Leonardo Pisani
Una figura femminile poliedrica e molto legata alla Basilicata, molto religiosa si adoperò per la liberazione di molti schiavi nelle mani dei turchi pagandone il riscatto, filantropa nella stessa Melfi istituì il Monte di Pietà donando l’enorme somma di diecimila ducati, parliamo di Zanobia Principessa di Melfi, Signora di Lagopesole, Lacedonia, Forenza e Candela.
Zanobia era figlia di Marcantonio Del Carretto, adottato da Andrea Doria da cui erediterà il principato di Melfi, e d Donna Vittoria Todeschini Piccolomini d’Aragona dei Duchi di Amalfi, alcune fonti storiche danno la nascita a Melfi il 30 novembre 1541, verosimile dato che il padre Marcantonio ebbe il diretto controllo del feudo di Lagopesole del quel intuì le potenzialità economiche e “intraprese una politica agraria propria, aprendo il feudo di Lagopesole – praticamente disabitato – alla colonizzazione dei contadini aviglianesi” ( Carlo Palestrina Il feudo di Lagopesole nello Stato di Melfi) . Zanobia Sposò appena diciottenne Gianandrea Doria, nel giorno del Corpus Domini del 1558 a Gaeta, portandogli in dote il feudo melfitano e assicurando alla comune discendenza i diritti dei marchesi Del Carretto di Finale, la cui linea maschile si estinse nel 1602. Lei, però, fu la principessa regnante e il marito, marchese di Torriglia e conte di Loano le subentrerà alla morte.
Pur se inizialmente fu un matrimonio dinastico, combinato per motivi ereditari e di prestigio di casata; tra i due vi su vero amore come dimostra la biografia di Gianandrea Doria “già nel 1550 furono definiti i termini del contratto matrimoniale con Zenobia, figlia di Marc’Antonio Doria Dei Carretto (figlio di Peretta De Mari [Usodiniare], sposata in seconde nozze da Andrea; uno dei caposaldi di questo contratto era che il principato di Melfi (trasferito da Andrea a Marc’Antonio) sarebbe passato per successione a Zenobia, in modo da ritornare nella famiglia di origine alla sua morte. Non fu questo però solo un matrimonio “dinastico” e di interessi; l’essere cresciuti per anni da giovani nella stessa casa fece si che si formasse una salda e duratura unione: nella sua autobiografia il D. non solo scriverà “dell’inclinatione grande che hebbi sempre di maritarmi con D. Zenobia”, ma ricorderà anche “l’esser stato dall’undici anni in sino alli quattordici sempre molti giorni, settimane e mesi in una casa come persone che havevano da essere marito e moglie”. Nelle disposizioni che diede per il suo funerale nel 1604 ordinò che nella mano sinistra fosse posta una ciocca dei capelli di Zenobia (che era già morta nel dicembre del 1590).
Gianandrea e Zenobia Doria
Donazione di 10mila ducati al Monte di Pietà di Mlefi
I discendenti di Zanobia e Gian Andrea utilizzarono il cognome Doria Del Carretto, sostituito solo nel Settecento dal cognome Doria Pamphili. La discendenza di Andrea II, figlio di Zanobia, amministrerà Melfi fino all’applicazione delle leggi eversive della feudalità (1806) con il 14° principe Luigi Giovanni Andrea (+1838). Zanobia Del Carretto Doria è ricordata anche per le sue attività di benefattrice, fra cui l’istituzione dei monti di pietà di Melfi, Loano, Torriglia,Carrega Ligure e Ottone: contribuì, inoltre, al riscatto di molti schiavi cristiani catturati dai musulmani.
Il nome della principessa è particolarmente legato a Loano, di cui il consorte era feudatario e dove lei soggiornava nei mesi più freddi dell’inverno. Assieme a Gianandrea assicurò la committenza del centro monumentale di Loano, fra cui il palazzo Doria, la torre pentagonale, la loggetta aerea e il borgo ben squadrato e circondato da mura: tali opere furono completate nel1578), mentre la chiesa di Sant’Agostino nel periodo 1588-1590.
Zenobia scomparsve dopo una lunga malattia a Genova il 18 dicembre 1590.
Gabriello Chiabrera (Savona, 8 giugno 1552 – ivi, 14 ottobre 1638) poeta e drammaturgo.
“In morte dell’ECCELLENTIS. D. ZENOBIA DORIA /
Pianta, ch’ eccelsa in sulla piaggia alpina /
Spande le chiome onor della foresta /
Unqua non forge più, se per tempesta, /
O per forza di fulmine ruina.
Ma bell’anima al ciel sale divina /
Dopo l’orror della stagion funesta./
A che tanto lagnarsi? Atropo infesta /
Fa di corpo mortal vana rapina. /
La nobil Donna a’ pie’ di Dio sicura /
Sfavilla in alto, ove mirabil’arte /
Farà d’altrui giovar con fua preghiera./
E già fedele al suo signor procura, /
Ed al figlio gentil ramo di Marte, /
Tranquillo il sen dell’Anfitrite Ibera”.//
