FEDERICO VALICENTI

Il mese di Maggio e Giugno in Basilicata è un susseguirsi di feste dedicate alla Madonna e a qualche santo. Addirittura il professor Larotonda nel suo volume “Feste lucane Genealogia di una identità (Edigrafema editore) riporta stimate ben 1308 feste religiose in tutto l’anno, quasi tre feste al giorno. Allora bisogna incamminarsi e andare paese per paese chiedendo… “ è qui la festa? “

Basilicata, Lucania, regione antica, arcaica, oltre a sfoggiare maghi e preparare magarìe, oltre a leggere la fàscina o raccontare di monachicchi e gravudìe, oltre che terra di briganti e di lupi è anche terra di sacramenti e antichi percorsi della fede. La Madonna da noi è di una sacralità enorme! Sarà perché l’abbiamo eletta come protettrice della Regione, la Madonna Nera di Viggiano, sarà perché la identifichiamo come una di famiglia, come una cosa che talmente ci appartiene che è come se fosse la nostra dirimpettaia, a cui ci si rivolge come se fosse la “comare” di vicinato. Ci rivolgiamo a Lei per una grazia come se chiedessimo lo zucchero alla vicina di casa, con semplicità senza sudditanza o vergogna di pretendere qualcosa che in quel momento ci manca. La sentiamo talmente vicina alla nostra vita quotidiana che ci siamo permessi anche di legarla al cibo preparato e somministrato durante le feste religiose a lei dedicate.   Ubicata tra Tursi e Rotondella, la Madonna di Anglona è amorevolmente definita la Madonna “pastizzara” perché veniva preparato in occasione del giorno dedicato alla sua venerazione, o meglio alla fiera degli animali che si svolgeva prima della festa della Madonna. Il “pastizze” , un calzone ripieno di carne era, ed è , il pasto tradizionale da portarsi dietro racchiuso nei lembi del tovagliolo o in sporte di vimini. Prodotto tradizionale preparato con maestria con cui non solo ci si sfamava ma si rendeva omaggio all’appartenenza  territoriale. Mentre a Satriano di Lucania il giorno della Madonna delle Grazie si preparava il coniglio ripieno ed era il pranzo che veniva consumato nei pressi della sua cappella dopo la funzione religiosa, da questo chiamata la Madonna dei Conigli. L’Immacolata Concezione celebrata l’otto di dicembre a Terranova di Pollino e nei paesi limitrofi, va per cantine a spillare le botti, ad assaggiare se il vino nuovo è pronto per essere bevuto oppure deve stare ancora a decantare nei contenitori. Si gira casa per casa per vedere, e bere, se è avvenuto il miracolo della trasformazione del mosto in vino, cosi come pretese sua madre Maria da Gesù nel miracolo delle nozze di Cana. In questa occasione, l’otto dicembre di ogni anno, il popolo dà il compito all’Immacolata Concezione di bucare le lignee botti piene di vino, trasformandola in Madonna di Pirtusavutta. Mentre trova le sue radici nella transumanza la Madonna del Latte, icona presente a Ginestra, dove il giorno della sua festa si preparano trecce di pasta filata a forma di corona che vengono indossate a tracolla o a collare dai partecipanti, da cui chiamata anche Madonna dell’Incoronata. Il formaggio a forma di treccia viene distribuito in pezzi e consumato sul posto dai fedeli, in una condivisione collettiva. Mentre nella vicina Pagani le celebrazioni della Madonna del Carmelo si susseguono con le galline appollaiate su un carro processionale che attraversa vicoli e strade fino a raggiungere delle edicole votive addobbate a festa. L’origine della festa si fa risalire al miracoloso ritrovamento di una tavola lignea raffigurante la Madonna del Carmelo da parte di uno stuolo di galline. Da questo la Madonna del Carmelo è chiamata anche la Madonna delle Galline.

Perché il lucano, cosi come dice il professor Larotonda, vive “dentro il calendario” delle feste ed attraverso di esse scandisce il tempo della sua vita.

Federico Valicenti cibosofo