IL SIGARO ALLA SMARGIASSA ACCESO AI FUOCHI DEI FANÓI

0
LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

Ogni anno, fin da quando ero bambino, alla metà di maggio vi era un insolito da fare in via Meridionale. I mastri Feliciello, Paglialonga e Maggio, nell’antro ampio del portone di Vaccaro, allestivano ed addobbavano la barca.
Approntavano le gualdrappe a muli e cavalli ed accatastavano le torce. Feliciello ordinava, Paglialonga eseguiva; sopraintendeva alle operazioni Maggio, il più autorevole. Erano i giorni di preparazione per la parata dei turchi, alla quale partecipavano con fede ed entusiasmo tutti i possessori di quadrupedi. Ma era Maggio il Gran Turco, così come lo era stato suo padre e come lo era stato il padre di suo padre. E quando la folla scorgeva da lontano tra squilli di tromba, foschie e nebbie di fumo, il gran sultano che aspirava ed esalava boccate di fumo dalla sua pipa, lo chiamavano Cevuddì che vuol dire Kedivè: vi è la descrittiva in una cronaca della città del Cinquecento, di quella che era, allora ed in primavera, la sfilata dei turchi, che verrà poi rimandata, come festa religiosa, a fine maggio, nella ricorrenza della festa del Santo Patrono. In omaggio al suo feudatario, il 24 giugno del 1578, l’università (Municipio) di Potenza predispose e fece organizzare grandi festeggiamenti … tra l’altro si volle, con la partecipazione di tutta la città, indire e realizzare una grande parata nella vallata del Basento, dove due eserciti furono schierati come in una battaglia: quello cristiano e quello turco, guidava la cavalleria – si legge nella vecchia cronaca – il magnifico Oratio Teleo, letterato e poeta, autore di una historia Potentina – andata perduta.
laccara-san-gerardo
Ricordo, a cinque anni, come le zie correvano a socchiudere le imposte di balconcini e finestre, troppo basse per non sentire da vicinissimo tutto lo strepito e il fracasso che accadeva nella via.
Acre odore di tizzoni ardenti e fumo di fiaccole, i bagliori di fuochi lampeggiavano nella cucina e nelle stanze, strilli di suoni, dallo strano rumore nasale, pifferi, lingue di Menelik, le trottole dalla stridore acuto e dall’eco che rimbalzavano, fumo e bagliore. Stavano arrivando i turchi, impettiti e a dorsi e bracci nudi e pelosi, dai petti villosi, le barbacce, il nerofumo delle facce e l’acuto odore di sudore, di sterco di cavalli dallo scalpitio frenetico degli zoccoli che risuonavano sul selciato. Era un’atmosfera da tragedia. Chi erano i tirchi? I mulattieri che erano truccati con le barbe e gli stracci posti a turbante sulla testa, incutevano una certa paura, al punto che le zie richiudevano le imposte. Io non volevo, giacché quel frastuono mi eccitava, m’incuriosiva e mi spaventava insieme, ma di meno. Il rullo dei tamburi rimbalzava lungo i vicoli, avvertiva di uno misterioso ed agguerrito assalto; erano arrivati da Costantinopoli con la nave e i carri. I cavalieri che cavalcavano le giumente dalle froge umide e dilatate, dagli occhi sbarrati, e solo passo incespicante e nervoso, giacché le briglie trattenevano la veemenza di un tratto nervoso, e dello scalpitio.
I camini accesi e i riverberi del fuoco sulle pareti delle case davano luce, significati ed infervoravano il racconto, eccitava la fantasia di vecchi e bambini, nelle lunghe e violente stagioni del “generale inverno”. E gli inverni produssero l’assuefazione alla legna e al carbone, alle fascine e a tutto ciò che derivava dall’attività delle carbonaie e dei legnaioli. Ecco perché, nella sera del 29 maggio, i carbonai ed i mulattieri, mani scure e rattoppi di indumenti, sono indaffarati attorno ai fanòi. Anche le donne, i nani e i gobbi si agitano, schiamazzano e giocano nelle strade della città.
b7bfa0de06c32dfbda80fde5fb8a7710_L
Come l’indovino Anfiarao, i vecchi demonòmani traevano gli auspici dallo strepito e dalla direzione del fuoco, e, simboli dalle energie occulte, il carbone ed il fuoco rappresentavano la forza del sole sottratta alla terra. Le strade e le piazzette erano quindi invase dalle esalazioni e dalle fumée, nella foga di scacciare gli spiriti del male. Così esprimevano la loro carica propiziatoria alle querce e al bosco, e torce, tizzoni, fumo e fanòi erano la cosmesi della festa. Di qui la spontanea mobilitazione della gente che si riversava nelle vie in preda all’emozione per l’inverno che andava e per l’estate che subentrava nel fiorire degli alberi e delle ginestre: una festa della campagna.
Si lasciavano l’ansimare delle mulattiere e il respiro asfissiante delle carbonaie per guidare i muli e i turchi in devozione di san Gerardo. Baldorie e “gaudi” del popolo: la Sfilata dei turchi si tramanda, si ripete, nei particolari che l’hanno sempre caratterizzata, e la sua coreografia è nel pullulare dei suoi fuochi. La iaccara, grande falò, canne affasciate attorno ad una trave lunghissima … “contadini giovani e robusti la portavano sulle spalle. Sopra vi stava uno (gnomo o satiro) vestito a foggia di buffo o di pagliaccio, che tenendosi diritto ad un reticolato o disegno di canne, su cui era posta tra foglie e fiori la fiura di San Gerardo, gridava, declamava, gesticolava e diceva a sproposito, eccitando la gente a guardare e ridere …”.
Le iaccare s’installavano nei luoghi giù larghi … fari fiammeggianti della notte. In ogni cuntana, in ogni largo e lungo la Pretoria si accendevano decine e decine di fanòi (ammassi di sarmenti, cannucce, scroppi, ginestre secche e verdi), in guisa che la città pareva andare a fuoco. Una serata efferata dai bagliori rosso-sangue, “scoprifuoco” in cui tutti uscivano dalle case per l’irrefrenabile voglia di partecipare. Valletti, scudieri, turchi e gran Turco fumavano il sigaro alla “smargiassa“. Lungo i lati della piazza, i cantieri … su di essi s’inchiodavano i simboli del bosco, una pianta di agrifoglio, di fronte un largo ramo di abete, e tra un cantiere e l’altro, festoni di edera … un mistico apparato di verde. I mulattieri, ebbri e tiranni delle cavalcature e delle finestre. Primo, unico ed indiscusso modo di essere attori, esibitori di una malcelata potenza, la “marziale” traversata nella città, despoti dell’aria e del vino, corsari della montagna entrati per una sera nella città, con nave, carro, gualdrappe e finimenti. Erano i diavoli del grano e delle biade con il gran Turco o Belzebù. Scorreggioni e sguaiati, a volte immobili, a volte vispi, irriguardosi e maliziosi, spaventavano le fanciulle accorse ad ammirarli. Uomini delle querce e dei faggi, delle cerze, che scendovano da Sellata, Cerreta, Faggeta e Pallareta per infliggere strappi alle briglie e alla seta. Ecco qui i rituali che garantivano i mezzi del sostentamento.
Senso di appartenenza, cordialità ed eguaglianza, la Sfilata rappresenta una produzione sociale molto importante. Si poteva scherzare con i padroni, con i borghesi e con le autorità; si compiaceva il potente per lo spettacolo e il brio: i ruoli erano intercambiabili e mimetizzavano ceti e gruppi sociali. La sua articolata dimensione consentiva una trasgressione delle norme limitata alla sola serata. I riferimenti erano forti: vi era l’irruzione di sembianze, timori, aspettative, preoccupazioni e linguaggi, espressioni connesse all’amore e alla funzione escrementizia dei quadrupedi. Una trasgressione di massa in termini di cibo e di bevande. Durante la Sfilata si poteva parlare a chiunque.
images2IUZ6TWK
Le donne sfriculèiavano e facilmente con esse si poteva scambiare complimenti e sfottò.
Era quindi desumibile dal fracasso, dalle torce, dagli spari, dalle foschie iniettate di vividi bagliori, dai volti tesi, dalla prepotente energia dei gesti e delle braccia nudi, dall’energumenismo globale dei petti e delle figure, dai muscoli contratti, dalle rudi connotazioni somatiche, dagli sguardi truci, dagli zigomi sporgenti e qualche faccia prognata, una rassegna dell’esibizione semita degli uomini di fatica, i mulattieri dell’Arioso, la carica contestatoria, la boria, la grinta spavalda dei mitici uomini che venivano dalle boscaglie, attraverso i vicoli e le grondaie, la fuliggine dei comignoli, nel tripudio, e ingoiavano fumo di tabacco e di legna, brandivano fiaschi e spade, gustavano, fiutavano ed aspiravano odori, polvere e sudore, aria impregnata di bagliori di fiato nella macerazione dei pipli. Pandemonio di batterie, bombe e mortaretti. La rutedde bolognese si frantumava in mille girelle concentriche e si dava fuoco a pupe e fantocci, bengala con piogge pirotecniche. Carcasse e palloni di diversa grandezza e figura e le bande si sfiatavano in uniformi bizzarre e pantaloni bianchi, sciasse di colore e cordoni, spalline sfioccate, sciabole e spadini, pennacchi rossi e verdi sui caschetti.
Ecco i turchi, prima catturati, poi svincolati, liberi o conquistati dalla tregenda. Il gran turco sonnecchiava la sua tregua. Era pace con il governatore. Distratto anche il tiranno-gabelliere. Le donne compiaciute: “me pare nu tùurche …!“. Voglia di mare e di barca, il carattere agrario era nella spiga più alta, la pannocchia più rossa. Tra frasche e fumo acre, crepitava l’incendio. Il nerofumo si ritraeva sulle facce dei bambini che avevano voglia di turcheggiare, di boccheggiare. Il mulattiere tracannava lunghi sorsi di fiaba, di vigna, in una sola notte.
Condividi

Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Lascia un Commento