DI GIANFRANCO BLASI 

Una “rivoluzione”, definita “enorme”. Anzi, “la madre di tutte le riforme”. Con un pizzico di enfasi in più rispetto ai toni istituzionali più garbati ai quali ci ha abituato in questi mesi, Giorgia Meloni ha annunciato l’approvazione dello schema di disegno di legge costituzionale che introdurrebbe l’elezione diretta del capo del governo. Più un premio di maggioranza almeno del 55% definito già in Costituzione. Il tutto in 5 articoli. Smart e rivoluzionario, appunto. Ma, si sa, le rivoluzioni portano sempre con sé una buona dose di incognite. In questo caso, dal mio punto di vista, una dose generosa di temerarietà, sotto i profili del metodo e del merito. Sono un proporzionalista e parlamentarista.  Credo cioè nella  combinazione di questi due sistemi e istituti. Parlamento e voto proporzionale. In questo caso potremmo anche parlare didatticamente di una funzione centrale affidata ai partiti. Secondo Benedetto Croce e soprattutto don Luigi Sturzo i partiti svolgono una funzione vitale per la democrazia e la civiltà, un ruolo di mediazione fra popolo e governo, popolo e istituzioni dello stato. Il fondatore del Partito Popolare Italiano, interclassista e proporzionalista, credeva che gli unici soggetti in grado di coinvolgere i cittadini all’interno dello stato democratico fossero i partiti. Affidando sussidiariamente ai corpi sociali un ruolo altrettanto fondamentale di coabitazione. Le leadership dovevano conquistarsi nei partiti e non i partiti essere vettori di leadership estemporanee.

La nostra Costituzione peraltro, non bisogna stancarsi di ricordarlo, è il frutto dell’incontro fra tutte le culture politiche che parteciparono alla lotta di liberazione dal fascismo. Liberali, cattolici, azionisti, socialisti e comunisti e stabilisce essa stessa che può essere modificata (tranne nella forma repubblicana, all’art. 139) e anche come. Tuttavia ‑ trattandosi delle regole che riguardano la vita di tutti i cittadini, anche quelli che non votano, volontariamente o meno ‑ la strada da preferire è sempre quella della massima condivisione possibile. Fare delle riforme istituzionali un tema identitario e/o di parte, ci era già cascato ultimamente Renzi, sembra – parafrasando il famoso motto “sbagliare è umano, perseverare è diabolico” -fare peggio di un errore. I precedenti non sono incoraggianti. Hanno prodotto risultati generalmente giudicati pessimi (la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra), di fatto irrilevanti (la riduzione del numero dei parlamentari sbandierata dal M5s), oppure sono andati a schiantarsi contro gli scogli del referendum confermativo, come la devolution leghista o, come accennato, la più ampia riforma costituzionale Renzi-Boschi.

La ministra per le Riforme Maria Elisabetta Casellati continua ad affermare che con questa proposta, avendo accantonato l’originario progetto di presidenzialismo vero e proprio, l’attuale maggioranza ha abbassato le bandierine, auspicando per questo la convergenza delle opposizioni. Ma senza apparire sprovveduti ‑ e passiamo così alle osservazioni di merito ‑ si può dire che questa riforma è almeno da “maneggiare con cura” perfino più di un presidenzialismo tradizionale, all’americana o alla francese. Una verità preliminare è che l’elezione diretta del premier non esiste neanche nei premierati storici, come quello britannico. In secondo luogo perché il premio di maggioranza del 55% (ma Casellati ha annunciato che potrebbe anche essere maggiore, allora vale la pena ricordare che con il 66% una qualsiasi maggioranza può cambiare la Costituzione a suo piacimento senza nemmeno dover passare per il referendum) abbinato alla cosiddetta norma “anti-ribaltone” può limitare drasticamente il ruolo del Parlamento, riducendolo ad uno spazio di autogestione delle maggioranze. Ma, attenzione. Analoga compressione subirebbero le prerogative del presidente della Repubblica, al quale sarebbe sottratto non solo il potere di nominare il presidente del Consiglio ma, nella sostanza, anche quello di sciogliere le Camere. Quest’ultimo potere, ha fatto notare il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, verrebbe trasferito di fatto nelle mani dell’eventuale secondo premier, che ‑ se per qualsiasi motivo si dimettesse ‑ non potrebbe essere sostituito. Insisto, nelle mani del secondo premier, che già la cosa fa sorridere, cioè di un premier non eletto direttamente, in contraddizione palese con lo spirito stesso della riforma. Provo a semplificare: eleggeremmo direttamente il primo, dando poi un potere in più al secondo, che non è stato eletto dal popolo ma verrebbe semplicemente indicato. Al capo dello Stato, che non potrebbe nemmeno più scegliere senatori a vita “che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti”, resterebbe il compito di nominare i ministri, ma ovviamente ‑ come già accade – “su proposta del presidente del Consiglio”.

Insomma, appaiono concrete due criticità:

  1. La possibilità di un’ipertrofia del potere esecutivo a discapito del legislativo.
  2. La riduzione del ruolo di garante che la Costituzione assegna al presidente della Repubblica.

Va annotato, per amore di verità, che è stata rimossa dal testo la previsione dell’elezione diretta del premier “a turno unico”, scelta che lascia aperta la possibilità di un ballottaggio. E che è sparita la blindatura a priori del rapporto tra il capo del governo e la maggioranza uscita dalle elezioni. Ma non è abbastanza per rassicurare chi è convinto che la governabilità sia un bene non superiore al mantenimento dei delicati equilibri istituzionali di una democrazia. Se cioè un valore necessario come la flessibilità dei nostri attuali poteri sia modificabile attraverso un cambiamento di spirito della nostra Costituzione che è rigida per scelta del legislatore. Cosicché una Costituzione rigida da luogo a poteri flessibili che ricercano fra loro una continua perfezione e armonia. Potere legislativo ed esecutivo regolano il loro rapporto attraverso la mediazione e la garanzia del Presidente della Repubblica. Modificare questi poteri con soli cinque articoli è troppo poco. Si rischia di far cadere il castello costruito dai padri della Costituzione e di indebolire la genesi democratica dello stato in nome di un banalissimo e presunto principio di decisionismo in ragione della così detta governabilità.