Storia breve di
GERARDO ACIERNO
Era una sera di pioggia insistente quando Battista ha sentito bussare alla porta. Ha aperto senza far ricorso allo spioncino. Era Egidio, amico di vecchia data. Battista l’ha trovato un po’ invecchiato. Almeno così gli è parso. Non si vedevano da qualche tempo. Aveva senz’altro superato i settanta, lui.
La prima cosa che Egidio ha detto per giustificare la sua venuta è stata: “Non lavoro quasi più. Ho tirato avanti grazie a matrimoni, battesimi e prime comunioni. Ora che tutto questo accade sempre più di rado… tutto cambia… e perciò…”
Nei paesi del sud e quindi anche a Torretta in occasione di cerimonie familiari di una certa importanza fino a poco tempo fa si preferiva avere come intrattenimento ‘l’orchestrina’: il cantante ben vestito, la fisarmonica come primo strumento, il violino solo per le grandi occasioni o per certi momenti ritenuti romantici, il sax tenore (possibilmente), la batteria e la chitarra per un buon accompagnamento. Il mandolino era obbligatorio se uno dei festeggiati fosse stato di origini napoletane.
Egidio ha sempre e solo suonato la fisarmonica, con ogni tipo di compagnia e qualunque musica richiesta. Negli anni buoni ha guadagnato tanto, ma ha pure speso
tantissimo. Ha, insomma, largamente scialacquato.
Hanno parlato a lungo i due compagni. Di tutto e di tutti. Battista aveva nella credenza una buona scorta di taralli aviglianesi e di salame picernese. Hanno mangiato i taralli e il salame innaffiandoli con dell’ottimo vino rosso etichettato ‘Terra di Orazio’.
Egidio ha raccontato le ultime sulla sua vita matrimoniale finita male. E delle dita della sua mano destra che si stavano giorno dopo giorno irrigidendo sempre di più. Ha anche confessato all’amico di aver cambiato opinione politica e di essere passato sull’altra sponda. “Ho fatto il salto della quaglia” – ha mormorato Egidio – “L’uomo forte è la soluzione giusta per questo nostro Paese che sarebbe esatto chiamare sempre e in ogni momento Nazione o meglio ancora Patria, come dice e come vuole la nostra Presidente del Consiglio.” Parlava, Egidio, e beveva di continuo. Più beveva più le parole gli uscivano di bocca senza interruzioni o intoppi. Nonostante tutto Battista era felice di averlo ritrovato. Nel camino ardeva un fuoco coi fiocchi mentre fuori pioveva una bellezza. Poi, quando si sono fatte le undici, Egidio ha detto che se ne doveva andare. La pioggia sempre più fitta ha spinto Battista a dire che voleva accompagnarlo.
Sotto l’ombrello, diretti verso la casa di Egidio, nella zona dei nuovi quartieri, nella parte bassa di Torretta, i due hanno continuato a parlare degli amici e del paese. Né gli uni né l’altro a loro piacevano più. E almeno su questo i due compagni si sono trovati d’accordo.
A quell’ora il ‘Central bar’ era ancora aperto. Dentro c’era luce soffusa, s’intravedevano ombre. Egidio ha voluto entrare. “Ti offro un caffè e l’ammazzacaffè. Che dici?” Battista ha accettato.
Giovannino il barista sonnecchiava sul gomito destro poggiato a una maniglia della macchina da caffè. Due clienti, al bancone, si parlavano uno sull’altro disturbandolo ogni tanto per una conferma o una smentita circa i loro sproloqui. Il barman scuoteva il capo senza aggiungere altro.
Egidio e Battista si sono seduti al primo tavolo della sala. A quello nell’angolo, un uomo e una giovane donna avevano accumulato lattine di birra straniera. Fumavano spinelli da un odore pesante e si guardavano negli occhi senza parlare.
“Questo è l’ultimo posto dove non si trovano mai risposte alle domande né verità da portare in giro” ha commentato la scena Egidio. “Dovunque ti trovi, oggi – ha continuato Battista – vedi persone deluse, arrabbiate, sconsolate.” “C’è povertà, amico mio, dappertutto – ha rimarcato Egidio – povertà materiale e povertà di pensiero, e nessuno lo ammette. Nessuno vuole prendersi la colpa.”
Hanno, così, rischiato, i due, di aprire l’angolo del rimpianto e della nostalgia. Fortunatamente Egidio ha cambiato discorso e ha chiesto: “Ma tu scrivi ancora?” “Non ho mai pubblicato niente” – ha risposto Battista un po’ urtato mentre sorseggiava l’ammazzacaffè servito da Giovannino. “Lo facevo da giovane quando avevamo tanti sogni nella testa. Senza però mai dare alle stampe nemmeno un rigo.”
Sono usciti. Aveva smesso di piovere. La piazza rifletteva luci tremolanti dalle sue numerose pozzanghere. “Prima o poi andrò via da qui. Andrò a Roma o a Bologna, a Rimini” – ha detto Egidio – da quelle parti forse si può ancora suonare qualcosa in giro.” “E le tue dita?” ha chiesto Battista preoccupato. Egidio s’è guardato le mani, ha articolato a fatica le dieci dita e brontolando ha risposto: “Ce la fanno, ce la fanno ancora”.
Arrivati all’altezza del campo sportivo i due hanno trovato il buio pesto. Lampioni spenti, qualche fioco bagliore dalle finestre. Sentivano i loro passi e le loro voci. Si è abbassata di colpo la serranda di un balcone. Si sono spaventati entrambi. Quando hanno imboccato il vialetto lungo il quale sfilavano gli ingressi delle casette nuove si sono fermati. Hanno fissato l’oscurità per qualche secondo. Poi Battista ha detto: “Fatti vivo prima di partire.” Si sono abbracciati, si sono scambiati la buonanotte e a passi veloci Battista è ritornato nel suo vicolo del centro storico. Intorno si annusava un forte profumo di lavanda. Ha infilato la chiave nella toppa e ha pensato: “Siamo davvero invecchiati io e Egidio altrimenti avremmo fatto giorno come mille volte ci è capitato nel passato.”
Chiuso il portone con doppia mandata Battista ha raggiunto la finestra dello studio e con lo sguardo nel buio ha ripensato a quando con Egidio e altri amici si discuteva su come e cosa si poteva fare per cercare di cambiare il mondo. Non il mondo intero, almeno provare a dare una scossa a quel loro mondo lucano, piccolo, marginale, provinciale eppure palpitante, desideroso di futuro, di progresso, di crescita: tutte cose belle, pensate, sognate che però mai s’intravedevano, mai diventate veri segnali di cambiamento, offuscate come venivano dalle nebbie della politica e del ‘paraculismo’ come il poeta Vito Riviello aveva bollato quegli anni vissuti quaggiù in Basilicata.
Ha acceso un’altra sigaretta e, testardo, si è dato alla ricerca di qualcosa, oltre le ovvietà del momento e i naturali progressi sociali, qualcosa che davvero la sua generazione ha provato a cambiare o quanto meno a seminare lungo i sentieri delle loro vite. Ma assalito dal dubbio ha temuto di crearsi un alibi di comodo giungendo alla conclusione che il mondo, alla lunga, aveva cambiato loro, fregandosene ampiamente delle loro passioni, delle loro teorie, dei loro convincimenti. Deluso, frastornato dal vino e dai soliti, insistenti pensieri negativi, Battista è andato in camera, ha acceso la lampada sul comodino; ha schiacciato con rabbia la cicca nel portacenere e prima di coricarsi, dalla finestra ha dato un’occhiata al vicolo sottostante trovandolo stranamente senza segni vitali. Ha riaperto il capolavoro di Proust e senza infilarsi sotto le coperte si è tuffato nella lettura preparandosi ad affrontare, così, sulla sponda del letto, un’altra notte insonne, come al solito travagliata e maledettamente lunga.
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IN COPERTINA *dipinto di Alberto Sughi “Ritratto di due amici”
