Franco Ortolani*
Val d’AGri (Basilicata): una exit strategy per uscire dalla valle delle banane e dall’nquinamento. Se la valle delle banane si trovasse in area desertica, senza, acqua, senza attività agricole, senza abitanti gli idrocarburi potrebbero essere estratti senza problemi. Non si causerebbero danni alle risorse ambientali perchè non ci sarebbero. Ma non è così! Il giacimento della val d’Agri si trova in un territorio ricco di acqua di sorgente e acqua accumulata nel bacino artificiale del Pertusillo (circa 155 milioni di metri cubi usati per l’irrigazione e per alimentare gli acquedotti di puglia e Basilicata; una risorsa che è diventata di importanza strategica per due regioni). Inoltre il Centro Oli COVA di Viggiano dove affluisce tutto il petrolio estratto per il primo trattamento in loco di desolforizzazione è stato costruito proprio nell’area epicentrale del terremoto del 1857 di magnitudo 7,0 causato da faglie sismogenetiche locali. In sinistra orografica i fluidi di scarto sono reiniettati nel pozzo Costa Molina 2 causando sismicità indotta di bassa magnitudo in un sottosuolo che comunque è interessato da faglie sismogenetiche. Altra sismicità indotta viene innescata dal riempimento e svuotamento del bacino artificiale. Varie migliai di abitanti vivono nella valle lungo la quale sono disperse le emissioni gassose del Centro Oli. Fino ad ora è stata militarmente attuata una strategy ferrea: negare che tutte le attività arrechino inquinamento! Chi doveva ( e deve) controllare che le leggi venissero rispettate…forse le stava ancora studiando e non sapeva cosa fare. All’inizio del 2017 si è saputo che dal Centro Oli sono stati dispersi idrocarburi nel sottosuolo e nelle falde superficiali che caratterizzano i sedimenti quaternari che hanno colmato la valle dell’Agri. Il Giacimento non è esaurito e per di più deve iniziare la produzione dal giacimento Tempa Rossa che è contiguo a quello della val d’Agri. Se le attività petrolifere potessero continuare in maniera disinvolta e disincantata come fino ad ora…ci sarebbe ancora molto da guadagnare per la filiera del barile nero. E con l’inquinamento come si metterebbe? Quali potrebbero essere le strategie da seguire? 1- se le attività fossero portate avanti senza arrecare danni all’ambiente di superficie e senza causare sismicità indotta nel sottosuolo interessato da faglie sismogenetiche i costi lieviterebbero e si deve verificare fino a che punto converrebbe alle compagnie petrolifere. 2- in tal modo si interromperebbe la filiera che comprende l’estrazione, lavorazione ed elargizione di benefici vari più o meno dovuti e avidamente attesi da una parte dell’avida filiera antropica. 3- si potrebbero interrompere le attività e chi si è visto si è visto; chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Le aree inquinate rimarrebbero inquinate. 4- i giacimenti di idrocarburi potrebbero essere riconosciuti come risorsa energetica di importanza strategica nazionale da conservare per essere eventualmente utilizzati solo in caso di crisi energetica mediterranea. Le infrastrutture essenziali dei giacimenti dovrebbero essere mantenute in attesa di un loro eventuale uso futuro. Si dovrebbe procedere ad un restauro geoambientale del territorio manomesso e inquinato e ripristinate le attività produttive tipiche della valle delle banane prima del petrolio.
Prof.Franco Ortolani, ordinario di geologia all’università Federico II di Napoli,. Esperto di ciclo dei rifiuti, tecnico di riferimento dei Comitati antidiscarica, il docente è in pensione dal primo novembre scorso. Nel 1976 vinse il premio Giorgio Dal Piaz per la migliore produzione geologica di quell’anno in Italia. Battagliero difensore dell’ambiente è in prima linea per la salvaguardia dei bacini acquiferi lucani e campani.
