Leonardo Pisani
5 anni fa ci lasciava l’Ultimo dei Cusci, ebbene sì termine da nobilitare come tra sarcasmo, ironica, e cruda verità fece il poliedrico Vito Fiorellini, aviglianese verace anche quando fu assessore comunale a Milano, uomo di cultura ma legato alla sua “Terra” , sia quella Elettiva ossia Avigliano che la sua a Lavangone. Era il 12 luglio 2017 quando Vito Fiorellini ci lasciò, per usare un detto a lui caro: “Sim gà terra a ciccie”, «Siamo già terra e ceci», è un’espressione mutuata dal suo caro dialetto aviglianese per indicare la morte. Una frase che si ritrova nel suo straordinario romanzo, autobiografia e mitica storia di famiglia che è “L’Ultimo dei Cusci”. Vito Fiorellini ci ha lasciato in quella Milano, dove si era trasferito da giovane laureato, fresco dottore in giurisprudenza e dove ha vissuto sino all’ultimo. Ma vissuto a metà, perchè cuore e mente erano sempre per “La Terra”; quel “sciam alla Terra” per dire andiamo ad Avigliano, la terra madre di tutti gli aviglianesi in ogni zona della Lucania, dell’Italia o del mondo.
Marcello Pittella e Vito Fiorellini
La “capitale” non esiste è un termine folkloristico – ad essere buoni – l’avvocato Fiorellini era uno di quelli e tale si sentiva. La sua vita può essere condensata nel titolo di un suo libro “Da Avigliano Scalo al Comune di Milano”. Storia di un burocrate anti burocrazia”. Fiorellini era nato ad Avigliano l’11 ottobre 1927, la sua infanzia tra Lavangone, Avigliano del post Gianturco – ancora era viva la memoria del ministro e del suo “designato erede” il poeta e avvocato Antonio Labella, le scuole a Potenza, al liceo classico – studente vivace e discolo – era fiero nella sua ironia di aver ricevuto “unico caso, forse, in Italia” il diploma di maturità classica “ad honorem” dal Liceo Quinto Orazio Flacco di Potenza, quale “allievo mancato e poi adempiuto”. Quel diploma che aveva già conseguito nel 1946 nello stesso Liceo, ma solo da privatista. Poi nel 1951 laurea in giurisprudenza a Bari , e ritorna ancora la “Terra” il suo professore della tesi fu l’altro aviglianese Leonardo Coviello Junior, nipote di Leonardo e Nicola, fedeli discepoli di Emanuele Gianturco e di quella “scuola aviglianese del diritto”. Poi la partenza verso la “Capitale Morale” di Italia, la Milano che si apprestava al boom economico. Il giovane Fiorellini è nel 1952 sostituto avvocato presso l’Avvocatura Comunale di Milano. Una carriera rapida, ingegno e fantasia. Nel 1957 vice capo dell’Urbanistica. Nel 1963 capo dei Lavori Pubblici. Nel 1971 si dimette. Ed inizia la libera professione e anche l’attività politica. Ormai è il punto di riferimento dei concittadini e dei lucani a Milano.
Fiorellini nella campagna elettorale 1975
Nel 1975 si candidò nelle liste Partito Socialdemocratico, affittò per la campagna elettorale una cascina dove incontrava i suoi “Grandi elettori” ovvero i Lucani, i suoi corregionali fu eletto con 1810 voti consigliere comunale a Milano, assieme a Paolo Pillitteri (futuro sindaco di Milano) e Walter Armanini, diede vita al Muis, gruppo politico che consentì il varo della prima giunta rossa milanese con sindaco l’indimenticabile Aldo Aniasi, il mitico comandante partigiano “Iso”. Nella giunta Aniasi Fiorellini fu assessore ai Parchi, Giardini, Sanità ed Ecologia, successivamente fu, per un brevissimo periodo, Presidente delle Farmacie comunali. Poi si dimise, dedicandosi alla attività forense e culturale.
Fiorellini con a destra l’Ing. Egidio Cantisani lucano e suo grande amico
Da cinquant’anni si comportava ed era il “console onorario” della Basilicata a Milano. Per chiunque di noi che avesse vissuto a Milano o dintorni, capitava specie se aviglianese la domanda “ma conosci l’avvocato Fiorellini”. Una domanda che mi è stata rivolta tante volte. Con Avigliano mantenne sempre quel rapporto ancestrale, stretto, da figlio di “Cuscio Imperiale”, tempo fa chiese di me per un mio articolo “L’Elogio dei Cusci” dove parlavo del mio incontro con la straordinaria poetessa Beatrice Viggiani, la pronipote di Giustino Fortunato che mi disse: «Io ho imparato tanto dai contadini di Montocchio non dagli intellettuali di Potenza; la mia Università sono stati gli aviglianesi. Non mi hanno insegnato a leggere, ma mi hanno insegnato a vivere; io ho iniziato a scrivere per loro». Io pensai subito a Vito Fiorellini e parlai di lui a Beatrice. Dopo la video intervista, scrissi una sintesi rifacendomi all’altro aviglianese Fiorellini, che era direttamente figlio ed eredi di quei contadini aviglianesi. Dei quali ha scritto e descritto con garbo, fierezza e immensa ironia. “L’Ultimo dei Cusci” ha ricevuto il “Primo premio letterario assoluto Città di Torino”; il “Primo Premio Letterario Città di Milano”; il “Premio Arco” della Pro loco di Avigliano; il “Carpine d’argento di Possidente”.
Tra gli altri lavori di Fiorellini: il romanzo “Milano: nove mesi meno un anno” (Silvio Mursia Editore – Milano); “Il Barone del Bosco di Policoro”, pubblicato dopo circa vent’anni di ricerche documentali in archivi pubblici e privati e le recenti memorie “Da Avigliano Scalo al Comune di Milano”. Fiorellini è stato socio onorario della Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai di Avigliano.
“Scitta è” e mò “Zolenzioooooo”disse il Cuscio Imperiale degli Staufen
Regno di Lavangone, nella camera di letto di Peppe, vero ed unico “Cuscio di razza Imperiale” c’era un ritratto assieme alle insegne con scritte in latino “Imperator Fridericus Secundus”; “Felix Victor ac Triumphator” ed altre. Se qualcuno chiedeva che volesse significare tutta quella roba appesa, Peppe se era un aviglianese rispondeva- agli altri “ gli stranieri” dava poca confidenza e non erano ammessi nella sua stanza. «Fu il nonno del nonno del nostro nonno, Federico Secondo Di Svevia, nostro imperatore e progenitore, Hohenstaufen! Per questo siamo Cusci!» E chi fiatava subito un secco “Zolenzioooo” e se insisteva poi poteva essere pericoloso … Mai contradirre un “Cuscio discendente dello Stupor Mundi”.
Si proprio dai Cusci – mitizzati da quel favoloso libro di Vito Fiorellini “ L’ultimo dei Cusci” – quei contadini che Manlio Rossi Doria definì i più grandi colonizzatori che abbia mai conosciuto; uomini e donne, pastori, braccianti, artigiani che nel corso dei secoli partendo da una Avigliano troppo popolata e con un territorio troppo piccolo hanno ripopolato il feudo disabitato di Lagopesole portati lì da quei grandi feudatari imprenditori che furono i Doria Pamphili; che hanno ripopolato le campagne dell’aviglianese e non solo: anche di Potenza, Ruoti, Bella, Pietragalla, Forenza, Ripacandida, Atella, Rionero in Vulture, Barile, San Fele, Vaglio Basilicata, Tito, Pignola, Picerno, Baragiano e anche Scanzano e la costa Jonica, senza dimenticare Filiano, già frazione di Avigliano, o Sant’Ilario di Atella o San Cataldo di Bella. L’ironia, il sarcasmo, l’uso del dialetto, poi del dialetto italianizzato e viceversa, assieme ad una prosa da narratore a tratti verista, a tratti lirico, un bel italiano scorrevole rendono il capolavoro di Vito Fiorellini unico. Anche quando goliardicamente mette in risalto le caratteristiche dell’essere aviglianese. Innazittutto gli altri sono : piedispaccati di Pietragalla, briganti di Rionero, culineri di Palalazzo, bruciamorti di Potenza, ciuoti di Anzi, Ratella panzicuotti… Cusci senza necessità di specificazione soltanto di Avigliano, ma attenzione non possono essere “Cusci” ed ambire al titolo pure se aviglianesi chi è artiere, postino, daziere, impiegato, guardia di ogni tipo, poliziotto, carabiniere e archivista. Il vero cuscio è in lotta contro tutti; per primi i “putenzis” ma poi “cuscio contro cuscio”. A Lavangone, da aviglianesi di campagna bisogna essere contro gli aviglianesi di città, poi come aviglianesi di Lavangone bisognava essere contro gli aviglianesi di tutte le altre frazioni. Poi da lavangonesi di qua di Tiera detti “palazzesi” come il “Cuscio Imperiale” bisognava essere contro quelli al di là di Tiera, detto macchiamalignesi. Poi i palazzesi della terra lavorata a mano contro i palazzesi della ferrovia, ecc ecc. Insomma “scittà è” solo io, il carattere individualista dell’aviglianese, assieme alla “purfiria” che Vito Fiorellini descrive in questo modo: «Mio padre, essendo autentico Cuscio, faceva un balzo e s’attaccava a volo, con un braccio, al collo del mulo più vicino, come volesse baciarlo. Gli azzannava invece il labbro inferiore, anzi quella massa molle che è in punta alla mascella, e dava dentro a morsi, coi suoi denti forti, facendo piangere il mulo di dolore». Purfiria era dimostrazione di comando e autorità ma anche per la raffinata goliardia di Fiorellini «massima immutabilità sulla posizione presa, ma anche massima mutevolezza».
