di  GERARDO  ACIERNO

 

Era un pallido albeggiare del’65. Una lattina vuota, scalciata da un giovane uomo, cominciò a rotolare rumorosa sui gradoni di pietra scalpellata. Erano “le scale della chiesa” come si diceva nel borgo. L’oggetto suscitò rancorosi segnali di risveglio del vicolo. Una donna spalancò la porta di casa e battendo nervosamente un tappeto contro il muro fissò con occhi di sfida lo stranito nottambulo. Passò lo stradino con la carretta e gli attrezzi ma stranamente non raccolse nulla. Un gatto bianco balzò da una finestra senza vasi fin sulle scale prima di riparare dietro una grata oscura. Dalla cima della collina dove sorgeva la chiesa rintoccò la campana della prima messa di giornata: era qui, in questa cappella e per antico diritto canonico che si celebrava la funzione religiosa a quell’ora antelucana.

Il giovane uomo accese una sigaretta e prima di appoggiarsi al piedritto del palazzotto signorile, tirò un altro calcio al barattolo che s’inabissò nella cunetta in fondo alla scalinata. Dall’interno del palazzo si diedero a girare chiavi nelle serrature e a smanettare sui catenacci. Si aprì un buco nel massiccio portone: ciò che il giovane intravide gli sembrò il ritaglio di un arazzo. Apparve un signore, curvo, capelli lunghi e bianchi, una pipa spenta tra i denti. I due fecero finta di ignorarsi a vicenda. Poi iniziò a piovere dolcemente. Sui gradoni una sottile striscia di ombrelli e di cappottini dai colori tenui si trascinò verso la chiesa anche il giovane uomo. Con loro anche il parroco. In cima, il sacerdote sostò per un attimo, tirò il fiato e infine entrò in chiesa ispezionando con lo sguardo tutto il resto della scena: le candele, tremule, sull’altare; il sagrestano strimpellante all’organo; i cappottini ancora fumanti umidità a colloquiare con il Signore. Preghiere non più in latino ma recitate in italiano per volontà del Papa e del Concilio. E il giovane in ginocchio nel banco del battistero.

Nel primo pomeriggio il cielo si caricò di nuvole e quel vicolo, quella chiesa, quella scalinata si ritrovarono nell’ombra. Anche il resto del borgo si predispose al buio della sera. L’uomo della lattina che aveva trascorso il resto della giornata tra i banchi della cappella, si rifece vivo sulle scale. Prese coraggio e questa volta bussò al portone patrizio. Gli aprì il vecchio dai capelli bianchi. Per un attimo gli sguardi s’incrociarono, un solo attimo prima di abbracciarsi forte e a lungo. Il giovane dopo anni tornava a casa, dal vecchio padre. Nelle ore trascorse in chiesa aveva ritrovato la speranza, la fiducia. Aveva finalmente capito che soltanto qui, su queste scale, su questa collina, in questo portone c’era la possibilità per lui di continuare a vivere. Da troppo tempo l’aveva dimenticato. Ma l’abbraccio paterno glielo ricordò. E fece la sua bella figura anche una incredibile voluta di fumo che dolcissima si levò dalla pipa del vecchio e ingabbiò felicemente il giovane figliolo.

 (brano tratto dal racconto “Quella casa del Tempo”)

disegno di FIORENTINO TRAPANESE

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