di Mario Santoro
Che le date siano significative per la vita dell’uomo e servano a segnare avvenimenti importanti, storici, sociali, familiari, personali e in qualche modo aiutino a fissare un ordine cronologico, un prima, un durante, un poi, è cosa acclarata e certamene l’uomo non può farne a meno. Non tutte però per il soggetto singolo hanno la stessa importanza: vi sono date e date. Alcune poi sono gradevoli da ricordare, altre, al contrario, vorrebbero finanche dimenticarsi e magari tornano sovente alla mente ed arrecano sofferenza.
Non mancano poi date che assumono valore di coincidenza.
Oggi, 10 luglio, il calendario dice: santa Felicita.
E la mente apre percorsi diversi: nella direzione della santa, processata sotto Marco Aurelio, condannata con i suoi sette figli, giustiziati prima di lei; nel rimando al nome della dea latina dell’abbondanza, Felicitas, e, più vicino a noi, alla straordinaria figura di cui parla il poeta Gozzano nella memorabile poesia “Signorina Felicita” e lo fa con ironia bonaria, con benevolenza e condiscendenza, con senso di malinconico rimpianto e ricorrendo ad uno stile morbido, dialogante, accattivante, gradevole, intelligente, quasi un racconto fiabesco da vivere accanto ‘alla vampa del focolare tranquillo”, di stampo tennysoniano, magari seguendo le fiamme tremolanti o le “monachine scintillanti e belle”di cui parla il poeta Enrico Panzacchi.
Dunque la data 10 luglio che pigramente e, quasi casualmente, leggo sul calendario appeso alla parete, assume improvvisamente una valenza particolare e rimanda forse a una situazione analoga, accaduta o immaginata, nei primi anni del secolo scorso.
Si tratta, a pensarci, di uno stranissimo filo di collegamento con un’epoca passata.
Certo il calendario, di continuo manipolato dall’uomo, va anche oltre, quasi a minare l’atmosfera di incanto che si crea con immediatezza, e propone anche altre date atte a ricordare il nome Felicita e indica, infrangendo il sogno, nella data del 10 luglio, i sette fratelli (Orenzio, Farnace, Eros, Firmo, Firmino, Ciriaco, Longino), soldati romani originari di Antiochia, morti martiri ad opera dell’imperatore Massimiano.
Ma noi rimaniamo fedeli al poeta torinese e preferiamo assegnare la data più che ai sette fratelli, alla loro madre, Felicita, nel rimando alla Felicita di Gozzano, donna semplice, spontanea, diretta, alla buona, provinciale, ignorante ma genuina, non certamente bella ma capace di vivere serenamente la sua condizione di donna comune e casalinga.
E sono le caratteristiche che il poeta Gozzano mostra di apprezzare e di preferire, arrivando finanche a dichiarare di nutrire un sentimento di tenerezza, di affetto, di simpatia, in netto contrasto col poeta D’Annunzio, ammirato da fanciullo, che esaltava le cosiddette ‘donne fatali’.
Non a caso la dichiarazione del poeta delle ‘buone cose di pessimo gusto’ è espressa chiaramente e ribadita più volte:
Sposare vorremmo non quella che legge romanzi, cresciuta
tra gli agi, mutevole e bella, e raffinata e saputa…
ma quella che vive tranquilla, serena col padre borghese
in un’antichissima villa remota del Canavese…
ma quella che prega e digiuna e canta e ride, più fresca
dell’acqua, e vive con una semplicita di fantesca,
ma quella che porta le chiome lisce sul volto rosato
e cuce e attende al bucato e vive secondo il suo nome:
un nome che è come uno scrigno di cose semplici e buone,
che è come un lavacro benigno di canfora spigo e sapone…
un nome così disadorno e bello che il cuore ne trema;
il candido nome che un giorno vorrò celebrare in poema
il fresco nome innocente come un ruscello che va:
Felicita! Oh! Veramente Felicita!… Felicità
Ma torniano alla importanza delle date che, sempre l’autore, nella poesia ‘L’ipotesi’ definisce:
incanto che non so dire pur che da molto passate o molto al di là da venire”
e conferma la sua predilizione per le date nella poesia “L’amica di nonna Speranza” presente sia nella “Via del rifugio” sia “Nei colloqui”:
…rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta.
Procediamo con ordine. Il poeta, si trova in India per curare il suo male ‘inguaribile’ e presumibilmente. del tutto casualmente, alla fine della giornata e anche oltre, magari per vincere l’insonnia, guarda il calendario e legge il nome: s. Felicita. Allora ecco l’impegno: fare gli auguri alla donna che dichiara di amare, senza alcuna forma di dispiacere per il ritardo e con palese ironia, espressa in chiave bonaria, delicata, sottile e talvolta decisa ma mai veramente cattiva. E proprio l’ironia resta la chiave di lettura dal principio alla fine.
Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.
Signorina felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora cha fai? Tosti i caffè;
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.
Un innamorato non si rivolge alla donna, che dichiara fintamente di amare, col termine ‘Signorina’ che di per sé segna la distanza e non aspetta la sera per fare gli auguri. Un innamorato magari non vede l’ora di farlo al mattino, appena sveglio. Farlo solo alla sera può sembrare come ottemperare a un obbligo e a una chiara dimenticanza. E poi, nei primi versi, non c’è alcuna parola diretta e tenera alla donna e, al contrario, è tenerissimo il rimando alla città di Ivrea, alla cerulea Dora e al paese caro al cuore del poeta.
Poi, nella seconda strofa, c’è il richiamo diretto alle operazioni consuete e comuni della Signorina Felicita: tostare il caffè, cucire, e magari pensare anche all’uomo che si autodefinisce ‘avvocato’ (e pone altra distanza) senza esserlo.
Risulta evidente la volontà del poeta di tenere lontano da sè il mito della donna aristocratica, quella tanto esaltata da D’Annunzio, e di valorizzare la semplicità, la spontaneità, la vita serena della donna ‘domestica’, magari non bella, se non propriamente brutta, priva di cultura e lontana da certi atteggiamenti stereotipi e da finzioni, che vive in una casa vecchia e rustica:
Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
vill’Amarena al sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso, e i cocci innumeri di vetro
sulla cima vetusta, alla difesa…
Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granituro fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.
Bell’edificio, triste, inabitato!
Grate panciute, logire contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato”…
Appare chiaro che l’onomastico della signorina Felicita diventa per il poeta un pretesto per ricordare la dolcezza del paesaggio nel rimando ai ciliegi, la particolarità di taluni particolari della villa posta in cima ‘all’ascesa, gli elementi che costituiscono ‘le buone cose di pessimo gusto”, la marchesa ‘dannata’, il silenzio e il senso di pace e di quiete ma anche di desolato abbandono. Il poeta si lascia prendere dai ricordi e e si attarda in digressioni fin nei più piccoli particolari con la descrizione precisa e minuziosa dell’ambiente e con riferimento all’arredo, ai quadri alle pareti, ai divani ‘corinzi’, e finanche al padre della donna, ‘quasi bifolco’ che parla al poeta di certi guai giudiziari e solo dopo torna alla signorina con un riferimento diretto e senza riguardo quasi desideroso di voler infierire. E il suo dire suona scortese, offensivo, cattivo, duro, teso quasi a frapporre una distanza incolmabile, salvo a tentare di recuperare, almeno un poco, poi.
Sei quasi brutta priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole
ma la tua faccia buona e casalinga
ma i bei capelli di color del sole,
attorti in minutissime trecciole
ti fanno un tipo di beltà fiamminga….
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere
e il volto quadro senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggere
e gli occhi fermi, l’irdi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia.
Dire a una donna, chiunque essa sia, che è brutta, è operazione difficile e censurabile e il poeta non solo lo fa, ma insiste, e quasi sembra prenderci gusto, nella descrizione della bocca ‘vermiglia’ e non allude certo all’ipotesi del rossetto sulla labbra che non si addice alla Signorina, ma al suo ridere senza garbo e al suo bere che risulta essere quasi un tracannare. Poi dice del volto (che non è, si badi bene, viso) dai lineamenti quadrati, dall’assenza di sopracciglia e dalla presenza di una grande quantità di efelidi leggere che il lettore coglie più propriamente come lentiggini marcate, dagli occhi fermi come quelli di un morto e dalle iridi che sono azzurre, e potrebbero configurarsi come belle, ma si tratta di un azzurro slavato.
Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo vole piacermi!

Messo in chiaro chiaro ogni cosa, a scanso di equivoci, il poeta, che non ha detto ancor una sola parola tenera e delicata alla signorina Felicita, sembra addolcire il suo linguaggio e lascia quasi trapelare il sotteso proposito di volersi scusare per averla trascurata. Ricorda allora le gradevoli sue passeggiate fin sulla casa, posta in alto, della donna che con piacere palese ma senza troppe moine lo trattaneva a cena:
Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi…
Ricorda soprattutto il piacere di rimanere, magari in silenzio, nella cucina dove la signorina Felicita sgovernava, mentre nella sala accanto altri ospiti importanti giocavano a carte:
M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
E il lettore può anche essere libero di pensare a qualche momento di effusione tra l’uomo e la donna. Ma non è così come si premura di precisare il poeta:
…tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico, d’aglio di cedrina.
E qui stendiamo un velo pietoso! Spiamo i due che nel sottotetto cercano nel ciarpame, tra ‘vasellame, lucerne, ceste, mobili,’ e trovano una vacchia stampa raffigurante persone illustri con al centro il poeta Torquato Tasso. L’occasione è ghiotta perché l’autore se la lasci sfuggire ed è tutta nella domanda ingenua della donna:
Avvocato, perché su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?
La risposta del poeta, dopo la franca e non trattenuta risata, è contenuta nella considerazione malinconica e sincera:
Ohimè! La Gloria! Un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!
E sempre insieme coi due ci trasferiamo nel parco dei Marchesi, ove,
tra le stagioni camuse e senza braccia
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.
Il poeta cede alla commozione dinanzi a una situazione che testimonia i resti del passato e parla a lungo alla Signorina che cuce e si lascia inebrare dalle parole di lui, che quasi si confessa e dichiara di essere stanco delle donne rifatte sui romanzi.
E va anche oltre nella sincerità dello sfogo:
Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
La dichiarazione è decisamente sincera e il cuore della signorina ha ragione di battere con forza tanto più che, mentre ella lo guarda fissamente, il poeta le stringe le mani e dice con voce piana:
Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?
E la signorina che è semplice, analfabeta, alla buona ma non totalmente stupida, sa dell’enorme distanza tra i due e reagisce e piangendo dice sillabando:
Non…mi ten..ga mai più …tali dis…corsi.
Ora il poeta non sa come reagire. Si accorge di essersi spinto troppo oltre del gioco del dire e non dire e allora che fa?
Tenta di sollevarle il viso intriso di lacrime sincere:
Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello,…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.
E la conclusione, che chiude il nostro percorso, e che affidiamo al lettore non può che essere questa:
Donna, mistero senza fine, bello!