quiete noiosa che sembra gia’ morte. Quando e’ che ha smesso di saltare sui treni? si chiede, sorpreso. Non se lo ricorda piu’. Resta li’ a guardare quei binari a lungo, mentre l’umidita’ della notte gli penetra nelle ossa. Si siede, la testa fra le mani. Non vorrai mica metterti a piangere, ora, vecchio testone di un Jack? si rimprovera ad alta voce, scuotendo la testa, mentre la luna fa brillare le guance inumidite.
Sta per salire su un carro per passare la notte.
E ad un tratto, nella melassa calda della notte, eccola.
La sirena.
Un suono inconfondibile, la sirena di un treno.
Deve essere il merci per il Kansas, e’ l’unico che passi cosi’ vicino alla citta’, anzi proprio vicino a quel deposito.
Jack sta correndo, adesso. Le vecchie ossa ballonzolano negli abiti larghi e sformati, la bisaccia segue il ritmo della corsa, morbida, non pesa piu’. Eccolo, l’interminabile successione di vagoni, scuri, chiusi, l’odore di legno e carbone, la polvere, lo stridio delle ruote sui binari. Non sono tutti chiusi, i vagoni. Uno e’ aperto, solo quello. Jack corre e salta, senza fiato. Le ginocchia cedono, per un attimo si ritrova appeso al treno in movimento, ma non molla la presa. Si arrampica, a forza di gomiti, gli occhi lucidi per lo sforzo, le gambe pericolosamente penzolanti vicino alle ruote. Due, quattro mani pietose lo agguantano, dai calzoni, che si strappano, dalla bisaccia, che quasi lo strangola. Ma e’ su. Mezzo morto, sudato, senza fiato, ma e’ sul vagone.
Il treno corre, ora, nella notte afosa del Missouri.
La sirena e’ vicinissima, calda, potente, sembra gli stia dando il bentornato.
Acchiappatemi, se potete.
Ma prima o poi andro’ via di nuovo.