C’è, nel pubblico, nel parapubblico e in un certi enti autonomi la concezione che il lavoro sia un processo senza risultato, cioè una presenza fisica e una prassi che non tengono di mira l’obiettivo. Se si mette a confronto un modo di lavorare del tipo di quello sopradescritto con le spietate immagini di nuovo schiavismo fatteci arrivare dalla Amazon di Piacenza, allora vediamo le due facce del problema che derivano da una malintesa cultura del lavoro: la mancanza di risultato da una parte e il risultato spinto così avanti da violentare le persone con un nuovo fordismo nella catena di lavoro. Il difetto e l’eccesso sono due esasperazioni del problema , derivanti appunto dalla mancanza di una cultura del lavoro che deve saper inquadrare gli obiettivi, migliorare le prassi, ma essenzialmente motivare, responsabilizzare e dare protagonismo al singolo lavoratore. Oggi, ad esempio, Galli della Loggia si accorge che insieme alla politica è crollata l’Amministrazione pubblica in Italia. I guasti fatti dalla Bassanini noi li abbiamo descritti da tempo, il maggiore dei quali è la divisione strumentale tra politica ed amministrazione. Il concetto della separatezza è valido in sé, ma solo se i si riferisce alla lunga e colllaudata esperienza francese. Se invece parliamo dell’Italia allora l’interpretazione è diversa ed è che all’orgoglio di essere servitore dello Stato si è sostituito la furbizia di farsi servitori di padroni, pronti a intercedere tutti il loro volere e a trovare le soluzioni caso per caso, una norma qui e una lì, messe insieme disperatamente. Ne deriva, a latere, che chi non è disposto a mediare, viene collocato nel gregge indistinto dei non visibili, degli inutilizzabili. Conseguenza di questa situazione è che i dirigenti li si prende sempre più spesso dall’esterno, mai con concorsi e mai con la possibilità per gli interni di partecipare ad uno. Quelli che arrivano guardano automaticamente in alto, a chi comanda, mai in basso, e così si formano i cerchi magici in ogni ente, dove pochi dirigenti e pochissimi funzionari si caricano sulle spalle gli oneri e gli onori della “disponibilità” un pò di tutto. Senza programmazione degli obiettivi, senza la partecipazione della squadra, senza verifica dei risultati, questa specie di caravan serraglio va avanti come una carovana nel deserto, a capo chino sotto il sole e senza guardarsi intorno. E’ evidente che, con questa situazione di evidente degrado della macchina amministrativa, si impone una profonda riorganizzazione degli apparati pubblici , a cominciare dalla Regione: i compiti da svolgere, le professioonalità che servono, l’apertura di una stagione di concorsi, un percorso di valorizzazione dei funzionari migliori a partire da una vera meritocrazia, e poi verifiche imparziali , monitoraggio delle prestazioni dei dirigenti, valutati anche per la capacità o meno di fare squadra, di semplificare, di automatizzare, di andare incontro ai cittadini. L’altro lato nel quale manca una cultura del lavoro è nella falsa idea che il privato chiamato ad ad attivare servizi pubblici “in sostituzione” del Comune o di altro Ente ( vedi il caso della riscossione, sia di per sé produttore di efficienza ). Non è così: il privato, nei casi migliori, interviene lì dove non ci sono dirigenti capaci di far lavorare le persone, di dar loro obiettivi, di controllare le risposte , di monitorare i processi, di semplificare le procedure. Un privato così non offre lavoro ma lo toglie, deprezzandolo nel costo e facendolo diventare precario, con il che ammazzando l’economia, perché un giovane che non può guardare al resto della vita lavorativa come una strada senza interruzione, non mette famiglia. Ecco perché c’è bisogno che ci si fermi per il tempo necessario ad affrontare il tema di quale lavoro pubblico stiamo mettendo in cantiere e se questo è in sintonia o meno con un processo di richiamo dei giovani a rimanere o ritornare. La vertenza da aprire con lo Stato e quella di dirgli subito e forte che non si può andare avanti così, chiudendo e riaprendo i rubinetti dei concorsi ora qui ora lì e costringendo a ricorrere alla fabbrica dei precari, che, dieci qua, dieci là, continuano a riempire quello spazio di indeterminatezza e di provvisorietà che si chiama lavoro provvisorio in attesa di sanatorie che non possono arrivare. ROCCO ROSA
L’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA E’ CROLLATA
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