In questi giorni ho ritrovato un ritaglio di giornale del 1910, con la notizia di rinvenimento di “tombe preistoriche” in località Valleverde di Melfi, che in tempi passati mi ha permesso di controbattere, in miei servizi giornalistici, l’affermazione degli organi competenti di non avere notizie sulla presenza di reperti archeologici in quell’area. Negli anni ’70 sulla collina, coltivata a vigna, sorgeva la nuova Melfi e mentre la costruzione degli stabili avanzava si faceva scempio e si depredavano le tombe di vasta necropoli, esistente in quel luogo. Con miei articoli denunciavo la noncuranza e il non intervento a salvare l’inestimabile patrimonio archeologico. Quando finalmente si intervenne (purtroppo, secondo alcuni, del sito non se ne aveva conoscenza!) molta parte della necropoli era sparita, i preziosi reperti del IV sec. a.C., portati all’estero. Intanto nel restante salvato, venivano alla luce reperti preziosissimi, come le pissidi del 340 a.C., che riscrivevono un po’ la storia archeologica locale. Non più reperti vascolari d’importazione o d’imitazione ellenica (quelli dei greci in Occidente) ma manufatti decorati in una scuola locale, appunto quella del “pittore di Melfi”. Le figure hanno la particolarità, non solo di colori diversi da quelli provenienti dalla Grecia, ma di essere soggetti ermafroditi, d’ambo i sessi. Di questa parte salvata, appartenente al ceto povero, quella dei nobili e della borghesia saltata, l’etruscologo Massimo Pallottino (a lui si deve il museo di Melfi!) chiederà con insistenza l’istituzione di un parco archeologico. Ne seguirà impegno a realizzarlo, con il coinvolgimento di istituzioni regionali e nazionali, tanto da comunicare richiesta di spostamento di alcuni edifici in costruzione per salvare le tombe ubicate nell’area destinata a parco. Purtroppo anche questo inspiegabilmente salterà. E per finire l’articolo apparso sul giornale locale “L’Avvenire del Melfese”, datato 17 luglio 1910, direttore mio nonno, Avv. Giuseppe D’Andrea. In esso, che pubblico integralmente,si legge che a seguito di lavori per la condotta idrica nella località S. Marco (questo il nome originario della contrada, poi generalizzata Valleverde, come la titolazione della scuola) “vengono alla luce tombe a camera abbastanza ampie, nelle quali si rivengono reperti in terracotta, corazze, lance, spille ecc.” e altre a “fosse”. L’importante “scoverta” porta a Melfi il Direttore del Museo Provinciale, Prof. De Cicco, che per precedente rinvenimento nel luogo di altre tombe, “argomenta che una vasta necropoli si nasconda nel suo sottosuolo”. Lo studioso ne pubblicava un’accurata monografia e informava nel contempo l’Accademia dei Lincei. Era auspicio, allora, del prosieguo degli scavi con la raccomandazione che venissero eseguiti “con più oculatezza per impedire il trafugamento della suppellettile funebre”. Quasi a leggere nel futuro. Quanto avvenuto dopo 60 anni, a detta dei responsabili, per ignorare che in quel luogo esistesse l’importante necropoli, ricca di preziosi reperti.
Immagini: La riproduzione delL’articolo apparso il 1910- Le foto dell’originaria collina di Valleverde coltivata a vigna, sormontata dall’Istituto Gasparrini e Cattedra Ambulante Agricola –Le pissidi del “pittore di Melfi”, rinvenute nella necropoli – Tombe a fossa e ingresso “a camera”, ricostruito nel museo –