COME ANTICIPATO,APRIAMO IL DIBATTITO SULLA UNIVERSITA’ DI BASILICATA, SUL SUO RUOLO E SUL CONTESTO CHE CONCORRE A DETERMINARNE IL SUCCESSO O L’INSUCCESSO

di RAFFAELE AMBROSIO*

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presenziato alla cerimonia di inaugurazione del quarantesimo anno accademico dell’ateneo lucano nel polo del Francioso a Potenza. Tra l’esaltazione collettiva e l’orgoglio di alcuni, Potenza, l’Unibas e la Basilicata tentano il tutto per tutto approfittando del passaggio della vetrina mediatica.
Dal 1983 al 2023 sono passati quarant’anni. Quarant’anni di storia contemporanea nella quale la Basilicata ha indossato le vesti della classica comparsa teatrale, da prendere e manifestare ai più all’occorrenza. Quarant’anni di assenze, di speculazioni, di emigrazione interna verso le regioni più ricche e verso l’estero alla ricerca di una prospettiva, di una opportunità, di una messa alla prova. Ancora oggi, i migranti di Basilicata privi di una speranza di costruzione e stabilità, sono laureati, qualificati e pronti all’inserimento nel mondo del lavoro. Se non fosse che il lavoro, in Basilicata non c’è, e chi prova ad investire in attività imprenditoriali sul territorio ha a che fare con un’utenza molto ristretta e impoverita.
Durante la cerimonia di inaugurazione del quarantesimo anno accademico dell’Unibas, ci sono stati numerosi interventi, tutti (o quasi) di rito. Prescindendo dall’unico intervento serio, studiato e critico, prodotto dalla mente di Davide Di Bono, presidente del Consiglio Studenti dell’Ateneo, le restanti orazioni sono sembrate mere formalità.
L’intervento del Presidente della Regione Vito Bardi ha sottolineato le motivazioni che hanno spinto le precedenti amministrazioni locali nella direzione della costruzione dell’Ateneo, simbolo di rinascita dalle macerie del terremoto del novembre 1980. Da lì in poi, un elenco di esempi nei quali la Basilicata figura come “prima”, “fra le prime” o “in rilancio”. 
Si passa poi, al discorso del Ministro dell’Università e della Ricerca Bernini che, a suon di “stiamo per approvare”, “stiamo facendo”, “abbiamo fatto”, ha ripreso a sua volta il discorso sulla crescita dell’Unibas. Eppure, in Basilicata i numeri lasciano prefigurare altri scenari, con una riduzione degli immatricolati ogni anno e un numero sempre crescente di giovani che lasciano la Basilicata per studiare in altre Università. A tutto questo va aggiunto il declino demografico che dipinge una cittadinanza anziana e poco propensa a mettere al mondo dei figli.
Infine, ha invitato la comunità studentesca presente a non avere timore del merito, indicandolo come un «percorso di vita». Peccato che per la maggior parte dei lucani il percorso inizi proprio quando si valicano i confini stessi della regione, per via di un «sistema Basilicata» che favorisce esclusivamente pochi eletti, dentro e fuori l’Università. Questo ha contribuito, nel corso di quarant’anni a far sì che l’università subisse, per trasmissione, il sistema clientelare della Regione. In un contesto piccolo e familiare i legami si intrecciano e gli interessi personali si sono pian piano anteposti a quelli collettivi, permettendo che all’interno dell’Università si creassero veri e propri feudi in mano a baroni. È da qui che l’Università cambia pelle e passa da luogo e istituzione di studio e formazione collettiva a trampolino di lancio personale e soggettivo. Al cambio di turno, il Rettore Mancini riprende il lungo elenco numerico dei precedenti, aggiungendo un dato per lui significativo: a tre anni dal titolo, i neolaureati dell’Unibas trovano occupazione in linea con la media nazionale. Bisognerebbe, però, chiedere al magnifico Rettore se l’occupazione si riesca ad ottenere solo ed esclusivamente al di fuori della regione, come spesso (se non sempre) accade. Un esempio concreto è rappresentato dalla quasi totalità dei laureati in Studi Umanistici (dei quali faccio parte), i quali imbracciano zaino e valigie per proseguire gli studi o lavorare in Emilia-Romagna, piuttosto che in Lombardia o in Piemonte. Per non sollevare la questione insegnamento, che per questi poveri neolaureati diventa una montagna insormontabile, attraverso decine di anni di precariato nelle più disperse province del Nord che non facilitano il rientro.
Il Rettore prosegue affermando che sono attivi gli sportelli di tutoraggio per i disabili e per gli studenti DSA e questo è un bene. Eppure proprio nell’aula “quadrifoglio”, nella quali si è svolta la cerimonia, non ci sono pedane per i portatori di handicap motori. Per quest’ultimi, in alcuni casi, si sono registrate situazioni spiacevoli che hanno portato alcuni docenti a scendere ai piani inferiori dell’Ateneo per permettere loro di svolgere un esame, anche per via di ascensori non idonei a trasportare una carrozzina negli studi dei docenti. Eppure il Rettore avrebbe potuto pensarci mentre si affrettava a far terminare i lavori di restauro esterno del polo del Francioso. Sì, perché bisogna far emergere anche questo dato. Così come il Comune di Potenza si è mobilitato in fretta e furia per il ripristino del manto stradale in vista del Giro d’Italia, l’Università degli studi della Basilicata – che ha lasciato per anni il polo di Francioso all’incuria – ha deciso di rendere gradevole l’ingresso al Presidente della Repubblica. Si potrebbe dire che si è passati da “i giovani al centro della nostra azione” a “il Presidente al centro dei nostri obiettivi”. Sia chiaro, il messaggio è indirizzato anche a chi ha ricoperto il ruolo di Rettore precedentemente. Lo spot pubblicitario di un’Unibas florida e in fase di espansione non fa onore alla realtà e alla verità dei fatti. È ora che qualcuno sottolinei ed evidenzi che l’Università degli Studi della Basilicata è in difficoltà e non si è presentata pronta all’anniversario dei suoi quarant’anni. Completamente sradicata dal territorio, vive in una palla di vetro e si fa sorda alle richieste del tessuto produttivo e culturale, mentre avrebbe uomini e valori per esprimersi al massimo con tutto il suo potenziale, a partire dai suoi studenti. La Regione è completamente priva di idee programmatiche, economiche, culturali e sociali. La stessa posizione dell’Università dovrebbe riflettere sulla possibilità di un trasferimento nel centro storico di Potenza, in modo tale da permettere anche ai fuorisede di popolare i vecchi luoghi del passeggio cittadino, oramai desertificati e abbandonati. Il mondo della piccola produzione presente in Basilicata non sente vicino l’ente università e lavora per proprio conto, mentre chi ha intenzione di attivarsi culturalmente attraverso progetti o iniziative in territorio lucano ha le stesse possibilità di riuscita di chi crede di poter svuotare l’oceano con un cucchiaino.
Sono questi i temi che avrei voluto sentire tuonare nelle aule della cerimonia; sono queste le problematiche che uniscono i lucani e la regione; sono questi i moniti su cui si dovrebbe confrontare la classe dirigente.
Il Presidente della Repubblica avrebbe potuto sicuramente premere su questioni concrete, ma non si può biasimare. La sua è stata una visita e un omaggio attraverso la riflessione, ma la Basilicata ha bisogno di concretezza e di risposte radicali ed immediate. Sarebbe stato corretto e responsabile, per la classe dirigente e l’Università, interrogarsi su questioni fondamentali e delicate ben prima che si arrivasse a questo appuntamento.
Avrei preferito che si parlasse della vergogna che si prova a non avere un treno che colleghi i due capoluoghi di Regione, nonché sedi dei poli universitari; a non avere una rete stradale e infrastrutturale efficace e veloce capace di attirare gli investimenti e i fuorisede che preferiscono altre mete; avrei preferito si parlasse del perché, in un territorio ricco di acqua, terra e petrolio, i giovani ingegneri, agronomi e geologi non trovino occupazione; avrei voluto che si discutesse della città di Matera, riempita dagli investimenti di ristoratori, albergatori e imprenditori pugliesi; avrei preferito che ci spiegassero come sia possibile avere un numero così esiguo di iscritti al corso di studi in Geologia in un territorio che detiene uno dei giacimenti petroliferi più grandi d’Europa; avrei preferito che ci spiegassero perché nel Vulture non sia possibile integrare le competenze dei giovani neolaureati con le bellezze e la fertilità del territorio, invece di affidarsi solo ed unicamente alla SATA di Melfi; avrei anche preferito che si discutesse sul perché, per l’evento di “Matera Capitale della Cultura 2019” non si sia lavorato per rendere attivo l’aeroporto “Enrico Mattei” mentre la Puglia completava una superstrada che collegava l’Aeroporto di Bari alla città dei Sassi; avrei preferito che l’Università si fosse aperta agli istituti secondari di secondo grado in un clima di collaborazione, dialogo e vicinanza con i suoi potenziali futuri studenti; infine, avrei preferito che l’Università spiegasse su quale base si scelse di aprire il corso di laurea in Medicina e non di Giurisprudenza o Scienze Politiche, le facoltà che più di tutte mancano e causano un’ondata migratoria imponente.
La verità è che questi temi sono scomodi, perché alzano il velo da una realtà con la quale è difficile fare i conti. Si preferiscono le ovvietà, la piattezza delle frasi di rito e le passerelle, come se la Basilicata esistesse a intermittenza, in virtù dell’accensione o meno dei riflettori su di essa. E quando quei riflettori si accendono, il territorio va in fermento, come se fosse un’occasione per dimostrare di essere ciò che non si è. Le domande e le riflessioni poste in questo articolo, anche se difficili da accettare, sono frutto dell’impegno culturale che ho coltivato nel percorso universitario. Prima a Potenza poi a Milano, ho deciso di studiare quelle discipline che restituiscono agli uomini le adeguate risposte ai loro interrogativi. Ho deciso di studiare Storia per riconsegnarle un senso, perché se le classi dirigenti lucane sono state protagoniste, la Basilicata non lo è mai stata. I riflettori sono arrivati per il presidente della Repubblica, non per l’Unibas.
Quel «fate presto!» è un monito, una speranza, quasi un avviso a prestare attenzione e ad evitare di raggiungere il punto di non ritorno, perché il giorno delle sfilate è finito e si spera che per la prima volta inizi quello delle attività.

  • ex studente Unibas