PRECARI, LA LEGGE E I FATTI PARLANO CHIARO

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Sull’inserimento dei precari che operano per i Fondi europei nella gara per la esternalizzazione dei servizi, ci sono dubbi e perplessità così forti da far temere che alla fine possa essere inficiata l’intera operazione generale, che pure ha una giustificazione storica circa la necessità di esternalizzare alcuni servizi. Queste 127 persone godono di una legge che è ormai approvata e che li tutela circa un percorso di stabilizzazione che entro tre anni deve vedere tutte le Amministrazioni impegnate in due operazioni:  il piano triennale delle assunzioni ( da presentare entro sessanta giorni dall’accordo con l’Aran,  e la riserva dei posti al 50 per cento di quelli che ,non avendo partecipato ad un concorso per l’assunzione nella Pa, hanno diritto comunque a parteciparvi con la riserva. La legge  indica anche la possibilità di utilizzare ai fini della stabilizzazione le  risorse anche straordinarie che sono servite per le cosidetti contratti anomali. Messe insieme queste tre cose, è evidente che passare oggi alla ditta vincitrice della gara per i servizi regionalo quella aprte di personale che entra nei requisiti di legge, significa minare la possibilità di far seguire loro il percorso previsto dalla riforma sul P.I, perché i soldi o vanno da una parte o dall’altra, e quindi  l’eventuale assunzione in una società esterna significa che quelle funzioni  o si fanno fuori o non si fanno più: e questo , a prescindere dal fatto che si tratterebbe di funzioni così delicate da non essere esternalizzabili ( controllo delle richieste, vigilanza sulla realizzazione, controllo delle opere: come si può pensare di darle in capo ad un privato mi riesce difficile!), finisce col minare la possibilità che una legge statale offre a professionisti laureati, la maggior parte dei quali, ad onta di quello che si va dicendo, ha qualcosa come dieci anni di servizio , ha fatto selezioni per entrare e  svolge un lavoro estremamente  prezioso rispetto alla spesa europea. E’ vero che nell’attesa dello svolgimento dei concorsi, le Amministrazioni “possono” prorogare fino a tre anni l’attuale rapporto di collaborazione, ma quel possono non significa che uno può fare quello che vuole. Se vi è la necessità, come per il passato  è sempre stato fatto con leggi di bilancio, che su input del Governo, consentivano la proroga dei contratti, anche questa volta si ha lo strumento per prorogare i contratti atipici, per tre anni.. Se invece quel “possono”, viene usato per dire questo o niente, allora può configurarsi come una interpretazione al ribasso di dirigenti  del settore, oppure  un atto indietro della politica rispetto a quello che ha sempre sostenuto nei tanti ordini del giorno che ogni anno puntualmente, da dieci anni a questa parte, vengono vergati dal Consiglio regionale in cui si auspica appunto la stabilizzazione dei precari. Paradossalmente, adesso che lo Stato si è fatto carico della questione, qui anziché dire finalmente ci siamo,  la PA regionale si appresta a fare una inversione ad U.  La riprova di tutto questo è che anche per i lavoratori interinali ci sono norme che gli consentono di valutare il servizio, ma la loro è una partecipazione dall’esterno , cioè non per i posti riservati e con punteggi aggiuntivi minimi rispetto a quelli  che vengono riconosciuti al personale in servizio al 2015 e che abbia svolto tre anni di attività. C’è materia per accendere contenziosi, al di là delle polemiche politiche che a volte finiscono col complicare i fatti rispetto alla evidenza di un diritto. Queste cose dovrebbero dirle i Sindacati ma mentre a livello centrale della precarietà hanno fatto una questione prioritaria, qui, ad eccezione dell’USb, regna un silenzio che  andrebbe, anche questo, interpretato. Giuseppe Digilio

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