Leonardo Pisani
Il manifesto ricorda una raffinata copertina di Vogue, la rivista per antonomasia del glamour, della grazia; anche i colori e il carattere tipografico rimandano alla prestigiosa rivista della Grande Mela che con la direzione di Anna Wintour divenne un punto di riferimento anche della cultura visiva, poichè si circondò di talenti della fotografia come Annie Leibovitz, Steven Meisel, Arthur Elgort e Patrick Demarchelier, oltre ad altri grandi nomi quali Helmut Newton, Bruce Weber, Herb Ritts e Irving Penn. Con questa squadra, trasformò le pagine di Vogue in un grande spettacolo artistico e sofisticato. Un’icona della comunicazione, appunto “Icone” è il titolo del prossimo appuntamento artistico aperto al pubblico del Liceo Coreutico “W. Gropius” di Potenza diretto dal D.S Paolo Malinconico, che torna in scena con questo spettacolo pieno di riferimenti iconici come e rimandi simbolici dalla stessa grafica del manifesto, dai colori e dalle figure che soffiano suggestioni. L’appuntamento è previsto per Venerdì 27 Maggio 2022 alle ore 20:00 AL Cineteatro “Don Bosco” di Potenza. Ma sarà anche un appuntamento dalle suggestioni simboliche, dai richiami culturali e artistici. Infatti è una data che coincide con il primo anniversario dalla morte dell’etoile Carla Fracci, illustre ballerina del panorama mondiale che nel Maggio 2017 fu ospite a Potenza per un evento organizzato dalla scuola di danza “Metamorfosi” di Michela Consolo e per la quale gli studenti e le studentesse del Liceo Statale “W. Gropius” danzarono, suonarono e donarono un ritratto.
“Sono cresciuta tra i contadini, nelle campagne vicino Cremona, libera, tra molti affetti e necessità concrete. E proprio lì, ben piantate nella terra, ci sono le mie radici”, raccontava Carla Fracci ma riusciva a volare e far volare gli animi con la sua danza. Montale la definì “Eterna fanciulla danzante”, il New York Times la definì prima ballerina assoluta; per la nostra generazione della paleo televisione, di quella Tv in bianco e nero di un solo canale nazionale, poi due, in quella antica televisione senza grida e urla, spesso un po’ moralista e a volte bigotta ma piena di garbo e classe, Carla Fracci era una diva, era la grande ballerina che aveva portato la danza classica nella case degli italiani di qualunque estrazione sociale, istruito oppure no e di qualunque latitudine ed era amata. Solo lei con la sua grazia e la sua estrazione popolare potenza farlo. Figlia di un ex alpino in Russia e tranviere e di una operaia disse: “Ho danzato nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Sono stata una pioniera del decentramento. Volevo che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo sono sempre tornata in Italia per esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili. Nureyev mi sgridava: chi te lo fa fare, ti stanchi troppo, arrivi da New York e devi andare, che so, a Budrio… Ma a me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato”. Solo lei cresciuta con la nonna materna nelle campagne cremonesi, aspettando il padre che doveva ritornare dalla disfatta russa, che finisse la guerra e i bombardamenti nella sua Milano, Carolina Fracci divenne ballerina per caso, grazie alla insistenza di amici di famiglia e divenne una immensa artista grazie alla sua determinazione, ai sacrifici che fece, a quel carattere forgiato da una educazione sobria e che conosceva la voglia di vivere e di divertirsi del dopo guerra ma nel solco di una sobrietà del proletariato meneghino. Di Carla Fracci, (Milano, 20 agosto 1936 – Milano, 27 maggio 2021) possiamo dire tutto ma bastano le parole di un altro mito del ‘900 Sir Charles Spencer Chaplin che dopo aver ammirato un suo spettacolo le disse solo “You are wonderful..Lei è meravigliosa” e di Carolina Fracci potremmo scrivere una intera Treccani ma bastano i versi di un altro mito della cultura Italiana, Eugenio Montale nella lirica “la Danzatrice stanca” nella raccolta “Diario del 71 e del 72”
Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
Dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
E quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo Dulcamara.
A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. Basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
a meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.
