Teri Volini

“L’essere stati dichiarati dall’ONU uno dei dieci popoli che rischiano l’estinzione è  la dimostrazione che le politiche colonialiste di sedentarizzazione forzata, l’integralismo di alcuni settori dell’Islam e i cambiamenti climatici non hanno giocato al loro favore. Consapevole di questo rischio, che apparenta  i Tuareg ad altri popoli oggi estinti o snaturati rispetto alla loro reale essenza,  l’autrice  dichiara di volere mettere in luce nel suo libro “alcune tracce dell’identità culturale di questo popolo nomade”…

Rossella Grenci  è  riuscita nell’intento di  dare testimonianza all’identità culturale di coloro  che – com’è  spesso è accaduto e accade  ai popoli più antichi e portatori di culture “altre”,   sono stati sottovalutati, mentre  ci riportano tout court   –  i Tuareg, in questo caso  –  non solo alle origini del mondo Mediterraneo,  ma a quelle di una diversa e migliore considerazione della donna,  visto che nel racconto viene testimoniata  la persistenza di un’antichissima discendenza al femminile.

Si dipana così il ricordo di un  diverso modello sociale: quello delle più antiche culture in cui vigeva la discendenza matrilineare,  cioè i figli e le figlie venivano definiti  con il nome della madre. Ciò dipendeva dalla diversa organizzazione familiare e di gruppo, e dalla diversa considerazione sociale del femminile. Le donne avevano un posto centrale nella famiglia, non in una concezione di “potere” e comando   parallela a quella che caratterizzerà il successivo sistema  patriarcale,  quanto piuttosto di naturale autorevolezza, a seguito della constatazione che dal loro corpo “scaturiva” la vita…… In quella società i maschi non esercitavano sulle donne il Potere repressivo che in seguito diverrà “la norma. Per non parlare della guerra e della violenza come sistema .*

Tutto questo l’autrice non lo spiega, ma lo fa trasparire dal  racconto in prima persona  della  protagonista della storia, Fatou, guaritrice e veggente, che racconta la sua vita nel clan di cui fa parte, a  iniziare  dalla sua prima giovinezza.

Vengono così evidenziate, attraverso le sue vicende personali, le caratteristiche  del suo popolo, il sapere delle donne, la solidarietà, il comune apprendimento, il sentimento di condivisione presente nel clan, le decisioni prese dal  femminile…

Nel corso della lettura  ci accorgiamo  di poter sfatare molti dei pregiudizi che la scarsa o nulla conoscenza ha  accumulato  nei  confronti di un popolo che  abbiamo guardato  attraverso luoghi comuni.

Registriamo  quanto fosse importante per loro, specie per le donne,  l’arte di curare con erbe e preghiere,  tramandato dalla saggia del clan, tagahant,  la veggente ,  così lontana dalle tragiche vicende delle donne guaritrici, che nella nostra “cultura” sono state  per secoli sottoposte alle peggiori  sopraffazioni, osteggiate, depauperate, perseguitate e uccise, arrivando, specie nel XV secolo e seguenti, allo spaventoso delirio della caccia alle “streghe”. “Così furono marchiate, in un plurisecolare periodo di estremo furore, coloro che erano collegate ai ritmi naturali, ai cicli della nascita e della morte; levatrici, sensitive, erboriste, curatrici, ed ancor prima veggenti, sagge, sacerdotesse e sciamane, praticanti una religione non gerarchica, connessa con le forze dell’universo, la luna, le stelle, e che compivano riti ancestrali in onore di una dea creatrice”.*

Nel racconto appassionato di Fatou,  come non rimanere attratti  dalla   preziosità delle tradizioni spirituali, così naturalmente connesse allo sciamanesimo soprannaturale, al rispetto che viene mostrato  reciprocamente non solo nei confronti delle persone del clan, ma anche  degli animali, considerati “premonitori del  destino,  abitanti del regno di mezzo,  portatori di messaggi”?  

E poi, l’amore: “il tuo bacio ha l’odore inebriante della mimosa che sorride all’albero della gomma blu” o “sotto la mano dorata del giorno che sorge, il deserto stesso non è abbastanza vasto da separare i nostri cuori”. Una vita basata sul rispetto delle  tradizioni, sulla bellezza,  sulla cultura, sulla poesia:  un sapere sacro, tutto da conoscere e da apprezzare…  

Come ricercatrice e linguista, non poteva poi non colpirmi il riferimento alla lingua Tuareg, ad una  scrittura  che si serve  non solo della tradizione orale, ma della parte scritta, che compone un dizionario vero e proprio, trascritto dal Tuareg francese ad opera di Charles De Focauld:  una scrittura di nomadi  “tutta fatta di aste, che sono le gambe dei loro armenti, gambe di uomini, gambe di maiale, di zebù, di gazzelle, di tutto ciò che percorre il deserto”.

La donna, madre, poetessa o veggente che sia, nel corso dell’educazione filiale:  “sopra ogni cosa continua a insegnare il tifinag, perché la nostra scrittura sulla sabbia non scompaia e faccia arrivare la conoscenza di chi siamo, tanto tanto lontano…”

Senza parlare dei “segni” come divinazione, iggahan,  anche questa  connessa alla  tradizione matrilineare:   vergati sulla sabbia sottile,  triangoli, rettangoli cerchi,  “la lettura dei segni scritti sulla sabbia,  un sapere legato al deserto, al vento e all’acqua, al cielo e alle stelle,  ma soprattutto alla donna che tramanda il sapere alla discendenza.”

Il riferimento al  “Mondo del sogno”  di un  popolo  che ama la musica, la poesia ed alza lo sguardo alle “Pleiadi,  sorelle di luce” –  mi ha riportato alla memoria il corrispondente
“ Tempo del sogno” degli aborigeni australiani,  altro popolo dalla magnifica ancestrale cultura, che considera sacre  le rocce, dotate di anima, quindi miti, simboli e animali totemici, paesaggio e Natura ne sono la manifestazione fisica e sacrale. I popoli cosiddetti “civili”, assetati di avidità territoriale e di arroganza culturale,  li hanno ridotti in riserve  o quasi portato all’estinzione.*  

Anche i Tuareg hanno dovuto assistere alla rottura di una loro ricercata armonia per opera di popoli colonizzatori  dalla smisurata arroganza, e chi legge partecipa di questo dolore, esposto però con grande dignità: e nei momenti dell’incertezza,  “l’affidarsi alle tradizioni” resta una chance.

Fatou racconta  la poesia del fare quotidiano,  le Corti amorose,   la processione delle donne,  lo star sola della donna al momento del parto “per restare padrona del cielo della terra regina di se stessa,  pronta ad affrontare l’ignoto”,  l’appartenenza del neonato  alla famiglia materna,   le piccole ritualità,  come la preparazione del tè, “mentre tutto rallenta”  e in genere  lo snodarsi di un racconto sommesso ed emozionante,  che  prevede anche delle novità  positive, oltre ai dispiaceri, per la protagonista…

Degno finale, un monito ci viene direttamente dalla capostipite dei Tuareg, la regina
Tin Hinan: “Ricordatevi la linea delle tribù segnate su mano di donna,  ricordate che siamo tutti figli di donna che la donna non sguaina la spada né il giavellotto”…

Insomma un libro tutto da leggere,  da apprezzare e  da gustare.

* brani tratti da Glifi, una ricerca mitoarcheologica in Basilicata di Teri Volini