ELENA SBROJAVACCA nel serpente dell’Opera di Roberto CALASSO
di ANTONIO LOTIERZO
La Feltrinelli ha pubblicato questo complesso saggio dell’italianista Sbrojavacca sulle diciassette “opere e il pensiero di Roberto Calasso”, la cui interpretazione viene qui di gran lunga facilitata, in quanto il ‘libro unico’, forse nostro massimo esempio di ‘letteratura assoluta’, che si snoda dal 1974, è spolpato in diciotto capitoli, molto densi quanto esplicativi, con arabescati rimandi agli autori e testi su cui si fonda la mobile narrazione saggistica di Calasso. Trattazione sistematica per un autore asistematico, la cui letteratura è un mezzo con cui si illuminano pezzi della mente: è il paradosso della Sbrojavacca. Saggio ineludibile, specie per quei lettori, come me, innamorati delle forme calassiane ma che hanno letto e meditato solo la metà dell’Opera. La tesi generale è che gli dei siano ritornati, nella letteratura, fra il 1798 e il 1898, nel gusto che dalla Romantik degli Schlegel-Novalis-Hölderlin, attraverso Baudelaire e Heine, giunge fino a Mallarmé e Nietzsche. E’ il ritorno della ‘scuola pagana’, con il culto del Bello (l’emancipazione dell’estetico) e del gusto della Forma, che si svincola dalla Ragione illuministica, dall’Utile, dalla Scienza e dall’obbedienza alla Morale, proponendo anche la Lettura come gesto liturgico, potenza mentale in grado di porre in contatto l’uomo e il divino. La poesia e l’arte propongono simulacri che raccontano l’’evidenza’ del divino, che è un contenuto della mente, analogo all’ ‘incontrovertibile’ di E. Severino, matassa di ‘ colori emotivi’, che trovano nelle fibre dei Miti le ‘forme del pensiero fatto di immagini’ (I. Calvino). Ed ecco apparire le Ninfe, che però producono anche mania, sconcerto psichico, di cui fece esperienza Hölderlin, entrando in contatto con quel caos che è il sacro, che rende preda della contraddizione e tutto stravolge (come in Paolo di Tarso, che si affidò a quel ‘Pregate senza interruzione’, ritradotto nell’esperienza parigina di Baudelaire con quel ’Dovete inebriarvi senza tregua’, non ‘ubriacarvi’, non ‘drogarvi’). Per chiarire il suo pensiero, Calasso polemizza con il suo avversario, con la sociologia che da E. Durkheim al pensiero digitale, ha sostituito il divino con il culto della Società, del Progresso, della Tecnocrazia autoreferenziale, esaltando la coesione sociale, la ricerca scientifica e l’utilità pratica. Abbandonando questi valori dell’ ‘innominabile attuale’, Calasso si sposta sui Veda e il Ŝatapatha, persegue la dedizione alla composizione della Forma, mette in scrittura le epifanie divine che si situano nella mente, si mostrano nel colombario delle metafore, nelle misteriose associazioni dell’analogia, musa e facoltà della mente con cui si colgono affinità e interconnessioni fra i molteplici e divisi aspetti della Realtà, che si raggiunge come Verità che si risolve nel linguaggio mobile delle metafore. 
ELENA SBROJAVACCA
Al mitografo che racconta degli inganni di trasformazione di Zeus, e li compara con la tradizione del Sé vedico, si accompagna il cultore della fine dei riti sacrificali e di un ordine che è passato nel potere della narrazione. Calasso sostiene che nella mente si realizzi un’osmosi continua fra mito e logos, da cui discende l’attenzione al linguaggio ed al culto, che Buddha condensò nelle ultime parole: ’ Operate senza disattenzione’. E’ un’affinità che espressi in una sezione poetica de ‘Il rovescio della pelle’ (certo, che rinvia al Serpente, oltre che al Sessantotto) e intitolai ‘La ragione appassionata’, sull’influsso della lettura di Galvano Della Volpe interprete marxista della filosofia mistica di Eckhart. Davvero tutto si tiene. E, forse, è possibile anche uno scivolamento coinvolgente in alcune intuizioni di G. Bachelard. Il pensiero procede sia per connessioni e sia per sostituzione; utilizza operazioni o digitali e discontinue o analogiche e continue. Quando gli uomini da animali predati si trasformarono in predatori armati e di gruppo, allora nacque la caccia, però intesa come attività gratuita e per questo antesignana o metafora dell’arte per l’arte. E qui entriamo in connessione con la dépence di G. Bataille, con il ‘cacciare’ inteso come dispendio, attacco all’utilitarismo della società, come potlàc, come eccesso ed orgia.

CALASSO

Passando alla Bibbia, Calasso parte dallo sconcerto di chi si avventura a leggerla (ignorando che il divino è sia ambivalente e sia sottratto al principio di non contraddizione) e sceglie alcuni esempi, fra cui Abramo, emblema della grazia separata dai meriti, in cui l’uomo accetta che ci sia qualcosa che sopravanzi le facoltà razionali e che sia invisibile, sia come una nube, entità superiore di cui va riconosciuta la potenza. Il tema è che, da secoli, si è incrinato il sentimento di confronto con il numinoso (è questa la constatazione nicciana che Dio è morto, nel mentre continuano vane cerimonialità) e che gli uomini preferiscano rivolgersi al Sociale, al welfare, allo stato, alle istituzioni che fingono d’essere sacre incarnazioni. Nella pura narrazione sulla ‘tavoletta dei destini’, che riconosce la potenza della Necessità e impartiva ordine al mondo, raccontando storie prima del Diluvio, ci si interroga su ‘cose ultime’ come l’irreversibilità del tempo, la morte e l’invisibile, con una tensione verso il luogo da cui sgorgava ‘la parola’. Come si vede, una volta si discuteva di cosmologia e divinità uraniche, nell’oggi innominato la chiacchiera verte sulla cosmesi e sui non- luoghi delle gallerie del consumo delle merci.
- Sbrojavacca, Letteratura assoluta, Mi, Feltrinelli, 2021,pp.334,e.25,00