DINO DE ANGELIS

Dopo qualche giorno dall’ “occupazione” mi sono fatto finalmente  un’idea dello spazio riconquistato. Il CONI difficilmente potrà essere riadibito ad impianto sportivo secondo quella che era la sua funzione originaria. Il tempo passato nell’incuria dell’abbandono lo ha progressivamente allontanato, per varie ragioni (prima fra tutte l’inidoneità di quegli spazi), dalla pratica di quelle attività che una volta erano sportive (dilettantistiche o agonistiche ha poca importanza). Esisteva un contenitore dove si praticavano vari sport, oggi in questo contenitore non si gioca più nessuna partita, tranne quella, piuttosto pigra, dell’oblio. È diventato ormai un palazzetto dimenticato da tutti, oggetto solo di sterili proclami negli anni da parte di amministratori poco avveduti che si sono limitati a fare affermazioni sprovvedute, intitolando e promettendo cose che non potevano promettere. La realtà parla invece di un contenitore lasciato morire come qualcosa che non interessa a nessuno. Finchè un giorno, dei ragazzi che una volta si sarebbero chiamati: collettivo, fanno una cosa che una volta – e ancora oggi – si chiama occupazione, e d’improvviso succede che molti, come scesi dall’albero della cuccagna, si accorgono improvvisamente della esistenza di quel contenitore. Così i dotti, medici e sapienti (come li definirebbe un cantautore) ritornano a pontificare sullo stato del palazzetto CONI e sul metodo usato. “Non è giusto, è inappropriato, ma come si permettono, chi sono loro per usare un contenitore pubblico?”

.Ritornate sull’albero. Quei ragazzi, quello spazio non lo hanno occupato e basta. Ci stanno mettendo energie e idee per fare quello che qualunque amministrazione avrebbe dovuto fare: stanno interrogando se stessi e, con la loro azione, la città intera, su una questione semplice quanto fondamentale: cosa ne vogliamo fare di questo spazio, nel cuore della città? Quei ragazzi stanno praticando un’azione di partecipazione che, in presenza di un’amministrazione normale, l’avrebbe dovuto proporre lei una sollecitazione dal basso, ma visto che tutto questo manca, allora dei ragazzi, riuniti in quello che una volta si chiamava collettivo, ci hanno pensato loro a provare a recuperare quello spazio. Uno spazio che trasuda da ogni suo muro energie e amicizia, partite vinte e perse, fatica e terremoto, ricordi indelebili di giornate lunghissime trascorse lì dentro, di occhi che si sono incantati sulle traiettorie, di mani che su quelle tribune hanno applaudito fino a spellarsi, di pugni andati a segno e di pugni mancati, di mani che si sono strette, alla fine, tra vincitori e vinti, di anime che ci sono passate e anime che non se ne sono mai andate e che ancora aleggiano dentro quegli spogliatoi, dentro quella palestra di vita.

Tornate sull’albero della cuccagna e lasciate che questi ragazzi, finalmente, facciano. In questa città sono assai poche le iniziative autonome e distanti dal parere di chi autorizza: “ andate, adesso potete”. Loro, semplicemente, quel parere non l’hanno mai richiesto. Hanno ritenuto che non ce ne fosse bisogno per fare quello che avevano intenzione di fare, in uno spazio dimenticato. Non ne conosco nemmeno uno di quei ragazzi, forse nemmeno uno di loro sa quante generazioni di potentini ci è passata lì dentro, forse nemmeno uno di loro ha mai visto giocare una partita di pallacanestro, di pallavolo, un incontro di pugilato, di arti marziali, di scherma. Ma non importa. Quello che importa è che oggi quei ragazzi hanno deciso che è arrivato il momento di far tornare a far respirare di aria pulita uno spazio pieno di aria viziata e non hanno solo riaperto le porte, ne hanno pulito i camminamenti esterni e stanno programmando attività di vario tipo. No, niente delle cose che c’erano un tempo. Niente più palloni che rimbalzano, reti che dividono, canestri sospesi e sguardi trepidanti, ma l’aria che oggi arriva dentro è ugualmente ricca di pathos, di emozione, di partecipazione e, soprattutto, di voglia di ricominciare. La differenza con il passato è evidente: non ci saranno più vincitori nè vinti. Nell’ex palestra CONI di Parco Montereale a Potenza, un tempo luogo di sfide e di verdetti, oggi chiunque ci mette i piedi e dà il suo contributo, ha vinto.

Per il nulla che posso, per le storie di persone e di sport e per i decenni che ci ho passato dentro, per l’affetto incondizionato che mi lega a ciascuno di quei mattoni, da oggi in poi anche io mi sento di essere un vincitore delle partite che si giocheranno in quello spazio. Dateci dentro.