di Severino Lapolla
Da qualche giorno, a più di 100 anni dal naufragio più tristemente famoso, quello del “Titanic” (il 14 04 1912), persiste sempre quell’ondata mediatica che, già nel 1997, l’industria del cinema hollywooddiano sollevò con il lancio del film sul tema dell’ amore tra due giovani di diversa estrazione sociale, ambientato sullo sfondo dell’ immane tragedia scaturita dal naufragio del “Titanic”. La stampa trova sempre nuovi spunti con una serie di articoli sull’argomento e, addirittura,tempo fa, è stata messa in scena l’ennesima serie televisiva ( in ben sei puntate) dal costo di ben 10 milioni di euro solo da parte della RAI Ma,viene di chiedersi, aldilà degli indici di share, tutto questo movimento mediatico c’entra qualcosa con quel reale sentimento di pietà che si dovrebbe provare per quei poveri sventurati periti in quell’immane tragedia ?
Si è sempre voluto attribuire la colpa dell’accaduto alla sfortuna ignorando volutamente gli innumerevoli imprevisti causati, dall’applicazione di tecnologie , tra l’altro ormai vecchie, per la realizzazione di progettazioni sperimentali (uno per tutti , la costruzione di una struttura tanto enorme con la tecnologia del bullonamento delle lamiere ignorando che il freddo avrebbe indebolito i bulloni consentendo al ghiaccio di stracciarle come foglietti) e dai collaudi effettuati con molta superficialità e presunzione. Tanti sono gli aneddoti (molti forse inventati per dar forza al mito del Titanic) circa la iattura che perseguitava il transatlantico; ad esempio quello del marinaio che aveva visto dei topi abbandonare la nave prima della partenza ( segno molto nefasto in quanto si pensava che gli animali potevano prevedere le catastrofi prima del loro avverarsi). Aleggiava in tutti l’idea che si trattasse di un’opera straordinaria, capace addirittura di sfidare gli elementi, come testimonia l’affermazione di quel marinaio che esclamò ad una ricca passeggera all’imbarco, vedendola preoccupata per la stazza della nave: “Stia tranquilla signora, nemmeno la mano di Dio può affondare il Titanic “. Il nome del Titanic era un evidente richiamo alla grandezza e alla potenza divina, una nave inaffondabile, rinomata così dalla White Star Line forse perché non era stato considerato che i Titani, che simboleggiavano essenzialmente la forza bruta,erano stati vinti e puniti dalla superiore potenza della divinità del Padre degli Dei.
La nave era lunga 269 metri e larga 28, con un’altezza del ponte sulla linea di galleggiamento di 18 metri e poteva ospitare 3.500 passeggeri, una piccola parte dei quali era costituito da personale non navigante quali cuochi, camerieri ecc… – (di cui una trentina di origine italiana) che perirono tutti nella tragedia. Tra le tante altre però, una strana storia è emersa dalla polvere del tempo e rappresenta un mistero che forse rimarrà sempre irrisolto: la vicenda di un certo Alfonso Meo Martino,italiano anch’esso,ma un passeggero a tutti gli effetti. Il 10 aprile 1912 Alfonso Meo Martino, liutaio e maestro di violino, lucano, salutata la famiglia che si era costruito in Inghilterra, partì da Bournemouth per imbarcarsi a Southampton. Inizia, così, un lungo viaggio che lo avrebbe dovuto condurre fino a New York, ufficialmente per la consegna di un violino ma, forse, per mascherare un inconfessabile segreto. Dalla documentazione emerge che scelse una cabina di terza classe, sotto la poppa, che, pur tra le più economiche, gli consentiva comunque una certa comodità pagando il biglietto di viaggio con 13,1 sterline (che al cambio di oggi varrebbero circa 1300 euro) e iniziando la traversata sull’ ” inaffondabile” transatlantico al suo viaggio inaugurale. Il nome di Alfonso Meo Martino, ufficialmente nato a Potenza ( forse a Vaglio di Basilicata ) nel 1864 , unico meridionale e lucano, oggi fa parte dell’elenco degli italiani imbarcati di cui solo tre sopravvissero. Risulta che si presentò all’imbarco vestito in modo elegante: con , nel portafoglio, 15 sterline e qualche moneta d’oro oltre al violino che aveva fabbricato lui stesso nella sua bottega in Old Christchurch road al numero 95 di Bournemouth , nel Dorset. Il suo piccolo laboratorio di strumenti musicali pare che gli avesse fatto acquistare una fama, giunta persino oltre oceano ma sembra pure che quel violino, destinato ad un cliente che viveva a Washington, non era destinato ad essere consegnato perché proprio nel naufragio il liutaio morì, intrappolato tra le cabine di terza classe, dal momento che il comandante della nave aveva fatto chiudere a chiave il cancello di uscita di quel settore per consentire ai passeggeri di prima e seconda classe di raggiungere per primi le pochissime scialuppe disponibili. Qualcuno ha anche giustificato tale decisione ( che non può definirsi altro che “criminale”) sostenendo la tesi che fosse prassi dell’epoca rinchiudere i viaggiatori più poveri in una zona isolata delle navi dal momento che questi non sarebbero scesi al molo 59 di Manhattan come gli altri ma sarebbero stati sbarcati sulla banchina di Ellis Island per la quarantena , secondo la legge americana .Il suo corpo venne recuperato alcuni giorni dopo il naufragio ma la storia del liutaio potentino non era destinata ad essere archiviata, a causa di un particolare a chi nessuno ha mai dedicato speciale attenzione. A chi erano destinati un misterioso orologio da donna in oro e ben otto anelli che l’uomo custodiva con tanta cura al punto da essere poi ritrovati addosso al suo cadavere ? E perché, col costo di un biglietto di Seconda fu alloggiato in una cabina di Terza ? Forse il mistero emerge dall’esame della lista dei passeggeri. Scorrendo l’elenco emerge un particolare interessante: che il liutaio potentino non doveva essere solo ma forse viaggiava con un neonato. Salvo errori di registrazione , sui registri dei passeggeri è riportato: “Alfonzo Martino un adulto e un neonato” in cui , la presenza di un neonato è indicata con una “X” segnata a matita nera nella colonna accanto al nome dell’adulto. Stranamente, però, nel caso in questione non risulta riportato , come da prassi, né il nome e né l’età del piccolo quindi potrebbe trattarsi di un clandestino in fasce la cui sorte è rimasta sconosciuta. La vicenda si riapre dopo 97 anni, nel 2009. Nel sito americano Ancestry specializzato in ricerche genealogiche, rispunta a sorpresa sul web il nome di Alfonso Meo Martino ad opera di tale “Nicole ” che scrive sul web: “Sto indagando su Alfonso Meo Martino e sulla sua morte sul Titanic perché sospetto che mio nonno fosse un suo figlio illegittimo” . Possiamo, dunque, pensare che Alfonso Meo Martino forse avesse avuto un figlio illegittimo; un neonato che forse fu affidato ad altri (magari ad una coppia di viaggiatori di prima classe) che ebbe la possibilità di caricarlo su una scialuppa e portarlo in salvo e che sicuramente egli sopravvisse fino ad età avanzata, al punto da diventare nonno. Probabilmente la cosa non si scoprirà mai e questa storia, insieme a tantissime altre, contri buirà per sempre ad alimentare e a sostenere il mito di questo superpiroscafo che aveva avuto la presunzione addirittura di vincere le forze della natura.
