STORIA DELLA CITTA’

LUCIO TUFANO

 

            Della guerra, non più a distanza ravvicinata, si sente parlare in città. La radio trasmette le notizie di essa e degli eventi che con essa hanno colleganze. Gli alleati hanno il loro comando nel palazzo della Prefettura o palazzo del governo, ed hanno esposto ai balconi di sinistra la bandiera a stelle e strisce a quelli di destra la bandiera inglese, sotto la balconata di centro, sull’arcata del portone d’ingresso vi è rimasto lo scudo sabaudo con la scritta “Regia Prefettura di Potenza”. Un poco più su vi è la bandiera italiana.      

            Chi ha preso effettivo possesso del palazzo, installandovi il primo Comando di Occupazione, è il generale Harold George Alexander. Neppure il palazzo dell’INA dove abitano i La Capra e dove si celebra un matrimonio di una certa notorietà tra la figliuola del commendatore La Capra, ispettore generale delle assicurazioni, e un ufficiale dell’aviazione americana, viene escluso dalle requisizioni. Due vani ed un intero pianerottolo con gli appartamenti di pertinenza sono occupati dagli ufficiali americani. Sono anche ripristinati alcuni locali nel palazzo delle Poste, per buona parte occupati da famiglie sinistrate, ed il salone, già utilizzato come centro ricreativo per le truppe alleate provenienti dal fronte di Cassino. Nel grande salone infatti inglesi, polacchi, filippini, australiani, neozelandesi si ritrovano per trattenimenti e musiche per tutto il 1944. L’albergo “Roma”, di proprietà di Salvatore Nardo e della signora “Lucia”, viene in parte requisito dal comando alleato per l’aviazione americana, i militari che provengono dal campo di Pantanella (Canosa).

            All’ingresso un pannello in legno riporta lo stemma degli USA con la scritta “Restaurant of american’s Military”.

            La presenza degli alleati nella città ci dà finalmente più fiducia e sicurezza rispetto al passaggio dei tedeschi. I motivi di Rosamunda, Stardust, Amapola salgono alle finestre delle case e la sera i soldati cercano “senorite”.

Non può non apparire effimera la scenografia, intanto, che attesta il brusco, forsennato, imprevedibile passo della guerra con lo scheletro della edilizia in pezzi in molte zone della città: macerie, case diroccate, cornicioni crollati, palazzi sventrati … quindici giorni ed altrettanti notti di incursioni aree.

Diverse ormai sono le sue logiche urbane, non più aderenti alla realtà precedente ma vincolate invece a situazioni in bilico tra distruzione e ricostruzione, diversi i suoi criteri di funzionalità e il suo rapporto non è con i personaggi quanto con la rotta immagine del teatro urbano[1].

La campagna ha invece ingoiato le bombe nei fossi, nelle vigne, tra i meli e i mandorli, negli stretti trapezi di verde trapunto di pomodori. Carrarmati rotti e carcasse belliche decorano le strade. Sepolti i soldati tedeschi con croci ed elmetti sui tumuli di terra; sepolti dai parenti anche i morti estratti dalle macerie.

Tornano i reduci dopo anni di assenza. Riprendono vigore e respiro. Si accorgono come ancora pascolino le greggi, razzolino le galline, nei vicoli di sera scalpiti il mulo e la fragranza della frugale cena dei contadini si diffonda di sera, e ancora si passeggi più che mai per via Pretoria. I reduci arrivano alla spicciolata, tornano a frotte o da soli, regalano gli indumenti militari in cambio di quelli civili. «Si accontentano di ritrovare la loro vecchia casa, – scrive Sinisgalli – il grande letto, la lucerna appesa alle catene del camino, pane e olive, zucche e peperoni, le patate dell’orto. Portano nelle valige le scarpe militari, qualche camicia grigioverde e un casco di lana perché serva da cuffia ai vecchi e ai bambini». A piazza Sedile li chiama a raccolta la concitata voce di Felice Scardaccione e si organizza la protesta che sfila nei cortei di “pane e lavoro”.

Occupano i locali del Circolo Lucano di Potenza, con le divise color kaki e le scarpine lucide, gli ufficiali del comando Anglo-americano, con il cappello alla Mac Arthur. Negli appartamenti dello stesso piano si insediano il partito liberale e l’associazione dei coltivatori diretti, al piano superiore il partito repubblicano e l’associazione dello sport. Nel Teatro Stabile invece si proiettano di mattina i films indiani per le truppe di stanza in città e che hanno una durata di sei ore.

Nei numerosi vani del nuovo edificio delle poste, danneggiato sulla facciata dai bombardamenti, con scarsi mezzi, grande coraggio e abnegazione di sanitari e personale infermieristico si è debellata la epidemia di tifo e si lotta contro il vaiolo. Numerosi cartelli in lingua inglese hanno la sigla “Veneral disease”, uno dei maggiori pericoli cui è esposta la truppa.

Sulfamidici, bismuto, arsenobensolo: una attiva profilassi è in atto, così come il tiazolo è valso ad annientare il tifo petecchiale a Napoli, città inquieta ed indaffarata in mille espedienti[2].

Infatti dall’inferno delle frequentissime incursioni aree e dalla rivolta contro i tedeschi, con l’arrivo degli americani, Napoli è passata ad una animosa ed intensa attività: ricchezze incalcolabili sbarcano dalle navi USA, attraversano le città sugli autocarri; il traffico di dollari e amlire, di sterline e il benessere improvviso per la gente più intraprendente e spregiudicata sono in voga … «come ha sostenuto il peso e i danni della guerra così Napoli sopporta e combatte le malattie di questa, le assorbe, le trattiene, evita che si diffondano in altre città»[3].

La situazione nazionale è assai critica. Per un governo operativo occorre liberare il settentrione dalla occupazione germanica, un maggior potere da parte degli alleati ed un sistema democratico di elezioni popolari.

Da noi continuano ad essere scarsissime le razioni alimentari per le famiglie mentre la svalutazione della lira divora i magri stipendi e le pensioni.

Si susseguono intanto, da parte di vere e proprie bande di ragazzi, rapine ai camion americani in transito. Vi salgono mentre i veicoli sono in corsa e vi trafugano gran parte del carico.

Sotto l’arco dello Stabile, i petti rigonfi di amlire e di sigarette inglesi e americane, di stecche di cioccolata e di chewing gum, gli attivi ragazzi vendono la nuova merce di contrabbando, anche se il Governo Militare Alleato affigge, dal gennaio 1944, avvisi per la riapertura delle scuole di ogni ordine e grado[4].

Vige ancora l’oscuramento dalle ore 18.00 alle 6.30 del mattino, mentre per la censura della corrispondenza postale, le lettere vengono scritte in lingua italiana o inglese e in buste non foderate, cestinate le comunicazioni su carta quadrettata, quelle contenenti codici, cifre, stenografia, braille, parole incrociate, caratteri musicali e quelle dai significati occulti o sottintesi, quelle destinate all’esercito alleato, informazioni su movimenti di truppe, su installazioni ed equipaggiamenti, difese, fortificazioni, condizioni delle strade, quelle meteorologiche, comunicazioni su persone arrestate o internate, su quelle commerciali e sul mercato nero[5].

Il Fronte di Azione Nazionale, costituitosi in città, ha adottato un apposito regolamento per la scuola privata e ha dato vita ad una cooperativa di generi di consumo, “La Concordia”.

Anche l’attività politica ormai, dopo i divieti del Fascismo, si riprende con fervore: sono in corso a Bari i lavori del I congresso dei partiti antifascisti all’insegna dell’unità. Vi hanno partecipato operai, contadini, impiegati, professionisti per ascoltare gli interventi di Croce, Sforza, Rodinò, Arangio Ruiz, Fiore, Belli, Sansonetti, Omodeo, Fioretto, Massari e Tedeschi, sulle possibili soluzioni dei problemi più urgenti.

[1] L’immagine descritta da Rocco Scotellaro, nella sua poesia “Serapotentina”, della città all’indomani dei bombardamenti del settembre ’43 si sta lentamente scomponendo, vaste zone sono ancora ingombrate da macerie. Difatti pare che una strana febbre colga i soldati che fanno parte delle truppe alleate, la frenetica ricerca di “senorite”. Naturalmente le condizioni igieniche degli amplessi che si consumano con donne di strada e prostitute lascia molto desiderare.

[2] La Pelle. Curzio Malaparte.

[3] La “Domenica” 17-12-1944.

[4] Alfonso Secchi, padre di figli che frequentano le Scuole Medie, chiede se le sezioni A, B, e C, debbano studiare ancora il tedesco oltre alle lingue inglese e francese.

[5] “Il Gazzettino”, 31 febbraio 1944, direttore Tommaso Pedio, gerente respon. Rag. Benedetto Stoppelli, editrice Tip. Nucci – Pz.