Brescia, agosto 2006. Nella chiesa di Via Ambaraga Elena accende una candela dentro la quale ci sono delle speranze sotto forma di preghiere. Quel fuoco flebile che sta accendendo rappresenta una specie di preghiera a qualcuno lassù di esaudire il suo sogno di diventare assistente sociale. Ma Elena da quella chiesa non uscirà più. Dopo qualche giorno viene ritrovata strangolata, lì, nel campanile di quella chiesa. Forse la sua preghiera non era stata così forte, oppure qualcuno che in quel momento si trovava in quel luogo sacro, decise di far diventare quel luogo lo scenario di una tragedia. Contrariamente ad una storia che ci è familiare, viene individuato con rapidità. In casi drammatici come questi ogni minuto che passa è un tempo infinito che rischia di allontanare ciò che è successo dalla verità. In quel caso, per fortuna, gli inquirenti individuarono nel custode di quella chiesa, il senegalese Wimal, l’autore di quel delitto.
Le campane di quella chiesa, da quel giorno hanno un suono diverso, e capita ancora oggi che, quando suonano, provocano negli abitanti vicini dei giramenti di testa.
Il parroco, interrogato sulla vicenda, affermò di non conoscere bene Elena, poiché era di una parrocchia vicina. In casi come questi ci sono sempre mille interrogativi, mille domande a cui chi può dare le risposte non è più di questo mondo. No, non è un film, purtroppo.
Nella domenica successiva il Parroco affisse sul portone principale della Chiesa un cartello: “Cari fedeli, per oggi sono sospese le funzioni”. Fine della vicenda. Triste, dolorosa, drammatica, per tutti. Per la famiglia di Elena, una ferita che non si rimarginerà mai.
Elena, Elisa. Un sacerdote che non sa. Cose che, da queste parti abbiamo vissuto. Cose che conosciamo bene.
Nel 2010 quando venne ritrovata Elisa la comunità potentina subì lo stesso choc. Personalmente rimasi talmente colpito dalla vicenda, non solo dalla drammaticità dell’episodio, ma da tutto il comportamento della comunità locale, istituzioni incluse, che scrissi, di getto, con tutta la rabbia e tutto il pathos che avvertivo, il mio primo libro, che intitolai, non a caso, Senza Occhi. Come senza occhi mi parvero tutti quelli che potevano aver visto qualcosa e non parlarono quando poterono.
Oggi, dopo molti anni e molti interrogativi, mille processi e un milione di preghiere, quella triste vicenda ha quantomeno assicurato alla giustizia un colpevole. Forse, se fosse stato per la giustizia italiana, quel colpevole sarebbe ancora libero di tagliare ciocche di capelli, brandelli di pelle e vite a chissà quante altre Elena, Elisa, Heather. Con una forte spinta da parte della giustizia anglosassone il colpevole materiale di quella vicenda è stato individuato e condannato. Ma quella vicenda non ha ancora emesso tutti i verdetti di colpevolezza, tutte le omissioni, non ha ancora dato la spiegazione a tutte le coperture che in quel tempo furono adottate per evitare che si arrivasse alla verità.
Ecco perché ancora oggi mi sembrano senza occhi coloro che in questi giorni si arrovellano su una questione a mio avviso del tutto marginale: cosa farne della chiesa della S.S. Trinità. Se esiste un diritto canonico è quello l’unico strumento per deciderne del suo utilizzo. Quello che deve interessare ai più non è se la Chiesa possa o meno riaprire al culto dei fedeli. Quello che dovrebbe interessare alla comunità è che lì fuori ci sono ancora persone che sanno dietro quella vicenda cosa c’è davvero e non sono ancora usciti allo scoperto.
“Senza occhi non si vede. Pure la luce si respira. Senza occhi lo sguardo è inanimato. Pure racconta di sé. Senza occhi è averli chiusi, e messi in tasca. Ma, se chiudi occhi non vedrai. Se chiudi occhi è perché hai visto. Se chiudi occhi, il buio duella col giorno anche quando è notte, e perde” (dalla prefazione a “Senza Occhi” di Angelica Iacovino.
La messa è finita, anche se, per certi aspetti, non è mai iniziata. Per cui nessuno di noi può andarsene in pace finche su questa vicenda non calerà il sipario. Quello vero.
