di LEONARDO PISANI
Un abbraccio infinito, un abbraccio d’arte, un abbraccio che iniziò dopo la disfatta delle armate italiane nei Balcani, quando un giovane aviglianese, con un passato da colono in Abissinia, fu preso prigioniero dei Britannici e portato in un caso di prigionia in Inghilterra. Lì imparò l’inglese e a creare anelli, lavorando monete e pezzi di metallo. Anche il legno poi, con quei tratti naif, arcaici da Crocco al pastore, ai ricordi dell’arte africana che aveva ammirato. Quel giovane era nato nel 1908 e si chiamava Leonardo Pisani, è stato il capostipite di una famiglia d’arte, che si protrae per tre generazioni, dal legno al digitale. Destinato a umili mestieri, cresciuto tra due guerre, nel peregrinare tra i Balcani, fu preso prigioniero dagli inglesi e mandato in un campo in Gran Bretagna, allora sotto il regno di Giorgio VII il re balbuziente. Trattato bene, mi raccontava : “Ho studiato inglese, uscivo anche fuori per lavorare, tanto mica potevamo scappare”. E impara a creare anelli dalle monete, dai penny, dalle rupie, dalle sterline e cent e dal ferro e scopre quella vena artistica, che forse c’era nel suo dna ma non avrebbe mai potuto esercitare in una normale vita di Avigliano, lu uagliò r Pierr (questo il soprannome dei Pisani) era destinato a fare il pastore, neanche l’artigiano forse.
Carmine Pisani (1963-2015)
Gli olii su tela, di Domenico, Carmine e Lina degli anni ’90, raffiguranti volti e suggestivi scorci di paese si sono trasformati in opere d’arte per l’abbellimento di molte abitazioni. I nuovi materiali: catrame, stucco, bitume, cartoncini, cartoni, giornali, juta, hanno dato forme a particolari opere d’arte e di arredo del XX secolo e i giovani Vito e Claudio le sperimentano in modo continuo. L’evoluzione delle tecniche e la globalizzazione dell’arte, ha dato ai giovanissimi artisti di famiglia, la possibilità di sviluppare opere innovative, e di fatto, fa il suo ingresso il digitale nella famiglia e nell’artigianato artistico, e Vito propone opere uniche, fresche, con riflessi in oro-argento, creando effetti che incantano, utilizzando la tavoletta grafica. Unica ed originale l’idea di proiettare i suoi 100 disegni dal titolo “Sun” realizzati nei 100 giorni di lockdown trascorsi al chiuso nella casa dove studia a Torino».
Leonardo e Mimì Pisani
E il critico d’arte Pio Lucio Samela: ” La presente esposizione copre un arco temporale molto esteso, muove, cioè, da manufatti di autori nati nei primi decenni del Novecento per giungere alle esperienze creative della più recente contemporaneità. Concepita come una raccolta antologico- riassuntiva di espressività differenti, si nota subito come, in questa ponderata selezione di lavori, i media tradizionali del mondo dell’arte e dell’artigianato artistico trovano quasi una loro naturale prosecuzione nelle nuove frontiere offerte dai linguaggi digitali. Questo perché il protagonista indiscusso del collettivo, se si compie lo sforzo di rivolgere l’attenzione oltre le interessanti individualità dei singoli esponenti che lo compongono e dei loro diversi linguaggi, è la dinamica di uno stringersi attorno ad una tradizione familiare che affonda le radici nel passato e che sicuramente costituisce un unicum nel nostro paese. Nel vasto panorama espressivo locale, la famiglia Pisani detiene un primato per quel che concerne il dato numerico di esponenti attivi sul fronte creativo. Un patrimonio espressivo che sembrerebbe, pertanto, tradire il sentore di una qualche trasmissibilità di carattere ereditario. La magia offerta da questo attraversamento transgenerazionale, questo urgente bisogno di ricerca e di espressione creativa che interessa ogni generazione con la puntualità di una dominanza genetica che si manifesta in modo inevitabile, determina nello spettatore la fascinazione che tutto ciò avvenga per mano di una regia misteriosa, qualcosa che non ci è dato afferrare, ma solo percepire: ed è forse proprio questo rapporto che intercorre tra il fantasma della certezza oggettiva e la pura intuizione, intesa come scaturigine di suggestioni, che ci permetterebbe di percepire quanto la misura di questo iato ci aiuti a compiere un passo ulteriore nella valutazione di un’esperienza artistica che si tramanda di generazione in generazione. Tutto passa attraverso lo sguardo, l’attento scrutare il territorio. Se diamo credito alla tesi di Proust secondo la quale l’autentico viaggio di scoperta non consiste nella spasmodica ricerca di nuove terre ma nel procurarsi “nuovi occhi” con cui guardare, in questo caso notiamo come il luogo, pur restando lo stesso, cambia col mutare degli occhi che lo indagano. Sono gli occhi di diversi individui stretti nell’abbraccio infinito della consaguineità, generosi nella loro volontà di restituire ciò che hanno attinto con l’accordo dei sensi e nell’esperire le differenti contingenze storiche».
