Sara Santoro*
L’amore e i sacrifici quotidiani di una madre
li scopri, sovente, quando stai per perderla.
Storia di ordinaria quotidianità,
quasi gloria postuma
alla figura della madre.
E’ nell’esergo, e nella lirica che lo segue “Ecco, allora io mi giro”, che è possibile rintracciare le prime, decisive, chiavi di lettura di un testo che si presenta corposo nelle sue fattezze, seppure estremamente fruibile nella grafica e nell’impaginazione, la cui lettura scorre fluida e coinvolgente fino dalle primissime pagine. E’ lì, si diceva, che, come briciole di pane lasciate dal piccolo personaggio della nota fiaba di Perrault, l’autore ci offre chiari indizi, suggerisce possibili strade interpretative e, con delicatezza e maestria, si dichiara pronto ad accompagnare il lettore, invitandolo con connnaturata discrezione, ad intraprendere, insieme con lui, un viaggio particolarmente significativo e toccante.
Più che un viaggio sarebbe corretto parlare de “il” viaggio, quello che valica la dimensionne meramente fisico-geografica, spazio temporale, seppure presente e concreta, per connotarsi specificatamente come itinerario personale, intimo e spirituale che conduce al riconoscimento di sé come figlio e, in virtù di questo, come uomo. Perché non si diventa individuo se prima non si è maturata la consapevolezza di essere stato (ed esserlo in fondo ancora e sempre) “figlio” di colei che ci ha portati in grembo e ci ha, per prima, accolto tra le sue amorevoli braccia placando, unica, il primo pianto a dirotto. Siamo, è innegabile, il frutto di quel seme. Siamo, è altrettanto incontestabile, espressione di quanto vissuto nella condizione e nel ruolo di figli che hanno “messo a frutto le opportunità concesse e che portano con sé, impressi nella carne e nello spirito, gli insegnamenti ricevuti, le raccomandazioni e i gesti ripetuti. Ma, inevitabilmente, siamo anche figli dell’ambiente nel quale abbiamo mosso i primi passi e nel quale abbiamo posto le basi per la nostra futura identità di individui adulti. E’ solo a partire da quel substrato, consolidato col tempo nella relazione quotidiana con i genitori e, in particolari e frequenti contesti, soprattutto con la propria madre, che procede poi la maturazione unica e personale di ciascuno come uomo e non più solo come figlio. Ma poco o nulla possono le esperienze fuori dal contesto familiare in tale processo. Le radici e, ancor piu, quel seme rappresentato dalle relazioni familiari dell’infanzia e dell’adolescenza, fanno di noi, autenticamente, ciò che siamo e che scegliamo di essere. Come in Buzzati ne “I due autisti”, anche qui lo spunto narrativvo è autobiografico. L’accompagnamento della madre “nel suo stato comatoso” in quello che risulta essere l’ultimo viaggio terreno, è, nel suo doloroso preannuncio dell’imminente fine, lo spunto per essere un bilancio, “testimonianza postuma del riconoscimento del ruolo della madre, sulla scia di autori come Buzzati e Camon”. E, proprio con in Buzzati, se lo spunto narrativo è autobiografico, ben presto il lettore si accorge che la narrazione travalica tale carattere e, quasi per trasfigurazione, si fa storia dall’ampio respiro, in una dimensione a tratti corale e collettiva. Il viaggio, lungo, “da solo con lei” è sempre stato desiderato, come ricorda l’autore, non solo da lui ma dalla madre stessa, entrambi consapevoli dell’opportunità che esso avrebbe potuto offrire come preziosa occasione per superare “imbarazzi reciproci” e aprire ad un dialogo e “a qualche confidenza intima”. Ma come spesso accade, il narratore rammenta che le “rare occasioni propizie, capitate per caso”, non erano state sfruttate al meglio: a taluni è riservato il dono, e per certi versi la condanna, di un’intima comunicazione che non ha necessariamente bisogno di tradursi in parole espresse (“quando stavamo insieme, sentivamo di stare bene ed eravamo contenti senza comunicarcelo; pur avendo entrambi il desiderio di confidarci sentimenti intimi, certi moti dell’anima non venivano alla luce e ci limitavamo ad esternazioni superficiali che pure gratificavano”. Il tema dell’incomunicabilità propria e costitutiva, di fatto, di ciascun essere umano, ritorna più e più volte nelle prime pagine del racconto. Si connota di sfumature amare e malinconiche laddove, di contro, emerge quasi radicale e lacerante il tentativo di frantumare, in quel tragico e definitivo contesto, il muro di incomunicabilità. “Ora che paventavo di non aver più tempo di recuperare, avvertivo un profondo senso di amarezza, di colpa e di pentimento per non aver saputo sfruttare al meglio le occasioni per conoscerla nel suo intimo, per carpirle qualche segreto”. Nei primi tratti del viaggio, in una “vecchia ambulanza della Croce verde”, emerge con lucida e palpitante chiarezza, quella sensazione di soffocamento fisico e spirituale. Rimarcate più volte sono la scomodità a cui è costretto l’autore e la precarietà del mezzo che sottopone lui e la madre a continui sobbalzi e stridii di ferraglia quasi a preannunciare l’imminente fine e che testimoniavano l’assenza “di ogni forma di riguardo nei confronti della persona a me cara”. Tale condizione, per irriguardosa beffa, sembra diventare metafora della dimensione interiore dell’autore. La ricerca, quasi ossessiva, di parole da pronunciare, forse per non sprecare, ancora una volta, la situazione apparentemente proprizia, imperversa nelle prima pagine del racconto: “Ero dunque solo con mia madre, […] e quindi potevo parlarle davvero in libertà, eppure mi riusciva difficile anche formulare un solo pensiero“. Si strugge l’autore per quella “sensazione di vuoto che dominava la mia mente”, per l’incapacità di dare sfogo ai pensieri: “In quella situazione di solitudine pensavo alla mia pochezza, non solo non riuscivo a confezionare una bella frase, di quelle che avrebbero inorgoglito mia madre, ma non sapevo ricorrere, come solevo fare in varie occasioni, nemmeno alle storte sillabe di Montale, autore a me particolarmente caro“. E dunque un doppio tradimento, agli occhi del’autore, è compiuto: nei confronti della poesia, compagna e consolazione, “nella condizione di vero bisogno”, e in quelli della madre, ora privata della voce del figlio, “a lei assai gradita“. Il tentativo, a tratti spasmodico e ossessivo, di recuperare almeno qualche “storta sillaba” è descritto con sublime coinvolgimento: “Non avevo nemmeno la forza di chiamare mia madre […[ Eppure volevo farle capire che ero lì, al suo fianco, ripeterle che le volevo bene ma ero come paralizzato e mi chiedevo come potessero riuscire gli attori, in certi film, a dialogare, con bellezza di espressioni, con le persone in coma. Pensavo alla magia della finzione e mi pesava come piombo la realtà”. Solo il ricordo delle carezze della madre, con quelle sue mani forti e ruvide, e della sua giovane presenza rassicurante consentono all’autore di lenire la ferita inferta dalla cruda realtà e, in quel momento doloroso, proprio come un tempo, ritrova quel “magico potere di far tornare per me il sereno e mi acquietavo“. E così quell’ultimo tragico viaggio inizia ad assumere le sembianze di un colloquio tutto inedito, tra figlio e madre, dalle connotazioni inconsuete e non tradizionali del termine. E non solo perché la circostanza nella quale tenta di figurarsi non consente una conversazione tra pari, l’instaurazione di un dialogo reciproco e condiviso. La relazione espressiva tra madre e figlio perde la specifica componente dell’hic et nunc propria del consueto colloquio in presenza per dipanarsi al di là del tempo presente e dello spazio fisico attuale. Le parole diventano immagini, suoni e profumi, di ricordi indelebili e impressi come fuoco fuoco vivo nella carne e nell’animo. Ed è attraverso i continui rimandi al passato, con riferimento ad espisodi vissuti nell’infanzia e nell’adolescenza, tanto dell’autore quanto del personaggio della madre, che si intesse il dialogo. La conversazione inedita prende forma e, avvalendosi del linguaggio espressivo dei ricordi, i due protagonisti prendono la parola e si ritrovano a dialogare. Quello che, strutturalmente si articola in un soliloquio, è in realtà il prodotto di una implicita conversazione: a parlare per loro sono i molteplici “rimandi a richiami anche lontani”, rievocati dal figlio in un “ripescaggio” talvolta “casuale della memoria” e altre volte per suggestioni e accostamenti. E’ dalla rievocazione di eventi, di singoli epidodi, di barlumi sparsi della memoria che, come trama intrecciata magistralmente, l’autore dà voce a chi voce non ha più e ne ricompone la figura delineandone i tratti più significativi, le movenze, le mille sfaccettature. All’inizio i ricordi compaiono a sprazzi, a frammenti, quasi faticano a trovare forma e collocazione in quello spazio angusto e dai tratti claustrofobici. Nei primi capitoli il lettore si trova proiettato in quella mal messa ambulanza, i cui sobbalzi e rumori, in modo beffardo e crudele, riportano alla triste realtà l’autore impedendogli di prolungare gli attimi di giovamento, quasi boccate salvifiche di ossigeno, rappresentati dai rimandi al passato. La corsa del mezzo, “con sbalzi e scosse, fruscii e rumori di vario genere”, tiene inevitabilmente ancorati al doloroso presente, concedendo solo poco spazio ai salti della memoria. Ma, seppure ancora brevi e frammentati, in essi già emergono, con palese evidenza, quelle componenti che andranno, pian piano, a tratteggiare e a delineare la figura centrale del racconto. E dunque prende forma la personalità della madre, generosa e disponibile oltre misura, discreta e presente sempre nel momento del bisogno, ed emerge il legame speciale, unico e privilagiato esistente tra lei e l’autore. Se all’inizio i ricordi spuntano a sprazzi alternandosi a bruschi e dolorosi risvegli, nel corso del racconto, come per confidenza acquisita e abitudine raggiunta con quell’andatura ondivaga propria dell’ambulanza, sembrano aprirsi un varco e acquistare maggior respiro. E così che procede fluida e corposa la narrazione di episodi e vicende del passato: l’alternarsi di rituali religiosi, come la processione e la recita del rosario durante il mese di maggio, e profani, come la preparazione per le provviste per l’inverno, il racconto delle trasformazioni che, inevitabilmente, alcuni mestieri erano destinati a subire o, ancora, la vacanza al mare. Per lieve rimando all’opera di Camon (Un altare per la madre), ogni episodio è per sempre testimonianza e tenero tributo alla figura della madre, donna dal carattere deciso, da un incontenibile senso del sacrificio e da una fede che accompagna ogni gesto e azione: “in tutte le cose della nostra vita, piccole o grandi, Dio ci mette la mano. Guai se non la mettesse. Anche tutto questo fervore di cambiamentto intorno a noi è merito suo“. Se il là narrativo, lo spunto, è autobiografico, lo sviluppo del racconto presenta ben presto un respiro più ampio, assumendo la connotazione di una “storia di ordinaria quotidianità”, come scrive l’autore stesso nell’esergo. Emerge evidente dal racconto l’importanza del contesto storico culturale, coprotagonista che permette di trasformare e connotare la vicenda personale in una domensione più ampia, collettiva. La vicenda familiare assume così i tratti di un’opera corale proprio in virtù della dimensione spazio-temporale in cui viene mirabilmente collocata e raccontata. E’ un ambiente che, pur conservando tenacemente per taluni aspetti le caratteristiche proprie del mondo contadino arcaico, strizza l’occhio ai cambiamenti e alle trasformazioni che ammaliano e lo corteggiano. Si presenta così in bilico, oscillante tra una cultura ancora permeata di ritualità, religiosa e non solo, e di rigidi e solidi valori improntati alla solidarietà e alla condivisione e, di contro, il moderno e luminoso scenario che il progresso, con i suoi cambiamenti e trasformazioni, sta rapidamente dispiegando su quell’antica civiltà. Ne sono esempio la pasta comperata in salumeria, l’arrivo del frigo, il riferimento al macinino elettrico per sminuzzare i peperoni ecc. Ritorna più volte la sensazione di velata e nel contempo convinta fiducia nel futuro, un ottimismo che prende forma nelle conquiste e nelle trasformazioni concrete del progresso e che porta l’autore a dire: “la nostra era una vita serena e senza pretese. Ci contentavamo di quel poco che avevamo e che ci sembrava molto ed avevamo l’idea che il futuro sarebbe stato migliore per tutti“. Eppure, come si suol dire, per esserci la luce è nacessaria anche la presenza dell’oscurità. E la madre, nella sua lungimiranza, nonché per una sorta di maturità frutto di esperienza e di spirito di sacrificio, riconosceva che in quella luminosità qualche ombra dovesse inevitabilmente nascondersi. “Era convinta degli enormi vantaggi del progresso ma al tempo stesso avvertiva una strana malinconia per un mondo che stava scomparendo e, secondo lei, troppo velocemente”. E, profetica, sapeva dare nome ed espressione a tale insidia: “Così viene a cambiare il sistema delle relazioni tra le persone ]…]. Ci si incontra sempre meno spesso, si parla poco con i conoscenti, non si sta più tanto insieme e ognuno, a poco a poco, tende a chiudersi nella sua abitazione. La parte centrale, quella più corposa della narrazione, procede incalzante. Al racconto di una società in trasformazione e descritta, come detto, con uno spirito di accettazione e curiosità ma anche “con una punta di malinconia”, si alternano episodi che rimandano ad una tradizione ancora ben radicata e ancorata all’interno dei singoli nuclei familiari, nei quali per altro, il senso della famiglia soverchia ogni altra cosa. Il ricorso, nella narrazione, alla prima persona consente al lettore quasi un’idenificazione con il narratore e, nel contempo, permette l’accesso in una dimesione esperienziale comune, condivisa. Emerge dunque evidente l’intentio auctoris di scrivere una storia “che fosse insieme personale e comune, nella quale potessero ritrovarsi, in tutto o in parte, i lettori”. E, in quato storia di “ordinaria quotidianità”, tale obiettivo risulta conseguito in pieno. Tanto più che è proprio nell’ordinario, in quella preziosa ricerca di poesia nel quotidiano, che è possibile scorgere i segni di una bellezza imperitura. Episodi di vita ordinaria diventano così luoghi di senso e segreto di felicità e pienezza. Perché è nelle cose, e ancor più nelle persone che diamo spesso per scontate e che fanno parte del nostro quotidiano vissuto, che trovano rifugio e si celano la vera poesia e l’autentica bellezza. L’ordinario trasmuta, così, in stra-ordinario, in preziosa e prodigiosa eccezionalità. Poetiche e delicatamente toccanti sono le pagine in cui l’autore prefigura, in una sorta di prolessi narrativa, il rito funebre della madre, descritto però a partire, ancora una volta, dall’eco di un ricordo. Contrasta la descrizione dei gesti che era in uso compiere la madre quando accorreva presso il letto sul quale era disteso il morto con l’immagine che il narratore prefigura. La delicatezza quasi rituale delle movenze della madre (“entrava in punta di piedi ]…] toccava delicatamente con le dita della mano destra la fronte e, contemporaneamente, con la sinistra sfiorava la mani incrociate sul ventre; recitava una preghiera”, la discrezione e nel contempo la sentita partecipazione che si tramuta in semplici gesti inattesi dalla valenza marcatamente empatica come il porre, dopo aver dato le condoglianze, nelle mani dei cari “qualche cioccolatino, dei biscotti e delle caramelle”, gli altri rituali che era solita compiere in quelle circostanza, sempre nel segno della discrezione e delicatezza connaturate nella sua persona. “Nulla di tutto ciò”– chiosa il narratore –”avrebbero fatto le persone del palazzo”. E invece, in una sorta di amorosa filiazione, quasi un tentativo di far rimanere in vita i materni rituali e prolungarne l’esistenza, l’autore s’immagina “recitare, con la voce di mia madre, qualche preghiera, magari di quelle antiche e strane apprese da bambino” . Prosegue, quasi a voler rendere concreto il sogno: “Scandivo nella mente le parole accompagnandole coi gesti di mia madre e mi sforzavo, chiudendo gli occhi, di vederla in piedi dinanzi a me e sorridermi con gratitudine. Non c’era cosa che la rendesse più felice che quella di sapere che un figlio pregava”. Con andamento narrativo circolare, nei capitoli finali sembra giungere a compimento quanto gettato come seme nelle prima pagine dell’opera. Nel capitolo 53, il penultimo, con suuggestivo richiamo alla tradizione classica e al topos letterario della visione onirica, l’autore racconta un sogno, articolato come una sorta di dialogo postumo tra lui e la madre ormai defunta. Ciò che non si è potuto concretizzare durante il viaggio in ambulanza sembra invece attuarsi proprio nella dimensione onirica, laddove si ripropone quel gioco simbolico “di intesa tutta nostra” -per usare le parole dell’autore e sembra sciogliersi come “il nodo del grembiule“, quell’ombra che fin dal principio, si stende “per vaghezza di cenni”. Si ricompone così, la storia con un dialogo profondo e sentito tra due in una dimensione altra, quasi iperuranica. E, d’altronde, non poteva che essere così, per un testo che è “Quasi gloria postuma alla figura della madre” come infatti scrive, ancora una volta l’autore, nell’esergo. Nell’ultimo capitolo, il 54, pur nella sua originalità, suggestivo è il richiamo all’altare di rame dell’opera di Camon, simbolo del sentimento d’immortalità dell’amore, fatto erigere per la madre. Nel “nostro” racconto, l’altare è composto di parole che si esprimono con il linguaggio, tutto peculiare e prezioso, dei ricordi, ma trova concretezza aimbolica nell’ultima, struggente scena, quella visita al cimitero: “Alzo la sguardo lentamente fino al settimo ripiano e la sorridente foto di mia madre mi accoglie contrastando il mio viso serio e malinconico”. La parola, quella che, per circostanza tragica, all’inizio del racconto, sembra faticare ad emergere da un animo franto e lacerato, ora diventa preghiera, luce, verità: “è troppo in alto mia madre, più vicina al cielo che alla terra ]…] ma appena sorge il sole i primi raggi sono i suoi”.
- Prof.Sara Santoro, docente di materie letterarie, studiosa di autori di letteratura italiana e straniera
