LUCIO TUFANO
La verità è che in ogni ambiente sociale, politico di lavoro bisogna sempre tener conto degli uomini i quali sono diversi gli uni dagli altri. In questo humus, s’incontrano numerosi esemplari; i folli, gli stupidi, i santi, i quali non sono mai soltanto folli, o solo stupidi, o santi, questo sarebbe semplice e schematico e ci darebbe come risultato la possibilità di sintetizzare subito la realtà, ma sono sempre stupidi e santi, o folli e gaglioffi, la somma quindi di tali virtù e difetti da renderli dei veri e propri mostriciattoli, alcuni lucidissimi e pieni di inventiva per organizzare il male, altri fortunati e direttamente proiettati per il godimento di un successo cui un dio bizzarro ha voluto felicemente preservarli.
Le persone agite della storia e dei fatti, del consumismo, concezione immanente, idea che passa senza che esse se ne accorgono, inchiodate al proprio ruolo che si ripete e si moltiplica stabilendo una gerarchia a scalare in discesa e non in ascesa.
Atleti che svolgono un ruolo di primo piano nella condotta di una gara, dove la gara è protagonista, o la squadra. Elmetti in vacanza, senza guerra, deflagrati. Il nazismo, il fascismo, il socialismo sono valanghe di fatti, di idee, forze magnetiche, onde, energie gravitazionali.
Sarebbe occorsa una voce mostruosa per farsi sentire da Potenza a Tokio, alimentata da milioni di portatori lungo il tragitto del suono, come la fama che, secondo Virgilio nell’Eneide, giunge prima, si divulga prima di Enea: il concetto di idea, non semplice, ma complesso, plurimo. L’idea plurale, non singolare, un ecosistema, un microsistema. Quello che conta è che una società capitalistica crea il consumo che passa attraverso il lavoro, le braccia del minuscolo ambulante, il quale per un interesse imprescindibile di vita e di stomaco, va a vendere a San Paolo Albanese, violando le porte Scee della comunità arberesh, il nero Brill – assumendo parti intimamente legate al protagonista che è il sistema, il capitalismo, quindi comprimario – Una corda inconscia; un cerchio in cui l’inseguitore diventa inseguito.
Uno dei tanti piccoli piedi del millepiedi. Bullone, vite, perno della mostruosa arancia meccanica, del perverso Leviatan, il meccanismo di potere, del partito, del ministero, della classe, in cui non vali più come individuo.
La scoperta dei comprimari è il riscatto della persona. L’ultima indagine sulla necessaria, indispensabile, imprescindibile follia individuale.
Se tutto funziona e stritola e procede come rullo compressore, è perché il comprimario non decide mai di trasgredire le leggi di un gioco di squadra. La sua moltitudine, la sua azione, il rito stesso che gli impone di fare ogni giorno le cose che fa, lo promuovono perno, quasi essenziale, dell’ingranaggio.
Egli si immola ritualmente e non sa che anche la morte è la ultima azione o omissione cui egli assolve in ossequio al sistema, per il passaggio a migliori condizioni di vita, un nuovo modo di governare.
Complici della decisione di potere, dunque, e della conservazione, paraprotagonisti, pervasi della missione, attori che riscoprono parti di importanza secondaria, con la fede e l’euforia delle primarie.
Il mondo è pieno di comprimari. Sono quelli che arrivano dopo; sono i terzi, gli ultimi, mai i primi.
È che la storia borghese ha stabilito ruoli, strategie, agonismi, conflitti tra gruppi, condizioni, confessioni, razze, popoli, sulla base dell’acquisizione dei diritti e delle posizioni.
Competizioni, liti e guerre tra individui e fazioni, tra formazioni, tra nazioni. Ma nella scena mondiale della lotta, nella logica logistica dell’azzannarsi e del contendere, nella frenetica scalata, il traguardo spetta a pochi. In esso giocano fortuna e casualità.
Ma il principio, il primato, è punto costante, l’anelito principale. Comprimari sono tutti coloro che furono privi di questo segno augurale, che non ebbero nulla per primeggiare, i secondi, anzi direi i ”secondini”.
E comprimari sono tutti, anche quelli che magari hanno i requisiti per essere i primi, gli attori principali, ma che per ovvi motivi non sono stati favoriti. Comprimari quindi per errori di bussola e di timone, dilapidatori di tempi e di programmi, che non hanno imbroccato i meccanismi e le formule in uso nella società perché scatti l’ora del successo.
Uomini sepolti dall’indifferenza, cui le ribalte sono state sottratte dall’invisibile Mandrake, il cinico burattinaio che persegue imperscrutabili fini. Eppure c’era stato il tempo in cui, per ogni discorso pronunciato, avrebbero potuto vedere crescere un albero. (CONTINUA)
Potenza, anni ’60 – il noto Toruccio Giugliano con l’agente di commercio Fanelli
