IL METRO DEL DOLORE di Marco Onnembo è un libro di senso. Una riflessione sulla vita e sui diritti. Che si sviluppa attraverso l’esistenza critica di un sacerdote moderno. Don Carmine Pastore, parroco negli anni ’70 della Cappella di St. Paul a Manhattan, nella città di New York. Nel pieno degli anni della contestazione giovanile, della hippy generation, delle lotte razziali e sindacali, dell’emancipazione femminile. Il viaggio di don Carmine, d’origine campana, è un caleidoscopio di avvenimenti . Alcuni edificanti, la maggior parte, avvolti nel male. Molte storie hanno origine dal confessionale. E quelle che si colgono da lì, in un solo giorno, sono decisamente le più svariate, a volte sconvolgenti.  Tutto avviene, per il prete, che l’autore ama definire “strano”, in un’acuta solitudine. Un fardello che, in non pochi casi, porta sulle spalle chi diventa prete. “Finanche un prete particolare come me“. È un appassionato e sincero flusso di coscienza ad animare “Il metro del dolore, ultimo romanzo di Onnembo, in libreria con Mondadori dal 21 giugno. Un successo editoriale, di vendite e di critica, meritato. Con un timbro letterario diretto, snello, ma molto accurato, l’autore mette al centro il suo personaggio, un prete, nel tempo che ha vissuto, politicamente scorretto. Con una coraggiosa anormalità, il suo carattere distintivo. Di lui, con un racconto in prima persona, il romanzo ripercorre la vita, scelta dopo scelta, tra cadute e conquiste. Ciò che colpisce  è la capacità di Onnembo di delineare per il lettore un personaggio complesso e non facile da decodificare, affascinante proprio perché lontano da ogni stereotipo. “Un sacerdote è uno che ha la voglia di scoprire l’umanità. Che ha la voglia di osservare, conoscere e appartenere a quell’umanità. Diventare compilatore di storie. Uniche. Diverse. Eppure uguali per tutti”, dice il protagonista. E, nel racconto della sua stessa esistenza, don Carmine si svela per ciò che è.  Più di tutto un uomo, che anche da prete ha conservato la volontà di fare domande più che dare risposte. Anzi questa tecnica del rimando, tipica della psicanalisi moderna, appartiene a don Carmine come naturale bagaglio valoriale.
Chiunque lo incontri a New York, lui che immigrato da giovane negli Stati Uniti preserva dal tempo che passa le sue radici senza farne una prigione, non può non essere sedotto dalla sua personalità. Don Carmine fuma il sigaro, beve whiskey nel pub più vicino alla sua piccola chiesa.  Ironizza su tutto e non condanna ciò che molti altri preti condannerebbero. La sua volontà è comprendere tutte le sfumature dell’animo umano, anche quelle più oscure – “La verità è che nella vita reale i colori si fanno sfumati; il nero è sempre più simile al grigio, il bianco non è mai candido come appare”. Don Carmine guarda in faccia il male senza paura, nella consapevolezza che esiste sempre un motivo a determinarlo.  Basta trovarlo. La fede, in questa missione conoscitiva, può venire in soccorso. Ma non tutto è come appare. La forma nasconde verità spesso drammatiche. Ed è proprio ciò che accade a don Carmine, dopo un terribile avvenimento in seguito al quale le domande diventano accuse e l’abito sacerdotale troppo pesante. Dopo aver inviato le sue dimissioni al vescovo, senza ormai la fede a cui aggrapparsi né tantomeno alcuna certezza, il sacerdote anticonformista si ritrova debole, senza orizzonti.  Ma, nel momento più buio, la speranza torna a sbocciare, rompendo l’oscurità. Gli ho chiesto, conoscendolo personalmente e stimandolo molto, proprio in una presentazione alla Mondadori di Potenza, ottimamente animata dal critico e giornalista, Rosario Palese, se la figura di don  Carmine Pastore non fosse che la metafora della chiesa cattolica di oggi. In profonda crisi di identità. Troppo maschile e mai libera dalla forma. Svogliata nel reagire ai drammi moderni. Persino coinvolta in alcuni di questi. Lenta negli approcci e nelle analisi sociologiche, incapace di visioni profetiche e di donare speranza. Il prete di Onnembo reagisce rompendo gli schemi. Creando discontinuità. L’autore mi ha risposto con un sorriso compiaciuto e con poche asciutte parole. “Gianfranco, sono andato alla scoperta di un personaggio difficile da dimenticare, anche per me, soprattutto per la sua schiettezza, ma anche nella capacità di porsi domande che in fondo attraversano l’esistenza di ognuno di noi. L’indagine conoscitiva sull’uomo portata avanti,  pur nella finzione letteraria, ambisce all’autenticità e spinge chi legge all’immedesimazione, in un fluire di dubbi e riflessioni. Certo la Chiesa deve trovare la forza di rigenerarsi. Prima dell’apocalisse, o, meglio, in vista dell’apocalisse”.