Mario Santoro
“Tanto tuonò che piovve”.
Riprendiamo il detto che la leggenda attribuisce al filososo Socrate per confermare, ove ce
ne fosse bisogno, che ogni evento, soprattutto se inaspettato e negativo, non accade mai veramente all’improvviso perché ci sono sempre alcuni indizi, che magari vanno saputi cogliere senza sottovalutarli, e che, in qualche modo, lo preannunciano, proprio come il tuono, se insistito, precede la pioggia. Più volte, da un po’ di mesi, la voce della cessione dell’attività da parte del gestore dell’edicola, di fronte all’abitazione dello scrivente, era circolata, dapprima come ipotesi vaga e remota, poi via via in maniera continua, quasi senza che alcuno prestasse davvero attenzione; l’idea che la consuetudinaria frequentazione del chiosco, ricco di giornali, libri e materiale vario, potesse interrompersi, pareva impossibile anche per uno strano ma giustificato effetto di familiarizzazione, venutosi a creare col tempo. Certe situazioni, poi, non si vogliono accettare e quando se ne parla, a ragione o a torto, lo si fa sempre con distacco. Non a caso i più dicevano che si trattava di voce senza alcun fondamento, sia perché l’edicola ‘tirava’ sia perchè unica nella zona tra le più popolose della città, sia ancora a giudicare dall’afflusso considerevole di gente. Qualcuno,(c’è sempre qualcuno!) atteggiandosi, faceva spallucce: “Che volete che sia! E poi vale sempre il detto ‘Morto il papa, se ne fa un altro’. Se vale per il papa, a maggior ragione può valere per il nostro edicolante. Vorrà dire che si cambierà gestione, oppure nei locali ci sarà un’altra attività”. Era il modo sbrigativo per licenziare l’argomento. Molti però non concordavano, anzi sottolineavano la gentilezza, l’educazione, il garbo dei gestori -padre e figlio- e si auguravano che le condizioni potessero migliorare consentendo agli stessi di continuare l’attività. In fondo l’edicola, sorta tanti anni prima e salutata con grande piacere come fatto di civiltà, era per tanti assidui frequentatori anche un punto di incontro e di veloce scambio di idee; alcuni la consideravano quasi un ritrovo, una realtà palpitante di vita al punto da sentirsi a proprio agio e perciò spesso, oltre all’acquisto del quotidiano o di qualche altro oggetto, si attardavano volentieri in convenevoli e conversavano, non solo con il gestore di turno, sempre amabile, cortese, disponibile e franco ma anche con altri avventori, quasi sempre gli stessi. Si trattava di momenti gradevoli, all’insegna dell’educazione e del rispetto e in contrasto stridente con gli atteggiamenti poco urbani del contesto sociale generale, sempre critico nei confronti di tutti e di tutte le cose, animoso, divisivo, votato all’individualismo più sfrenato e alla corsa al profitto. La domenica mattina era di prammatica la presenza dinanzi al chiosco delle solite tre- quattro persone a conversare godendo magari qualche raggio di sole o, d’estate, collocandosi lateralmente all’ombra; ad esse, se la situazione lo consentiva, si aggiungeva il gestore. Sperimentavano gradevolmente lo stare inseme anche per un tempo lungo. Pure le situazioni più belle le creavano i bambini accompagnati dai genitori. Gioiosi e festanti oltre che rumorosi e ridanciani, entravano nell’edicola per comperare pacchetti di figurine che aprivano in fretta con gridolini di sorpresa, oppure gommine particolari, matite, colori, o semplicemente emoticon. L’edicola era anche questo! La luce accesa nelle primissime ore del mattino e nel tardo pomeriggio fino a sera, a guardarla dalle finestre o dai balconi dei palazzi intorno, era una sorta di richiamo, di elemento di compagnia e di sicurezza, una piccola àncora, un segnale di appartenenza e quasi un segno di identità, una sorta di gratuita multiproprietà. La piazza, o più propriamente lo slargo piuttosto ampio dinanzi alla graziosa struttura, sempre frequentata per via anche di altre attività commerciali, in alcune ore era particolarmente animata. Giungevano, provenienti da più parti e soprattutto dal rione sottostante, di continuo le medesime persone: alcune a piedi, altre con le automobili. sempre alla stessa ora. La precisione dell’arrivo induceva me, discreto osservatore di turno, posto magari dietro i vetri di una finestra, a guardare l’orologio e a controllare l’ora e, puntuale, riaffiorava nella mente la nobile figura di I. Kant e, soprattutto la sua puntualità nel far visita quotidiana all’amico, senza mai anticipare o ritardare al punto. Proverbiale la precisione. Inevitabilmente, la vista dei frequentatori dell’edicola ingenerava un senso di vago appagamento, di piccola soddisfazione, di rasserenamento quasi, di piacere semplice e genuino. Inoltre alimentava pensieri e congetture strane. Intanto lo sguardo si soffermava a seguire i lenti passi dell’anziana signora che, come sovente dichiarava, all’uscita di messa, nella piazzetta sottostante, raggiungeva l’edicola e prendeva il giornale che portava al marito infermo perché potesse leggere le fresche notizie. Quasi per un automatismo immediato, la mente ricostruiva a suo piacimento l’immagine del malato, con dettagli e particolari che, ogni giorno mutavano un poco, mentre tornava prepotente e suscitare il riso la storia letta nella scuola media dal titolo “Il cagnolino troppo intelligente” che il suo padrone aveva addestrato prima di ammalarsi. Ogni mattina il cane, con una moneta in bocca, andava in edicola, la lasciava cadere sul banco e tornava, il giornale tra i denti, dal padrone. Dopo un po’ di giorni però prese l’abitudine di lasciare la monetina al bar vicino, dove mangiava di gusto ‘un maritozzo’ e poi passava in edicola e prendeva a credito il quotidiano. La mente fa sovente questi stranissimi accoppiamenti. Intanto l’anziana signora usciva e già un altro cliente spingeva la porta del chiosco che si apriva silenziosamente e l’edicolante, che serviva contemporaneamente più di un acquirente, aveva già pronto il giornale. Spesso le operazioni si svolgevano senza neppure parlare (non c’era bisogno di farlo), ma sempre con un chiaro sorriso di intesa. All’uscita risultava per me normale, sempre stando dietro i vetri, seguirlo con attenzione fino alla fine dello slargo e intanto arrivava una macchina e, dal colore e dalla forma, sapevo già se a guidare era un uomo o una donna, se si trattava di persona giovane o anziana e soprattutto provavo ad indovinare dove avrebbe posteggiato. Mi attardavo a seguire il rituale della discesa dall’auto, il rumore lieve o al contrario forte della portiera, il gesto di chiusura automatica dopo aver dato uno sguardo intorno e fatto qualche passo. Attendevo quindi il suo ingresso e contavo i secondi prima della sua uscita, generalmente senza sbagliare. Qualche volta provavo finanche a immaginare lo scambio di battute con l’edicolante. Spesso mi soffermavo più del solito e confesso che mi piaceva il rituale dell’entrata nel chiosco e della susseguente uscita con sotto il braccio il giornale ripiegato e approvavo anche l’attimo di indugio di qualcuno, ad osservare fuori la locandina posta in bella evidenza. Molti avventori erano anziani e lo si poteva notare più che dall’abbigliamento, dal modo di camminare, lento, compassato, malfermo. Taluni apparivano ripiegati su se stessi ma c’era, inevitabilmente, chi aveva un bel portamento e mostrava una certa fierezza vanitosa nel guardarsi attorno. Entravano nell’edicola anche persone frettolose e, immancabilmente, a una certa ora comoda -sempre la stessa- sopraggiungeva il professionista di turno, altissimo che quasi con la testa rischiava di battere contro la sovrapporta. Certo, ad avere tempo da perdere, non c’era da annoiarsi dietro i vetri. L’andiriviene, sempre lo stesso eppure non monotono, risultava anzi gradevole alla vista. Devo dire che col tempo anche io ho imparato ad indugiare nell’edicola, ad osservare taluni prodotti esposti in bell’ordine, a scambiare qualche scontata battuta tra il serio e il faceto e capitava di ricevere qualche confidenza, sia pure solo accennata, da parte del gestore che lamentava il non lauto guadagno, l’eccesso di gravami fiscali, le condizioni di lavoro non facili soprattutto nel periodo invernale, ma lo faceva con discrezione e senso del pudore. Le prime volte pensavo alla classica lamentela dei ‘commercianti’ poi, cimentandomi in strani calcoli, cominciai a rendermi conto che doveva avere ragione a ventilare l’ipotesi della cessione dell’attività o della chiusura e ammiravo lo spirito di sacrificio dell’uomo che, molto dignitosamente, tirava avanti. Un giorno, però, un manifesto colpì l’attenzione di tutti con la sua scritta fatale: la cessazione dell’attività con tanto di data, assai ravvicinata. Dopo il primo attimo di sgomento, qualcuno domandò in giro se si poteva fare qualche cosa per evitare la chiusura dal momento che, a detta del gestore, nessuno aveva fatto richiesta di subentro, poi, come semre accade, tutto si fece silenzio. E, puntuale, il giorno annunciato arrivò. Le due serrande del chiosco rimasero abbassate e lo spiazzo antistante quasi del tutto libero. Di tanto in tanto qualcuno si fermava, incredulo, sostava qualche momento, si guardava intorno ed andava via. Dietro i vetri del palazzo vicino, più di un osservatore gettava un’occhiata alla piazza con un senso di apatica rassegnazione; lasciava la postazione per qualche minuto e ritornava incapace di accettare la nuova situazione. “Non sembrava davvero possibile!”. Accadeva anche a me la stessa cosa, mentre mi attardavo pigramente e con una punta di strana malinconia: veniva meno una certezza, piccola se si vuole, ma ugualmente importante. E la mente andava oltre. Pensavo alla funzione meritoria dell’Edicola, ai giornali, ora assenti, ai piccoli acquisti quotidiani, ai molti libri comprati a prezzi anche vantaggiosi, all’occasione mancata di poter fare cultura, all’insensibilità e all’indifferenza delle istituzioni che, mi dicevo, per nulla al mondo avrebbero dovuto far chiudere, anche in considerazione del fatto che un altro chiosco era lontano da raggiungere. E andavo, sempre con la mente, alla mia fanciullezza e alla mia trepida gioia di un tempo dinanzi alla scoperta della carta stampata. Ricordavo con tenerezza l’edicola della stazione ferroviaria più importante della città; la frequentavo quasi quotidianamente abitando nelle vicinanze e mi lasciavo attrarre dagli arrivi e dalle partenze dei treni, dal lavoro tra i binari degli operai, dagli scambi non ancora automatizzati, dal continuo andirivieni dei ferrovieri, dal fascino del berretto gallonato del capostazione. Era quella la piazza. Ma ciò che più mi incantava era l’edicola bella, proiettata in avanti, ricoperta lateralmente da vetri spessi a protezione di romanzi e volumi vari e, sul davanti, stracolma di immancabili quotidiani, e di giornaletti per i ragazzi: il grande Blek, soprannominato Macigno, il capitano Miki con la sua immancabile pistola, il cavallo Napoleone e gli inseparabili amici Doppio Rhum e Salasso, Pecos Bill, il leggendario eroe del Texas, e poi l’Intrepido, il Monello, il Topolino, settimanale Disney di fumetti, il Corriere dei piccoli con i personaggi più cari: il signor Bonaventura, il Sor Pampurio, Marmittone. E, sempre sul davanti, c’erano ancora tanti settimanali dalle copertine fascinose ed attraenti come “La domenica del corriere”, uno dei periodici più in voga, poi immancabilmente il Grand Hotel, la rivista settimanale sempre attesa e tanti sognanti fotoromanzi, che però non mi attiravano. Ma le cose più belle e più preziose per me erano poste lateralmente e ben protette: i romanzi pubblicati dalla Mondadori nella nuova elegante veste a prezzi per me allora quasi proibitivi, la serie meno cara ma ugualmente affascinante nella veste verde bottiglia e nella variante azzurra con tutti i romanzi di Alessandro Dumas e quelli di Victor Hugo e con gli scrittori russi tra i quali primeggiava Tolstoi. Ed era un fascino tutto speciale e non solo per me che me ne stavo impalato, avvinto, e come istupidito e sognavo ad occhi aperti non uno scaffale tutto mio e ripieno di libri ma almeno qualche bel testo. Ecco lì, all’edicola, mi sono appassionato alla lettura ed ho imparato tanto, considerando quel chiosco un luogo quasi sacro. E così quando nello slargo nei pressi della mia abitazione si ventilò l’ipotesi di installare un’edicola, grande fu la mia emozione ed ora che essa è irrimediabilmente chiusa c’è nel cuore e nell’anima quasi una sensazione dolorosa: una sorta di sogno muore. E sono certo di non essere il solo a soffrire!
