“Sarà Facebook con la sua “amicizia”, o la TV e la stampa con la loro necessità di sensazionalismo, ma il risultato è che stiamo uccidendo le parole.”
Inizia così un breve denso post su Facebook di Stefano Epifani, professore universitario e giornalista, esperto di “sociologia digitale”. E del resto, anche Nanni Moretti, molti anni fa, schiaffeggiava l’incauta giornalista che in Palombella Rossa usava con convinzione stantie frasi fatte. “Le parole sono importanti! Chi parla male pensa male, e vive male“. Chi come me gioca tutti i giorni con le parole, molto per lavoro e molto anche per diletto (questi post rientrano nella seconda categoria, lo dico per evitare qualunque fraintendimento) sa quanta fatica costi scegliere la parola giusta, quella che esprime esattamente quella sfumatura di pensiero, quella tinta incerta di concetto che stava nella testa prima di scivolare verso le dita. Non sempre ci si riesce, naturalmente. I social network – e prima ancora, anche se in misura molto minore – i forum di discussione e le mailing list ci hanno insegnato che la parola scritta è vischiosa, sempre a rischio inciampo: basta pochissimo e il fraintendimento – e l’incazzatura, e le inimicizie – sbucano da dietro un angolo. Gli emoticon, traballanti iconcine che costellano il nostro quotidiano, erano nate per questo: aggiungere la giusta sfumatura per esempio alla battuta ironica, che, priva del linguaggio del corpo che accompagna la comunicazione verbale, il colloquio a due o a molti, molto facilmente rischia di diventare offensiva o comunque rischia di essere fraintesa in uno dei tanti modi con i quali si può interpretare un testo scritto.
I miei studi universitari (Giurisprudenza, alla prestigiosa Università Federico II di Napoli) se NON hanno fatto di me – per la fortuna di tutti – un notaio o un magistrato o un avvocato, mi hanno però sicuramente insegnato almeno una cosa, per me importantissima: fermarmi davanti al senso delle parole, singole e nell’insieme di una frase, ed andare oltre, dentro, sotto e sopra il loro significato più immediato. Cercare il senso in relazione al contesto, a quello che chi ha scritto quelle parole voleva dire, sia esso un legislatore, un giornalista, o qualcuno che mi scrive un commento su Facebook. Anche questo, quasi sempre per la fretta dell’iperconnessione, non sempre riesce, o almeno non sempre riesce a me.
Da qualche temo, però, questo esercizio di esegesi automatica è diventata improba, e probabilmente inutile. In particolare sulla stampa, sia cartacea che digitale, spesso si inseguono titoli nei quali il senso delle parole è stato smarrito. “Caos nella testa”, “scontro furibondo”, “attacco pericoloso” usati per definire rispettivamente una attrice con qualche problema caratteriale, una banale lite coniugale, una mediazione politica. E siccome sono donna, non smetto di rimarcare l’uso assurdo, del tutto svuotato di significato, di alcuni termini usati dai giornalisti quando si tratta di raccontare violenza di genere e femminicidi: “fidanzatino” (invece di “assassino”), “raptus di gelosia” (invece di “omicidio”), “una persona normale, senza grilli per la testa” (invece di “psicopatico”), “un ultimo chiarimento” (invece di “un agguato”), “una donna bella e disinibita” (invece di “vittima”). E potrei continuare. Una orribile rincorsa allo stupore che vuol dire clic che vuol dire sopravvivenza. Un complessivo abbassamento delle capacità di comprensione del senso vero delle parole, figlio (o padre?) anche dell’analfabetismo funzionale di cui soffrono tanti italiani.
“Amico” su Facebook è quasi sempre un conoscente di cui magari ci importa poco, abbiamo cliccato su “Accetta la richiesta di amicizia” solo per gentilezza, ma lo chiamiamo con lo stesso nome che usiamo per chi ha condiviso con noi onori e oneri, infanzia e adolescenza, pianti risate e mazzate. Tutte rigorosamente dal vivo. Abbiamo abbassato e svilito il senso vero di molte parole, le abbiamo svuotate di significato. Le abbiamo uccise, e da questo parolicidio non può derivare nulla di buono. Il 1984 di Orwell, con qualche decennio di ritardo, è qui fra noi. “Fine specifico della neolingua non è solo quello di fornire […] un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero.”
Perché, come dice ancora Stefano Epifani, “uccidendo le parole uccidiamo il loro significato, ne offendiamo il senso, ne menomiamo l’efficacia. Rubiamo al senso il suo suono, ed al suono il suo significato. Uccidendo le parole uccidiamo ciò che rappresentano.”
1 commento
Gentile signora Ida Leone,
ho trovato e poi letto con molto interesse il suo articolo IL VALORE DELLE PAROLE. Dopo una quindicina di anni in cui ho condotto parecchi laboratori autobiografici (dopo la formazione alla lua.it ) sto ora tentando di scrivere un libro che riassuma la mia esperienza.
Uno dei primi capitoli che volevo abbordare si intitola proprio PAROLE (con una chiara declinazione autobiografica:
Ora le chiedo gentilmente se posso citare il suo articolo e riportarne alcune frasi (beninteso citando la fonte per esteso).
Intanto la ringrazio e saluto molto cordialmente!
Norberto Lafferma
Sementina (Svizzera)