4 DICEMBRE 1563 L’AMARO CASO DELLA BARONESSA DI CARINI

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Leonardo Pisani

di Leonardo Pisani

“Lu primu corpu la donna cadiu,

l’appressu corpu la donna muriu.

Nu corpu a lu cori, nu corpu ‘ntra li rini,

povira Barunissa di Carini. »

Una canzone interpretata da un giovane Gigi Proietti per uno sceneggiato televisivo “L’amaro caso della Baronessa di Carini ” , ispirato all’uccisione della giovane Laura assieme al suo amante Ludovico dal padre e ancora gira la voce che nel castello normanno di Carini di notte si aggiri la sua presenza ultraterrena, il fantasma che piange ancora per la triste sorte, che ebbe secoli addietro; la leggenda popolare narra che il 4 dicembre appare anche la sua impronta, il segno della mano sporca di sangue della giovanissima donna; Laura o Laurea Lanza Baronessa di Carini; uccisa dal padre e dal marito perché infedele. L’episodio delittuoso risale al 4 dicembre 1563 quando la Sicilia era vicereame di sua Maestà Cattolica Filippo II di Spagna e rimase impunito come l’omicidio di Isabella Morra avvenuto un ventennio prima a Favale, l’odierna Valsinni. Come l’omicidio di Maria d’Avalos, da parte  del principe e madrigalista Carlo Gesualdo, Nella notte fra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre 1590 , Maria colta in flagrante adulterio con duca d’Andria e conte di Ruvo Fabrizio Carafa fu barbaramente trucidata assieme all’amante. Delitto rimasto impunito.

O come Anna Göldi, una semplice cameriera svizzera, ricordata come l’ultima donna uccisa per stregoneria. Era il 13 giugno del 1782, in pieno illuminismo: Anna non “mercanteggiava” con Belzebù e ne faceva sabbah. La sua colpa fu di essere una donna del popolo,e attraente . Decapitata senza pietà, dopo torture e un processo farsa dove l’accusa di stregoneria era semplicemente il pretesto di celare una relazione extraconiugale che aveva avuto con il suo principale accusatore ed ex datore di lavoro il medico e giudice Johann Jakob Tschudi-Elmer . L’Ultima strega è stata riabilitata dopo 226 anni, ora le hanno dedicato un museo, quale monito contro la violenza e l’oscurantismo. Non sono residui di un remoto passato, sono solo donne uccise ma rimaste nella storia o nella leggenda, semmai quasi episodi noir da raccontare, dimenticando invece l’orrore e il sangue. Violenza contro le donne, omicidio, femminicidio.Non sono i roghi o le ragioni di stato come lo strangolamento della regina Giovanna I a Muro Lucano, la striscia di sangue continua. Nel Belpaese, in dieci mesi ci sono stati 114 femminicidi, Un quarto da parte del partner. Tante, troppe ma anche un solo femminicidio è troppo. Qualcosa è cambiato, vero. Se ne parla, si prendono iniziative, si opera. Ma la violenza non è solo quella fisica, è anche quella psicologica, quella di una società che addita la “poco di buono”, che isola in un ipocrita riserbo mentre è il giudicare, è l’omertà di chi sa, sente, è l’indifferenza verso la vittima indifesa. In Italia si è dovuto aspettare il 5 settembre del 1981: tanto, ci volle, per cancellare infamità del “delitto d’onore” ma anche del “matrimonio riparatore” in Italia” . Sembra ieri, solo trentasei anni fa,sino al 1981, se un uomo commetteva, nei confronti di una donna nubile e illibata, stupro o violenza carnale punibile con la pena prevista dall’art. 519 e segg. del codice penale, onde evitare il processo o al fine di far cessare la pena detentiva inflitta, poteva offrire alla ragazza il matrimonio riparatore facendo così cessare ogni effetto penale e sociale del suo delitto (art. 544 cod. pen., ora abrogato). SE la donna non accettava, scattava l’emarginazione, la vittima diventava ancora più vittima, il carnefice no, era l’uomo, poteva “lavare” il suo offrendo un matrimonio alla ragazza e tutte le spese della cerimonia e senza poter pretendere alcuna dote. Come se trenta denari potessero cancellare l’infamia di uno stupro, o se trenta denari potessero eliminare la violenza, non solo quella fisica ma quella psicologica, quella che trafigge l’animo, quella che si porta per una vita: notte e giorno, giorno e notte, Molto è cambiato ma non basta. Abbiamo la nuova cartina di tornasole della società, basta leggere i social. Rubo il titolo di un libro di Hannah Arendt, la banalità del male, quando si minimizza una molestia, una violenza psicologica, le battute farcite di falsa goliardia ma piene d’ignoranza e grettezza. Hanno denunciato molestie sessuali alcune donne dello spettacolo? Via a giocarci sopra, o peggio a far intendere che è una trovata pubblicitaria, in caso contrario avrebbero denunciato prima , oppure in cerca di notorietà o altro. La fiera dei luoghi comuni della meschinità sembra infinita. Questo giocarci sopra , questo riderci sopra, questo non dire ma far capire “ se la sono cercata” è la banalità del male. La violenza è un’idra con mille teste, puoi tagliarne una ma ricresce, e ricrescerà sempre purtroppo, fin quanto non vi sia un salto etico e culturale . Non bastano le leggi, non basta l’azione repressiva, è la “banalità del male” che deve essere estirpata. Concludo con le parole di Franca Viola, la ragazza che disse no alla violenza e alla barbarie del matrimonio riparatore: «Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce».

Ma andiamo alla vicenda

Lu primu corpu la donna cadiu,

l’appressu corpu la donna muriu.

Nu corpu a lu cori, nu corpu ‘ntra li rini,

povira Barunissa di Carini. »

 

Lo straordinario  voce e  indimenticabile Gigi Proietti cantava in siciliano “l’amaro caso” della giovane Laura uccisa assieme al suo amante Ludovico dal padre ed ancora gira la voce che nel castello normanno di Carini di notte si aggiri la sua  presenza ultraterrena, il  fantasma che piange ancora per la triste sorte che ebbe secoli addietro; la leggenda popolare narra  che il 4 dicembre appare anche la sua impronta, il segno della  mano sporca di sangue della giovanissima donna; Laura o Laurea Lanza Baronessa di Carini; uccisa dal padre e dal marito perché infedele. L’episodio delittuoso risale al 4 dicembre 1563 quando la Sicilia era vicereame di sua Maestà Cattolica Filippo II di Spagna. Il delitto atroce per come fu compiuto rimase impunito, ma entro nella memoria collettiva  della cultura siciliana, sia nelle cronache che nella letteratura, nel 1870 Salomone Marino, raccolse da un esaltatore questi versi in cui si fa rivivere l’efferatezza del delitto:

Vju viniri ‘na cavalleria
chistu è mè patri chi veni pri mia!
Signuri patri, chi vinistivu a fari?
Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.
Signuri patri, aspettatimi un pocu
Quantu mi chiamu lu me cunfissuri.
– Habi tant’anni ch’un t’ha confissatu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
E, comu dici st’amari palori,
tira la spata e cassaci lu cori;
tira cumpagnu miu, nun la sgarràri,
l’appressu corpu chi cci hai di tirari!
Lu primu corpu la donna cadìu,
l’appressu corpu la donna muriu.” 

Al grande pubblico italiano la vicenda arrivò con l’enorme successo dello sceneggiato “L’amaro Caso della Baronessa di Carini” nel 1975 con la regia di Daniele D’Anza   con un cast eccezionale formato da Adolfo Celi, Ugo Pagliai, Paolo Stoppa, Vittorio Mezzogiorno, Enrica Bonaccorti, Janet Agren e Gigi Proietti che cantava la sigla iniziale La Ballata di Carini, su testo del grande cantastorie calabrese Otello Profazio, tratto da una delle innumerevoli versioni del poemetto anonimo giunte fino a noi, è musicata da Romolo Grano e cantata, in lingua siciliana, da Luigi Proietti:

 

« Chianci Palermu, chianci Siracusa a Carini c’è lu luttu in ogni casa.

Attorno a lu Casteddu di Carini, ci passa e spassa nu beddu cavaleri.

Lu Vernagallu di sangu gintili ca di la giuvintù l’onuri teni.

“Amuri chi mi teni a tu’ cumanni, unni mi porti, duci amuri, unni?”

Vidu viniri ‘na cavallaria. Chistu è me patri chi veni pi mmia,

tuttu vistutu alla cavallarizza. Chistu è me patri chi mi veni a ‘mmazza.

Signuri patri, chi vinisti a fari? Signora figghia, vi vegnu a ‘mmazzari.

Lu primu corpu la donna cadiu, l’appressu corpu la donna muriu.

Nu corpu a lu cori, nu corpu ‘ntra li rini, povira Barunissa di Carini. »

 

Piange Palermo, piange Siracusa: a Carini c’è il lutto in ogni casa.
Attorno al Castello di Carini, passa e ripassa un bel cavaliere.
Il Vernagallo è di sangue nobile e tiene all’onore della gioventù.
Amore che mi tieni al comando, dove mi porti – dolce amore, dove?
Vidi venire la cavalleria. Questo è mio padre che viene per me,
tutto vestito da cavaliere. Questo è mio padre che mi viene ad ammazzare.
Signor padre che sei venuto a fare? Signora figlia, sono venuto ad ammazzarti.
Al primo colpo la donna cadde, al colpo successivo la donna morì.
Un colpo al cuore, un altro alla schiena, povera Baronessa di Carini.

Lo sceneggiato in realtà si ispirava alla vicenda cinquecentesca  ma era ambientata nella Sicilia di inizio 1800, tra i Beati Paoli e quando governavano nell’ “esilio palermitano” di Borbone di re Ferdinando IV; l’appiglio  con la antica vicenda è quando, Luca Corbara – Ugo Pagliai – deve  dsvolgere indagini per accertare la legittimità del possesso dei feudi, inizia dal  feudo del barone di Carini. Al suo arrivo, il giovane assiste a un episodio di violenza: gli uomini del barone, don Mariano D’Agrò, percuotono un cantastorie, Nele Carnazza, reo di aver cantato una canzone proibita da don Mariano, la ballata che narra la tragica morte della baronessa di Carini, Caterina La Grua – Talamanca, uccisa per motivi di onore dal padre, don Cesare Lanza, tre secoli prima. Lo sceneggiato in 4 puntate finisce con l’assassinio degli amanti Luca Corbara e Donna Laura D’Agrò (Janet Agren) nella stessa modalità della sua antenata Laura cantata nell’antica ballata.

Laurea o Laura nacque a Palermo  nel 1529, da Cesare Lanza, barone di Castania e di Trabia, e da Lucrezia Gaetani, per un matrimonio di convenienza fu data in sposa a soli 14 anni al Vincenzo La Grua-Talamanca, figlio del barone di Carini.  Dal matrimonio con il barone, Laura . ebbe sei figli: Eleonora, Lucrezia, Maria, Cesare, Ottavio, Tiberio. Pur possedendo un a palazzo a Palermo, vivevano nel castello di Carini, e qui conobbe il cugino del Ludovico Vernagallo che , veniva a Carini, dove era ammesso di sicuro a frequentare anche il castello. La C. lo conobbe e se ne innamorò, a quanto risulta dai documenti nel 1561. La relazione si protrasse per due anni all’insaputa del marito, che non doveva avere rapporti frequenti con la moglie, se il Vernagallo che s’introduceva di notte nelle stanze della baronessa, novello Romeo con una scala di corda, usava restarvi “por dos y tres meses continuos comiendo y durmiendo con ella”. Il silenzio più assoluto fu osservato ininterrottamente per tutti e due gli anni dalla servitù, sicuramente a conoscenza della relazione, e dagli abitanti tutti di Carini, che qualcosa dovevano pure sapere. La tragedia scoppiò all’improvviso, sabato 4 dicembre 1563, ma per l’intervento del padre, non del marito. Quel giorno il Lanza aveva deciso di passarlo con la figlia a Carini, dirigendovisi da Palermo a cavallo con un piccolo seguito di cinque persone. All’approssimarsi del castello, mandò avanti un servo ad avvertire il genero e la figlia del suo arrivo. Appresa la notizia nella sala del castello dove lo trovò il servo del suocero, il barone si precipitò a comunicarla alla moglie: la trovò nelle sue stanze con il Vernagallo e ne uscì stravolto. Disse al servo che lo interrogò sul suo turbamento che avrebbe voluto uccidere ad archibugiate il Vernagallo sorpreso in flagrante adulterio con la moglie. Ma non lo fece, aspettò invece l’arrivo del suocero che non tardò. Violento e spietato, ma soprattutto geloso della figlia, egli decise sull’istante di ucciderla insieme all’amante. Concertò rapidamente l’assassinio con il genero: seguito da lui entrò nelle stanze della baronessa e le fece sgomberare dalla servitù che vi si tratteneva: due colpi di archibugio segnarono la morte dei due amanti. Un nuovo delitto, non certo il solo della sua lunga carriera di uomo d’onore, il più esecrando, ma non l’ultimo. Dopo che ebbe consumato il duplice assassinio aprì le porte delle stanze della figlia e invitò il suo seguito e la servitù del castello a prenderne atto. Quindi si ritirò nelle stanze del genero, mentre i chierici di Carini trasportavano le due salme nella chiesa madre. Prima che vi fossero seppellite, pretese che fossero esposte sulla piazza del paese, per rendere manifesto ai Carinesi e a quanti altri consapevoli e conniventi dell’adulterio che l’onore del padre era stato riscattato con la morte della figlia e dell’amante di lei. Fu raccolta così la sfida che la baronessa aveva osato lanciare, a costo della vita, al costume infame e inveterato che la condannava all’assurda fedeltà all’amore impossibile del padre, malamente mascherato dal vincolo coniugale con un marito che era solo l’ombra di lui.

L’atto di morte di Laurea Lanza

La notizia, dell’atroce fatto di sangue si sparse fulmineamente, arrivò subito a Palermo alle orecchie della suprema autorità in Sicilia. Il viceré, don Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, non aveva ragioni di riguardi verso il prepotente barone, anzi covava contro di lui un ben motivato rancore, per via di certi recenti trascorsi che gli erano costati piuttosto cari. Agì quindi con energia e tempestività, ma non tanto da arrivare ad arrestare l’assassino che da lui non si aspettava certo alcuna indulgenza. Introvabile a Palermo e nei suoi feudi, fu colpito da bando e confisca dei beni. Il Lanza si dileguò allora dalla Sicilia e riparò a Roma, dove con il tramite di quella ambasciata spagnola chiese di presentarsi personalmente al re. Ottenne udienza da Filippo II e quindi giustizia, quella stessa che in gioventù aveva ottenuto da Carlo V per l’assassinio di un giurato di Termini. Al viceré che insisteva per una severa punizione si replicò da Madrid che se il diritto di uccidere la donna sorpresa in flagrante adulterio era riconosciuto dalle leggi vigenti solo al marito, era pur vero che l’omicidio era stato commesso dal padre alla presenza del marito ed era quindi come se l’avesse commesso il marito stesso. Al crudele omicida fu quindi permesso di rientrare incolume in Sicilia, dove fu reintegrato nel pieno possesso dei suoi beni e continuò a godere di tutto il rispetto che ogni uomo d’onore suo pari vi aveva sempre meritato. Non è noto se subì un processo e fu assolto, cosa abbastanza probabile, visto anche che fu facile mettere a tacere i Vernagallo e impedire loro di costituirsi parte civile per l’assassinio del loro congiunto. Certo è solo che il delitto del Lanza restò, come le altre volte, impunito.

Memoriale presentato da Cesare Lanza al Re di Spagna per discolparsi del delitto della figlia Laura Sacra Catholica Real Maestà: “don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati. Don Cesare Lanza conte di Mussomeli”

Ho avuto anche il piacere di ascoltare  a Milano questa storia cantata da quello straordinario artista che è Franco Trincale, proveniente dalla nobile tradizione dei cantastorie siciliani, di cui è rimasto uno degli ultimi epigoni; a Piazza San Babila Trincale oltre a cantare storie sull’attualità narrava spesso la sua versione sulla baronessa di Carini, ora non so se il maestro dei cantastorie si esibisce ancora a Milano, ma se lo fa ascoltatelo e assisterete alla performance di un vero artista che coniuga l’antica maestria della memoria orale ai tempi odierni.

 

 

 

 

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