TUTTE LE RAGIONI DEL #NO

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Non voto #No per partito preso. Sono contrario a questa riforma perché l’ho studiata e perché credo che avrà effetti molto negativi sulla nostra Costituzione, se verrà approvata. Il mio è un #No di merito e di metodo, e non una sfiducia a questo Governo.

Entrambi i fronti si sono lanciati in una corsa allo slogan. Ma cosa dice davvero il testo della legge che il Parlamento propone ai cittadini? Reperirlo non è difficile: basta andare sul sito del Senato. Potete trovarlo a questo link.

La prima polemica è sul quesito. Il #No ha accusato il #Sì di aver scritto una domanda faziosa e ingannevole. Il #Sì obietta che è il titolo della legge, e che tra l’altro è proprio quanto previsto da questa legge. Personalmente, condivido che la forma è corretta: sulla scheda va il titolo della riforma, e quello è il titolo della riforma. Ma sulla sostanza, be’, ho molte obiezioni in merito.

montecitorioAnalizziamo per esempio la «riduzione dei parlamentari». A essere onesti, sono ridotti solo e soltanto i senatori. In misura drastica: si passa da 315 (più i senatori a vita) a 100 (più gli ex Presidenti). È vero che i senatori sono parlamentari, ma i deputati rimarrebbero 630: continueremmo ad avere la Camera bassa più popolosa del continente. Sono state ignorate tutte le proposte di riduzione dei deputati avanzate durante questa legislatura (315 per Calderoli, 500 per Zeller, 315 anche per Ichino e Romano, 430 per il Parlamento unicamerale di Ruta, e si potrebbe continuare).

Attualmente per ogni senatore ci sono due deputati: con la riforma si passa da un senatore ogni sei deputati. E siccome Camera e Senato devono riunirsi per eleggere gli organi di garanzia del nostro ordinamento (Presidente della Repubblica e membri del CSM), si rischia che tutti gli equilibri si spostino a favore di Montecitorio. Dove il Governo, grazie all’Italicum, avrà una maggioranza di 340 deputati.

C’è chi dice che questa maggioranza non basti. Il plenum del Parlamento in seduta comune invece dice un’altra cosa: e cioè che la maggioranza necessaria sia 365. Chi avrà la maggioranza alla Camera avrà in realtà circa 345 deputati: esiste anche la circoscrizione Estero, in cui la maggioranza può fare shopping. Possibile che in un Senato di 100 membri non disponga di nemmeno 20 senatori? Ovvero i senatori necessari per influenzare le nomine al Consiglio superiore della magistratura?

MattarellaUna maggioranza del genere è sufficiente anche per mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica. Che viene giudicato dalla Corte costituzionale… corretta. Corretta perché integrata da 16 giudici speciali (quelli ordinari sono 15) eletti indovinate da chi? Avete indovinato: dal Parlamento in seduta comune.

Il #Sì protesta riferendosi alle maggioranze speciali, vecchie e nuove, che impedirebbero a chi vince le elezioni di controllare queste nomine così delicate. Il Presidente della Repubblica, ad esempio, se passasse la riforma dovrebbe essere eletto con i 2/3 dei voti nelle prime quattro votazioni (487), con i 3/5 nei successivi quattro (438) ma, udite udite, con i 3/5 dei votanti nelle altre votazioni. Cioè, se in una valanga di schede nulle ne emergono 10 con dei nomi, ne bastano 6 (su 730) per eleggere un Presidente. Scenario improbabile, certo, ma perché ammissibile? Una Costituzione dovrebbe impedire che il Colle venga occupato con 6 voti su 730, non permetterlo.

C’è chi sostiene che la riduzione dei parlamentari aiuti al «contenimento dei costi della politica». Renzi ritiene che il risparmio di questa riforma ammonti a 500 milioni di euro. La Ragioneria dello Stato ha invece stimato il risparmio della riduzione del Senato in soli 50 milioni di euro: appena il 15% del bilancio… del solo Senato. Perché si tratta invece di un risparmio molto irrisorio (ammonta, in totale, quindi compresi gli altri risparmi, allo 0,000007% del bilancio dello Stato).

Risparmi effettiviDi più: si potevano ridurre gli stipendi dei parlamentari per legge ordinaria. Questa riforma infatti non abbassa lo stipendio dei 630 deputati, che continueranno a percepire 5mila euro di indennità, 3mila euro di diaria e altri 10mila euro di rimborsi (fonte: Possibile).

Si parla di risparmio anche per l’abolizione del CNEL. Si tratta del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un organo di consulenza del Parlamento e del Governo in materie economiche. Un organo in effetti inutile, che non ha mai funzionato a pieno anche perché sindacati e imprenditori hanno sempre preferito parlare de visu. Se il fronte del #Sì ritiene che si tratti di un risparmio di 20 milioni di euro, in realtà è di circa 8,7 milioni (come risulta dal bilancio consuntivo 2015 del CNEL).

Il vero boom del risparmio dovrebbero essere le Province. Che in realtà sono trasformate in «enti di aree vaste» fatti e disfatti dalle Regioni. Con un proprio personale. Il che significa che le Province non verranno abolite, né produrranno risparmio: cambieranno nome, i loro organi non saranno eletti direttamente, e dipenderanno da leggi regionali. E avranno lo stesso personale di prima, cioè lo stesso costo di prima. Al netto di una riduzione (definitiva) di rappresentanza.

Nuovo procedimento legislativoPerché il «superamento del bicameralismo paritario» (che in realtà i professori di tutto il mondo chiamano «bicameralismo perfetto», termine che forse sembrava troppo positivo) comporta proprio questo. Una riduzione della rappresentanza. Oltre a generare un numero spropositato di modi per formare le leggi (quelle da approvare da entrambe le Camere, quelle approvate dalla Camera su cui il Senato può proporre modifiche, quelle su cui il Senato può esprimersi e quelle su cui deve esprimersi, quelle le cui modifiche approvate dal Senato vanno respinte dalla Camera con una maggioranza speciale… e così via).

Il nuovo Senato di 100 senatori (più uno: l’ex inquilino del Colle – e a volte anche due, probabilmente) non lo eleggerà il popolo. Cinque senatori saranno nominati dal Presidente della Repubblica per sette anni. Da qui la polemica del partitino del Presidente: se adesso il Colle “controlla” l’1-2% di Palazzo Madama, con la riforma terrebbe nelle sue mani ben il 5%.

Gli altri 95 senatori saranno eletti dai Consigli regionali tra i propri membri, riservando però un posto a un Sindaco per ogni Regione. L’aspetto controverso è che l’elezione del Consiglio regionale deve avvenire «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri» e però «in proporzione ai voti espressi e alla composizione di ciascun Consiglio». Morale della favola: l’unica interpretazione giuridicamente sensata è che i Consigli regionali decideranno i numeri (e teniamo presente che se le opposizioni si coalizzano con mini-inciuci possono guadagnare seggi), e per i nomi si seguirà la graduatoria delle preferenze a consigliere. Da nessuna parte compare la fantomatica «seconda scheda» di cui parlano i sostenitori del #Sì.

Sindaci a Palazzo MadamaDivertente la disciplina dei sindaci. L’onorevole Romano è incappato in una gaffe qualche giorno fa, sostenendo che a Palazzo Madama andranno i sindaci delle città capoluogo. In realtà ogni Consiglio regionale potrà mandare il sindaco che vorrà: per la Basilicata potrebbe andarci anche Calvera, paesino di 300 anime. Interessante il fatto che se ci andranno i sindaci delle città capoluogo, su di loro graverà un triplice incarico: Sindaco, Presidente di Provincia (o area vasta) e senatore.

Due parole sulla «riforma del Titolo V», cioè sui rapporti Stato-Regioni. I sostenitori del #Sì dovrebbero spiegare perché si crea un Senato delle autonomie quando la riforma toglie poteri alle Regioni. Parecchie materie appartenenti alla legislazione concorrente (cioè condivisa tra Roma e le Regioni stesse) tornano di competenza esclusiva dello Stato. Tra cui temi sensibili come l’energia e i trasporti: temi contestati in Basilicata (il petrolio) e in Puglia (la TAP), così come in Piemonte (la TAV).

Come se non bastasse, lo Stato avrà diritto a una clausola di supremazia potenziata. In tutti gli ordinamenti federali, lo Stato centrale può intervenire in casi particolari nelle materie di competenza locale. Ma non per tutelare l’«interesse nazionale» che significa tutto e niente. Anzi, che significa che gli interessi locali vanno sacrificati se lo dice Roma. Sfruttare la clausola di supremazia significa sottrarre voce ai territori, e questo Senato non gliela restituisce.

Calamandrei e la CostituzioneVoterò #No, quindi, perché questa riforma mi sembra incoerente, disorganica e inutile. Per certi versi anche controproducente. Perché siccome l’Italicum assegna la maggioranza a prescindere (e non venitemi a dire che verrà cambiato, perché la letterina di Cuperlo non tocca il premio di maggioranza) significa consegnare il Paese a un quasi-dittatore ogni 5 anni. Ritengo questa riforma un tentativo di ridurre gli spazi democratici dei cittadini italiani, proprio come chiedevano le agenzie di rating e le grandi banche finanziare, che vedono nella democrazia un ostacolo al loro profitto. Perché la democrazia è la tutela di tutti contro gli interessi di pochi. Ed è per proteggere la nostra Costituzione da quello che ritengo un vero e proprio scempio che invito tutti a votare #No.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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