Ti prepari a tornare a casa, dal Nord dove lavori e dove hai messo su famiglia, al Sud dove c’è ancora qualcuno dei tuoi. Sei uno dei tanti. Uno dei molti lucani trapiantati lontano, in terre d’altri, terre e genti ospitali a fasi alterne. Sono, questi, giorni pre-natalizi, portatori di gioie, di malinconie purtroppo segnati anche da drammatiche vicende lavorative. Le une e le altre ti prendono in pieno e con il supporto delle notti fanno sì che tu avverta il tuo tempo farsi sempre più corto, privo di sussulti, addirittura colorarsi di un grigio anonimo. Hai la sensazione che la vita stia passando a una velocità pazzesca. Vorresti dare meno importanza al passato, vivere di più il presente e fidarti di Faulkner che ha scritto: non esiste nessun ieri. C’è solo oggi. Ma non ci riesci. E allora cerchi altro, scavi dentro di te sperando di cavarne qualcosa e poter dire: “Va bene così!”. Ed è qui che alcune letture ti vengono in soccorso, ti aiutano in questa personale e faticosa ricerca. È Dostoevskij a rasserenarti quando scrive che non c’è nulla di più utile nella vita di un bel ricordo, e soprattutto di un ricordo d’infanzia e della casa dove siete nati…
La tua casa. La casa di famiglia, soprattutto in questi giorni vicini al Natale, la tieni nel cuore. Niente di eccezionale ma era accogliente, calda, la tua casa di famiglia. È stata sicura compagna nelle stagioni più limpide della tua vita. Mai una prigione. Ci sei nato in questa casa; qui hai mosso i primi passi dopo esserti allattato per un anno altrove al seno gonfio della balia; qui hai ascoltato le cantilene della nonna da tuo padre amabilmente chiamate – li runzëlë – mentre sferruzzava lana grossa per i tuoi calzettoni invernali. Qui, da bambino, ti sei ritagliato uno spazio per giocare in solitudine, durante i freddi giorni di gennaio, quelli compresi tra ‘la corsa dei muli a Sant’Antonio e la Candelora’, con la scuola chiusa e la neve alta a zittire i passi della gente e impedire ai traìni dei Malacapa di arrivare puntuali il mercoledì a mezzogiorno a scaricare nel tabacchino del nonno le sacchette del sale e gli scatoloni ricolmi di tabacco impacchettato e stecche di sigarette. In questa casa hai festeggiato le promozioni scolastiche gustando le sfogliatelle calde di Ferdinando il pasticciere, sfornate a Potenza e che la mamma si faceva consegnare in paese, e in questa casa hai organizzato una serata da ballo con gli amici e le amiche del paese quando hai compiuto diciotto anni. Qui, tra queste pareti e queste penombre i tuoi genitori se ne sono andati. Non ricordi se ti hanno parlato prima di morire. Ancora te ne crucci. Non ricordi le loro ultime parole ma ti autoassolvi dicendo che magari un giorno o l’altro ti ritorneranno in mente. È passato tanto tempo. Il fabbricato, poco meno di cento metri quadri distribuiti su due piani, si erge nel centro storico del paese, a un passo da uno slargo per il quale nel vicinato si fa a gara per parcheggiare l’auto nell’unico rettangolo con le strisce bianche. Il tutto è sovrastato da due campanili: quello dell’orologio municipale e quello della chiesa di Sant’Antonio Abate. Uno a pochi metri dall’altro. Stessa struttura, stessa silhouette. Suono delle campane ovviamente diverso: la prima a centellinare quasi sordidamente l’inesorabile maestosità del Tempo che passa; la seconda, più armoniosa, a ricordare anche a te le preghiere da recitare prima della notte terrena e prima dell’alba celeste. Entrambe comunque buone compagne di strada. La casa con il civico numero 3 colorato di bianco, impresso sulla piastrella di ceramica color rosso-bruno, a sua volta incastonata poco sotto la curva del portale. La casa dove puntigliosamente nel corso degli anni hai annotato la primavera attraversare il tempo fugacemente per farsi di nuovo inverno senza darla a vedere; dove hai sentito il vento soffiare, fischiare, giocare tra gli archi bassi delle cundane prima di risalire sui monti a lucidare i prati e a scovare la luna impigliata nei faggi. E inseguendo il vento hai immaginato, da qui, da questa tua casa, i mille colori del bosco, il fischio del merlo, lo stridìo della civetta, il canto dell’usignolo; hai continuato, d’inverno, a godere del tepore del vetro che ti separava e ti proteggeva dal gelo sfarinato sui tetti e sui balconi. E tutto, da qui, ti sembrava così bello. Buone feste e buona fortuna, gente di Basilicata.
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