Inasta baionette la carne da cannone
LUCIO TUFANO
È l’epoca degli Arciduca austriaci; il 21 novembre 1916 muore Francesco Giuseppe, un tragico destino sovrasta gli esponenti della famiglia reale, gli Asburgo. Gli succede il pronipote Carlo Francesco Giuseppe d’Austria-Este che assume il nome di Carlo I come imperatore d’Austria e di Carlo IV come re d’Ungheria. Adolfo Hitler, inabile per il servizio militare austriaco, è portaordini nel 1917 in quello tedesco, mentre i fanti italiani vanno all’assalto all’arma bianca sul Carso.
È l’offensiva primaverile delle gloriose tappe di Ortigara, Monte Santo, Bainsizza, san Gabriele … quando le truppe della Terza Armata ripiegano ordinatamente a Caporetto.
Quarantanove medaglie d’oro al valore, il premio del valore ai fanti del Cadore e della Lucania.
A Villa Giusti viene firmato l’armistizio. La disfatta dell’esercito austriaco è grande, e le truppe italiane entrano a Trento.
Al teatro Stabile è la volta delle piccole filodrammatiche. Trionfano i piccoli attori e le attrici, nella fantasia de I doni ai soldati e nella farsa de Il servo scaltro. Nella festa si danno i nomignoli, allo scaldarancio, al porta fortuna. I figli della piccola borghesia, hanno il ben servito con una manciata di colori e toni. Col nuovo anno scocca la sbornia della festa: “al Comando Supremo Potenza grata, con animo commosso, fede e stima che la vittoria arrida sempre fino a che i saldi confini della patria siano raggiunti”, scrive il sindaco Marino.
Dal gen. Diaz al sindaco Marino: “Ricambio auguri a nome esercito combattente che con salda tenacia et indomito slancio degnamente risponde alla fede della Nazione”.
Si appresta nel Teatro una serie di conferenze su il dovere presente, doni e scoppi di capodanno per i combattenti e festa all’ospedale per i soldati ricoverati.
Cambio di guardia alla prefettura dove il comm. Secondo Dezza invita a lavorare insieme perché le popolazioni, intorno a sé e sopra di sé, sentano vigile e sollecita l’azione e l’autorità.
È sempre tempo di one-step e di tango. Trionfa il martelletto sulle suole delle calzature per i calzolai impegnati al fronte. Come in un’operetta musicale sorgono le fabbricerie e le confraternite nei salotti delle case signorili. Il trincetto, le tomaie, le pinze, le forme, i tacchi, i chiodi, le semenselle si appiccicano alle vesti delle signore in una pantomima virtuosa di risuolature frenetiche di una Patria scalza e con tunica insanguinata. Finalmente le scarpe dei soldati, destinate al fango del Sabotino, trovano il tepore, il grembo profumato delle signore Introna.
Alle nozze di Rocco Marchese, soldato in licenza, si ripete il rito della bandiera a difesa di un sogno d’amore simbolo di speranza e di dolore. Il comitato di assistenza civile penetra nel privato, degna appendice di un’azione di propaganda.
Nel 1919 si accendono le pire degli eroi e degli incensi. All’ombra dei falò rientrano i feriti alla spicciolata, spossati e stanchi dopo un lungo viaggio tra i reticolati. Hanno riposto il moschetto alla ricerca della buona annata. In fondo la guerra per loro è un malanno, una calamità, come la grandine che ha fatto piovere sui loro campi granate di fuoco e chicchi di piombo. Ha incendiato le ristoppie togliendo ogni dolcezza al canto delle cicale, di colpo divenute pesanti mitragliatrici Breda.
Le lucciole si sono trasformate in bengala, la terra umida di pioggia in concime di carne e di sangue ancora per un raccolto.
Né alberi, nè pali del telegrafo, né siepi hanno potuto mai occultare le loro ombre nitide davanti all’occhio spietato del mirino. Per molti di loro, in tutte le lingue, è rimasto un detto: carne da cannone! Ignota.
Per altri hanno inizio i lunghissimi elenchi di mutilati ed invalidi codificati nelle categorie della legge. Per pochi le commemorazioni ufficiali, simboli di bronzo e di marmo. Per essi la Basilicata depone le sue spighe per impugnare ancora la baionetta nei monumenti dei paesi.
