SEVERINO LAPOLLA
La strada di cui al racconiaito, in sé non aveva niente di particolare; era una brutta strada di estrema periferia ma che ha avuto una prerogativa che in nessun’altra ,né prima né dopo, ho avuto l’oppor tunità di riscontrare : quella di aver dato i natali ad un numero di personaggi che, chi più e chi meno, si sono fatti onore nella vita; molti portando lustro alla nostra città e,addirittura, alla nazione.
Si chiamava via Pasquale Grippo e cominciava con quella gradinata, all’inizio di viale Marconi , che portava giù in direzione dello scalo inferiore però , subito dopo la fine delle scale deviava a destra verso una schiera di palazzi e poi nel nulla. L’impatto all’ingresso della strada era quella di una penombra in profondo contrasto con la luminosità di tutta la campagna circostante C ’erano due file di palazzi che comprendevano ,a sinistra, una palazzina del lotto costruito intorno al 1931 e le altre su entrambi i lati, costruite intorno al 1938-39 , assegnate tutte a dipendenti pubblici e,man mano che ci si addentrava , i contorni cominciavano delinearsi meglio Il lato destro era sormontato da una scarpata che si elevava fino all’altezza dell’ultimo piano mentre il lato sinistro “assediato” da mandorleti e orti , disposti su un terreno ondulato ma più pianeggiante Sembrava che avessero profanato il suolo della campagna circostante e la natura, quella stessa campagna ,volesse recuperare lentamente quanto le era stato tolto. Al centro, una strada in terra battuta finiva nei campi e quando era la stagione le spighe di grano seminate , causa di un seminatore malaccorto,. crescevano anche sul l’estremo limitare della strada , La prima cosa che colpiva era un aggeggio ai lati dei portoni; una lamina di ferro profondamente conficcata nel suolo e che serviva per rastremare le scarpe da fango (che nei mesi piovosi era abnorme) e che era d’obbligo usare prima di entrare a casa.. La mattina quel violone ( e anche le rientranze tra i palazzi) brulicava di ragazzi di ogni estrazione sociale che giocavano tutti insieme ;l’unica selezione era dovuta all’età per cui il più grande prevaleva sempre ( ma senza vessazioni) sul più piccolo che si sentiva dire : “ T ’haia stà !”
Intorno alle nove, dopo essere passati per la gogna della “zuppa di latte”o altra merenda, (d’obbligo “se no lo dico a tuo padre” -e lì scattava un terrore atavico) i ragazzi si materializzavano dal nulla fondandosi letteralmente dai portoni e, se qualcuno tardava, un coro di strilli lo sollecitava sotto le finestre dell’abitazione. Era la mattina della vita per questi ragazzi ( e per la strada) e si iniziavano le “occupazioni” quotidiane fino all’una circa, quando le varie mamme (o le sorelle più grandi) , quasi all’unisono chiamavano per il pranzo o, meglio ancora , quando in fondo alla strada compariva il padre ed il ragazzo schizzava come colpito da una folgore imboccando il portone e sperando di non essere stato visto (regola ferrea per tutti i ceti sociali era che il padre si esprimeva a monosillabi solo per dare direttive che venivano recepite con gli occhi bassi senza la minima replica)
I PADRI. I padri erano di varia estrazione sociale ; li vedevamo specialmente all’imbrunire e li studiavamo da lontano con curiosità mista a timore. C’era il padre di Augusto G.,che guidava un enorme camion dal muso prominente e con un enorme rimorchio al seguito a cui ci piaceva attaccarci specie quando faceva manovra (una vera follia !); il padre di Mariolino S., sempre coperto di carbone nel viso e negli abiti perché guidava la locomotiva delle ferrovie e poi ,man mano, vi erano quelli che oggi verrebbero denominati “colletti Bianchi” .C’era il padre di Franco C: un padre che noi tutti avremmo desiderato avere specie il giorno della Befana perché per Franco e il fratello era la più ricca del rione e che comprendeva tutto quello che era il nostro oggetto del desiderio :vestito da cowboy, cinturone e pistole stile film western e il cappello che Enzo non toglieva mai fino ad acquistare quella forma “vissuta” che vedevamo nei films. Anche la mamma noi la invidiavamo perché aveva un tratto fine; gli occhi verdi ed una voce molto suadente..C’era “Don “Saverio B. molto parsimonioso e severo (in ossequio alla regole di Terziario Francescano) ma che non faceva mancare regali ai figli. Per qualcuno ,come il padre di Ettore e Armando G invece, le richieste alla Befana erano di scarpe e vestiti (con due femmine e quattro maschi ! ) e la Befana capiva. Un particolare mi sfuggiva di dire, però, ed è che la corrispondenza con la vecchina la tenevano in esclusiva le madri ;forse perché tra donne ci si intendeva meglio ( o, più semplicemente,perché la “cassa “ e la gestione del bilancio familiare erano tenuti di fatto dalle donne ! )..C’erano,poi, i “militari”: il maresciallo dei carabinieri A. ,con una pancia prominente ,l’andatura ondeggiante e quell’interloquire con chiunque sempre a voce alta e con un marcato accento calabrese .L’altro maresciallo dei carabinieri C .invece, magro e con uno spiccato accento “dell’alt’Italia”, parlava sempre sommessamente mentre il terzo, maresciallo della Finanza F ., rossiccio e segaligno era molto taciturno (li ho citati specificamente perché avranno un ruolo importante nella nostra storia.)
LE CASE
Le abitazioni erano in prevalenza composte da una cucina ,bagno , una o due camere da letto , un corridoio di collegamento e in esse abitavano una media di cinque – sette persone ,per cui, per forza di cose, la sera la cucina diventava dormitorio ;in camera da letto prevalentemente dormivano i genitori , i figli piccoli e le figlie femmine fino ad una certa età mentre i maschi venivano sistemati secondo l’opportunità .Ruolo importante giocava il corridoio ( dove venivano allocati i letti per i figli maschi più grandi ) e le reti pieghevoli ,sotto forma di un divano informe o di un mobile a chiusura , che le famiglie più “benestanti” si precipitarono a comprare per prime e poi ,man mano , tutte le altre costituendo “un fondo”da accantonare estrapolandolo dall’ammontare del budget familiare. Ogni famiglia, per quanto si dichiarasse “benestante” indistintamente aveva destinato al subaffitto lo scantinato ad essa assegnato. Vi era stata, in quel periodo , un’ondata di immigrazione dai paesi della provincia ; gente senza né arte né parte che viveva in pochi metri quadrati, con un lavabo per l’acqua , un water a vista (protetto da una tenda ) , un letto e un tavolino , con un fornello a carbone (poi sostituito dal “Pibigas”) e un braciere a carbonella per l’inverno. Era il popolo degli “Scantinati”, questa strana umanità che noi andavamo a spiare attraverso quei finestrini (allora quasi rasoterra) per osservare quello “strane”abitudini di vita ;carpirne le reazioni, emozioni e i sentimenti .Gente con quell’aspetto da “subumani”.; famiglie con mariti più o meno ”regolari” ,che si adattavano a lavori precari ( evitando, in verità, di impegnarsi in lavori continuativi che pure c’erano ) e le mogli che si adattavano a fare le “serve” (termine usato allora) presso le famiglie per pagare la pigione , per nutrire i figli e per quella percentuale che veniva loro estorta dai mariti per potersi ubriacare. Era un “ ceto sociale” che era tenuto a distanza ; gente che, in una società nella quale il saluto era obbligatorio, anche tra persone che non si conoscevano, poteva non essere salutata ma il cui fitto costituiva un’entrata supplementare e una boccata di ossigeno per i bilanci delle famiglie locatrici. Va precisato che certe “locazioni” avvenivano senza registrazione di contratto né esisteva ( come oggi) “l’occupazione” ma si agiva “sulla parola” e ,in caso di non gradimento , la famiglia locataria doveva andare via senza discutere perché,per opinione comune “era giusto così”. .
IL CIBO
Era l tema primario della giornata e la prima domanda che ci si poneva al risveglio. Si era ancora legati in maniera viscerale alla campagna che, prima della guerra, aveva attenuato i problemi della fame causati dalla “tessera”. Ci si rivolgeva al contadino che ancora coltivava l’orto nelle vicinanze (e che si contentava di poco ) per uova, verdura e anche per qualche pezzo di lardo ma, proprio in caso di ristrettezze, ci si dirigeva nei campi per raccogliere cicorie campestri per una minestra che a volte veniva arricchita dalla cotica di un prosciutto,regalata benevolmente dal salumiere. Nella quasi totalità delle famiglie la spesa veniva fatta con la “libbretta “ (un quadernetto nero nel quale il bottegaio annotava gli importi di spesa giornaliera) e il cui totale veniva coperto il 27 del mese ,alla riscossione del salario o dello stipendio (salvo a rinviarne una parte al mese successivo). La carne era ancora un genere di lusso per molte famiglie e la preferenza andava alla carne a pezzi (perché costava di meno) che si comprava prevalentemente la domenica per l’immancabile ragù ma c’erano ancora tante famiglie che , per sei o sette persone, compravano duecento grammi circa di carne e mangiavano la pasta fatta in casa (perché la farina costava meno). Un po’ per tutti la domenica era d’obbligo comprare in bottega la pasta “comprata” ; specialmente quel tipo a candela che veniva venduta sfusa (mentre oggi avviene l’inverso).Elemento importante su ogni tavola era il vino che aveva un ruolo rilevante anche nelle relazioni sociali. Il vino serviva per pasteggiare, lo si offriva ad un ospite in caso di visita (il caffè era ancora raro e costava molto) , si dava anche ai bambini quando il pasto era magro per accentuare un certo senso di sazietà e, per alcuni diventava anche un vizio ed una dannazione per tutta la famiglia. Ogni famiglia aveva l’immancabile fiasco impagliato che avrebbe dovuto assorbire gli urti) e si andava a comprarlo in prevalenza in cima alla salita ,cosiddetta di “Pisciamorto” perché lì c’era un emporio gestito dalla famiglia con quel soprannome . In realtà lì si vendeva un po’ di tutto : sale, sigarette sfuse, pasta sfusa, caramelle ecc. mentre da un lato della sala c’era il banco per il vino e dei tavoli dove tanti ,durante la mattinata , andavano a “farsi un quartino” se non di più. All’uscita le madri raccomandavano :” non correre e stai attento ,se no quando torni hai il resto ! ”. Uno dei drammi che coinvolgeva tutta la famiglia avveniva quando il ragazzino – di solito tra i più piccoli.- inciampava lungo la discesa pietrosa ( a volte ferendosi sui cocci di vetro ) e il fiasco si infrangeva spargendo per terra il contenuto che cominciava a scorre lungo la pendenza La cosa veniva vista come una perdita insanabile perché non solo c’era il costo del vino ma anche la difficoltà di rimpiazzare il contenitore (le bottiglie non erano così facili a reperirsi come oggi) Un altro genere prezioso era l’olio (che si comprava non a litro ma a decilitro ) per cui valevano le stesse raccoman dazioni e molto spesso era sostituito dallo strutto che costava di meno . La spesa veniva effettuata nella giusta quantità che serviva , in primis perché “si spaccava la lira” ,come si diceva comunemente e poi perché nella casa di allora , a guardarsi intorno,mancava un elemento che oggi passa addirittura inosservato : il frigorifero. La base primaria della dieta era costituita dal pane con cui si accompagnava ogni tipo di pietanza. mentre la frutta era un raro optional che si comprava “sopra Potenza” o si andava a rubare nei frutteti e veniva divorata senza nessuna precauzione igienica.
I RAPPORTI TRA PADRI
Circa i rapporti tra i vari padri esisteva quello che tra noi ragazzi era di là da venire ; la sensazione della “differenza di classe “; accentuata dal credo politico. .Nei discorsi echeggiavano ancora gli echi della guerra ;racconti di fame,tessera e privazioni Molti erano ex combattenti (qualcuno ex Camicia Nera) e intimamente credevano ancora al tradimento che aveva portato l’Italia al tracollo e si sognava la rinascita di un’Autorità che a molti aveva dato una casa di due stanze (con bagno separato) e che aveva fatto sentire “Qualcuno” chi prima non era “Nessuno” e non aveva altro che “il Niente assoluto“ .Persone a cui erano state regalate mille lire per ogni figlio maschio e qualcosa in più a chi, rinunciando alla ferrea tradizione di trasmettere il nome dei nonni, lo aveva chiamato “Benito”.
A questo si aggiungeva il clima da guerra fredda con la scomunica dei “comunisti” da parte di Pio XII e il ripristino del medioevale “ Indice dei libri proibiti”. Si era nel pieno dell’ agone politico e le suore del vicino Convento di S.Anna passavano molto frequentemente di casa in casa per “raccoman dare” (per usare un eufemismo) particolarmente alle donne di non votare “comunista” ,dato che la vittoria di questi avrebbe comportato l’esproprio della casa (una delle poche conquiste sociali), la possibilità per l’uomo di “cambiare moglie “e ,.tra l’altro , “avrebbero portato via i bambini “ – cosa non del tutto campata in aria perché davvero frange di partigiani comunisti greci nel nord del paese avevano avviato un esperimento di “collettivizzazione esasperata “,arrivando a sottrarre i bambini alle famiglie per allevarli in “scuole ideologiche”- Va puntualizzato,però. che tale iniziativa venne sconfessata dallo stesso Stalin e subito stroncata dai partigiani slavi (che li fucilarono tutti) La loro opera era capillare e registravano ogni reazione –specie delle donne – cercando di leggere tra le righe dei discorsi per poi all’uscita ,ricordo, dopo una breve conciliabolo annotare tutto su un quadernetto nero. Devo dire , ormai lontano l’agone politico di quei tempi , che i nostri “comunisti” (pecie quei rari del nostro rione) erano soltanto degli idealisti ; nulla sapevano dei Gulag e delle epurazioni della Polizia Segreta di Mosca ma anelavano soltanto ad un po’ di giustizia sociale che era loro mancata nel ventennio precedente . Comunque persone come “Don “ Ciccio M
, che portava nella tasca della giacca “l’Unità” col titolo ben in vista ,( fonte di continue scenate con la moglie che cercava di convincerlo a cambiare idea) erano tenuti a distanza dagli altri padri con il divieto di trattare “con quella famiglia” mentre noi allegramente giocavamo e fraternizzavamo con suo figlio Franco.
LE MADRI
Presumo che la stragrande maggioranza delle madri (così come i padri) ,negli anni 49-50 doveva avere un’età dai trentacinque ai quarant’anni ma queste quarantenni non vanno immaginate come quelle di oggi, belle o ancora seducenti ; piuttosto ostentavano una spiccata pinguedine ; trasanda tezza nell’abbigliamento e nei capelli (prevalentemente bianchi e tenuti su da forcine) con un bacino largo oltre misura che poggiava su gambe corte ed enormi e con dei seni abbondanti e sformati dai continui allattamenti .Le ricordo con quei visi già rugosi e sfioriti, un cipiglio da secondini; il timbro di voce sempre autoritario e con mani callose che,in caso di reticenza, entravano in azione coadiuvate da colpi di ciabatta ma che qualche volta però, erano capaci di elargire anche una carezza (cosa che da parte dei padri non avveniva mai).
LA SESSUALITA’
Quando il padre compariva in fondo alla strada il ragazzo diceva . ”stà arrivando mi Sir” e forse questo termine , più di ogni altra cosa, caratterizzava la figura del padre : “ il Sire “, il padre-padrone che noi amavamo ma soprattutto temevamo e la cui autorità era indiscutibile .L’amore nella coppia esisteva ma va letto non come lo si intende oggi – uno scambio di sensazioni tra partners – ma piuttosto come un comune innamoramento verso la “famiglia”, questo microcosmo creato insieme e che funzionava da legante solidissimo tra i coniugi Lo spunto mi è venuto ricordando quando, molti anni dopo si cominciò a parlare di “orgasmo” e mi vennero all’orecchio i commenti di due anziane del quartiere che conoscevo da tempo. Commenti scambiati in maniera sommessa da cui veniva fuori che, nella maggior parte dei casi il marito la sera si limitava ad un amplesso per soddisfare le proprie voglie senza tener conto delle esigenze della partner mentre ,il più delle volte,la moglie subiva la cosa passivamente, inibita dal pensiero di una ulteriore gravidanza e di una nuova bocca da sfamare. . Difficilmente si parlava in pubblico di sesso anzi, credo che non se ne parlasse affatto perché permaneva ancora la concezione fascista della donna , sposa,madre e angelo del focolare (che si arrovellava sul come riuscire ad accendere e a cosa metterci sopra). Certe “fantasie ” , se così potevano definirsi certe emozioni , erano appannaggio delle “signore con la cameriera” e l’atto si consumava cercando di reprimere le proprie emozioni , in primis per non svegliare i figli ed inoltre perché qualsiasi manifestazione anche simile all’orgasmo era appannaggio delle “donnacce” . Molto intimamente alcune erano pure contente se qualche volta il marito le esentava da certi “doveri” recandosi al “Casino”ma quando ,in base al vecchio adagio che “gallina che non becca ha già beccato “, la frequenza degli “approcci” veniva a scemare era la moglie che cominciava a rinfacciargli l’esistenza di “un’amante “ e lì erano scenate e liti furibonde, anche in pubblico. Questo, nella nostra strada accadeva abbastanza di rado mentre con maggiore frequenza si verificava tra il “popolo degli scantinati” con scambi di mogli, fughe e rientri (ma quelli erano “gente di niente “!).
PEDERASTIA E PEDOFILIA
Tocco questo argomento per evidenziare che,anche allora per noi ragazzi l’insidia era sempre dietro l’angolo e tali fenomeni già esistevano,anche se in maniera molto più ridotta La “Pederastia “ non la conoscevamo con questo termine ma per noi comunque erano fenomeni “anormali”. Nel primo caso ne venimmo a conoscenza attraverso la presenza di un giovane forestiero che cercò per diverse volte di avvicinare Dino ,il più sensibile di noi, circuendolo con promesse di soldi, biglietti del cinema ecc. Noi reagimmo come facevamo sempre di fronte a qualcosa dai contorni non definiti ma che intuivamo come un pericolo : a colpi di pietra (e devo dire che eravamo bravi perché uno dei nostri passatempi era il tiro a segno su barattolo da varie distanze) e a questo aggiungevamo cori a squarciagola “ Ricchiò ! “ che echeggiavano per tutto il rione. Quando poi il suo comportamento cominciò ad insospettire anche qualcuno adulto, sparì dalla circolazione .Ben diverso fu l’episodio del pedofilo (allora non si definiva con tale termine ma lo si denominava semplicemente come “debosciato”). Si trattava di un meccanico di una nota officina,con moglie e figli grandi ma le cui preferenze andavano alle ragazzine appena “sbocciate”. Molte volte nell’emporio si vantava,dopo diversi bicchieri, che quando era in servizio in Africa Orientale gli era stato molto facile “soddisfare certi gusti“, finché un bel giorno lo vedemmo che si allontanava per la salita dell’emporio con una bambina del rione in braccio mentre questa strillava a più non posso. Non potevamo tirare pietre per non ferirla ma cominciammo ad urlare per dare l’allarme fino all’arrivo delle varie mamme che lo assalirono buttandolo a terra .Questa fu anche la prima e unica volta che vidi accorrere infuriati anche molti padri e soltanto la volante della Polizia lo sottrasse a stento ad una gragnola di calci e pugni che rischiava di trasformarsi in un vero e proprio linciaggio. Dopo qualche giorno si seppe che in precedenza aveva molestato anche una “servetta” in un portone e allora la Ditta lo trasferì e non se ne sentì più parlare..
LE RAGAZZE
Erano un argomento misterioso e affascinante . Noi sapevamo poco o niente di quel mondo così diverso dal nostro -di maschiacci che si azzuffavano per un niente .solo per dare prova di supremazia nel branco. Molte, intuivamo, desideravano partecipare ai nostri giochi e qualcuna (quando si trattava di giochi meno cruenti ) si univa a noi finché ,un bel giorno, ci veniva detto che era “malata” e quando chiedevamo di farle visita (come facevamo con gli altri compagni “con la febbre “) , la madre ci mandava via dicendo che non era possibile; con l’arrivo del menarca era entrata nel mondo delle donne e non poteva più stare con noi Le ragazze erano tutte belle, di una bellezza priva di trucco e di artifici ; oserei dire di una bellezza che non ho mai più ritrovato e sbocciavano come i fiori, un po’ alla volta. Spiccavano soprattutto perché la maggioranza delle altre aveva un aspetto sgraziato, poco curato e con una corporatura bassa e nient’affatto formosa (forse dovuta al tipo di alimentazione) . Cominciò Teresa F. ,tipica bellezza mediterranea ,con un nasino sensuale all’insù e con le forme che prorompevano sotto il grembiule nero .Si fidanzò subito in casa con un uomo gelosissimo che noi prendevamo in giro con coretti e apprezzamenti proprio per questa sua tendenza e più si infuriava e più noi insistevamo. Era una forma di risentimento verso chi si stava portando via qualcosa di “nostro”ma la cosa finì presto; si sposò subito e fu la prima a lasciare la strada .Subito dopo sbocciò Concita , di una sensualità che ci lasciava storditi .Quando si affacciava alla finestra ,all’apparire di quel petto prosperoso i giochi si fermavano e sentivamo una certa tensione nel bassoventre che ancora non ci riusciva di spiegare mentre lei ci scrutava sempre come si fa con una cacca di cane. Anche lei sparì per non so quali mete ; sapemmo poi che si era inserita in ambienti della Sinistra ,si era sposata per poi separarsi (in un periodo in cui questo faceva ancora scandalo) e poi se ne sono perdute le tracce. Sbocciò Luciana. che non dava eccessiva confidenza e sulla quale noi non ci permettevamo di fare apprezzamenti ( anche perché del nostro gruppo facevano parte pure i fratelli) .e ,da ultimo Wanda (anche i suoi fratelli erano “dei nostri “) Anche lei si sposò con uno più grande di lei e sparì .mentre le altre ragazze le consideravamo appena ( o perché bruttine o perché erano di generazioni precedenti alla nostra )
I RAGAZZI
La maggior parte dei nomi aveva un diminutivo (Franchino, Enzino, Rocchino ecc..) .I nostri passatempi erano dei più vari , inventati al momento sfruttando qualsiasi stimolo ci veniva di percepire . gare di tiro a segno ai barattoli , gare di arrampicata sugli alberi , gare con tappi di birra (le cosiddette “tortorelle”) ma soprattutto le guerre tra cow boys ed gli indiani in quegli ampi spazi di campagna libera . La preferenza ,però, era per le partite di calcio con qualsiasi oggetto si avvicinasse ad un pallone e quando qualcuno cominciò a riceverlo in regalo “dalla Befana”ci parve di toccare il cielo con un dito. I ragazzi erano di varie età (li ricordo ancora oggi ad uno ad uno ) e ciascuno aveva caratteristiche che lo distingueva da tutti gli altri .Mi viene di ricordare Alfredo che , pur essendo tra i più piccoli , quando veniva picchiato non piangeva mai e che aveva un repertorio di parolacce così “scandaloso” da lasciare interdetti anche i più “vissuti” tra noi ! ( finché il padre, “Don” Saverio, ad un certo punto lo mandò a studiare in seminario.”per raddrizzarlo” ) C’era Gino , sempre imperturbabile , che sapeva scorgere il lato umoristico di qualunque .situazione ,anche la più tragica ; Sergio che correva sempre e anche quando stava fermo saltellava ;Pierino , molto dolce e che noi avevamo “adottato” perché aveva perso il padre e tanti altri .Poi c’erano coloro che chiamerei
GLI AUTOESCLUSI
coloro ,cioè, che partecipavano ai nostri giochi solo saltuariamente oppure perché erano di qualche generazione più avanti della nostra.. “Nanni” scendeva poco in strada e spesso si sentiva la voce suadente della signora Bianca (un marcato accento toscano , tanto armonioso rispetto a tutte le altre ruvide cacofonie dialettali) richiamarlo agli studi e c’era Franco , già liceale , che noi scorgevamo nella finestra a piano terra sempre chino sui libri ( la maestra Corrado era inflessibile anche in casa !) e Carmelo al secondo piano, anche lui chino sui libri, che scorgevamo dalla montagnola e da ultimo Tonio che ad un certo punto non partecipò più ai nostri giochi perché anche lui “dedito ai libri” Devo dire che in ogni famiglia si avvertiva, più o meno consapevolmente, quel desiderio di riscatto sociale ,di rivalsa per ciò che i tempi avevano negato ai padri e tutte , indistintamente, anteponevano le spese per i libri (che si compravano a rate) a qualsiasi altra priorità. Questo, devo dire, ha davvero dato i suoi frutti per cui “Nanni “è poi diventato Giampaolo D’Andrea, parlamentare dal 1992 in poi, Docente Universitario e Sottosegretario in vari Governi.; Carmelo Azzarà , il figlio del maresciallo , dalle file dell’Azione Cattolica ACLI fu eletto Consigliere Regionale della Regione Basilicata dal 1973 al 1976 nonché Presidente della stessa Giunta dal 1982 al 1987 ; poi Senatore dal 1992 e sottosegretario agli Esteri dal 92 al 94 (deceduto del 1999) Tonio Boccia –classe 1944- ha esordito come assessore allo sport nella giunta del Comune di Potenza e poi Presidente della Regione dal 1982 al 1987 . Dal 1996 è stato eletto deputato e si è fatto la fama di “deputato cavillo “ esperto di ostruzionismo perché , era il primo ad entrare nell’aula di Montecitorio e l’ultimo ad uscirne riuscendo a volte a ribaltare l’esito delle votazioni. Durante il governo Prodi II è stato segretario d’aula al Senato, incaricato di blindare le presenze dei senatori di centrosinistra e nell’ottobre 2007 andò a riprendere la senatrice a vita Rita Levi Montalcini alla toilette per ottenere i voti necessari all’approvazione di un emendamento alla Legge Finanziaria. Franco Corrado ,figlio dell’altro maresciallo , ha coronato il suo sogno di diventare giornalista fino a diventare decano dei giornalisti della Basilicata: Iniziò al “Tempo” per poi entrare in RAI fino a diventare caporedattore. Sapeva capire le persone ed era molto diretto nelle risposte Ha fondato l’Associazione Stampa Basilicata e ci ha lasciato nel 2015.Rocco Rosa , ultima palazzina sulla destra , ha sviluppato l’istinto di scrivere e nello stesso tempo ha fatto parte,in qualità di assessore , della giunta comunale dal 1980 al 1985 per cui non saprei se definirlo un giornalista prestato alla politica o un politico prestato al giornalismo. Nello stesso palazzo vi era la Signora Caricato il cui nipote ora mi risulta essere un brillante critico d’arte mentre il figlio di Teresa Fruggieri ,coniugata poi Capoluongo, attualmente è professore ordinario di Biologia Molecolare e ricercatore presso l’Istituto “Gemelli” di Roma ,e l’elenco continua con tanti altri professionisti, pur meno noti.
Pensavamo che il tempo si fosse fermato e che i giorni dovessero scorrere felici e tutti uguali ,invece eravamo giunti al “pomeriggio” di questa storia ( e della strada) .Cominciò quando una mattina vedemmo arrivare squadre di spalatori ,camion e una macchina mostruosa che ci impressionò (era il primo scavatore meccanico che vedevamo ) e che cominciò a sventrare la campagna. Vedemmo giungere i trenini su binari in miniatura , con vagoncini minerari che trasportavano la terra verso il rione “Castelli”:e le quote stradali furono perfino abbassate di quasi due metri per raccordarle alla nascente via “Trieste “(denominata così sotto la spinta emozionale dell’agone politico per riavere Trieste dalla Iugoslavia) e il rione perse la denominazione ottocentesca di rione “Tavolaro” per diventare rione “Libertà”. Anche la nostra vita cambiava ; le ore di studio non consentivano più di stare in strada e si scendeva quando si poteva (fino a non scendere affatto) mentre le famiglie,man mano, cominciarono a spostarsi nei nuovi quartieri dove le case fornivano maggiori comodità e consentivano una maggiore intimità. Contemporaneamente iniziava anche l’emigrazione per motivi di studio che poi ,il più delle volte, si concretizzava in un trasferimento definitivo. Adesso per la strada (e per noi) è giunta “la sera” e ,affacciandosi all’imbocco, non si vede altro che un immenso parcheggio tra cui si aggira qualche sparuta figura sconosciuta per far passeggiare il cane.
Mi sono sempre chiesto in tutti questi anni cosa poteva esserci di speciale in quella strada senza sbocco che, come avvolti in un utero materno, ci ha permesso di crescere uniti e cullati dall’idea che il tempo non dovesse mai trascorrere ma soprattutto mi rimane ancora inspiegabile come , in uno spazio così ristretto si sia potuta verificare – proprio lì, -, una concentrazione di figure di primo piano così alta da non aver eguali in altre realtà . Ho cercato, perciò, nell’esame dei vari aspetti della vita che si conduceva una risposta che purtroppo non è arrivata La si potrebbe liquidare in maniera semplice dicendo: “ Si è trattato soltanto di una casualità!” ma a me piace credere che si sia trattato di qualcosa di differente; un’aura ,una sensazione indefinibile che a volte ancora si avverte e a cui , pur dopo tutti questi anni, non riesco a dare un contorno ma di cui ho la conferma specie quando mi capita di scorgere ( generalmente nel periodo delle festività) qualche volto familiare che si illumina nel vedermi . Volti di persone affermate che vivono ormai da decenni in altre città e in un’altra realtà ; di persone che, quando sono qui, pur alloggiando da tutt’altra parte, alla mia domanda :”come mai qui ?” immancabilmente mi sento rispondere: “avevo nostalgia del rione ! “
