Una volta noi italiani avevamo tanta di quella fiducia nei governanti che anche nei casi più difficili e drammatici sapevamo che una via di uscita l’avrebbero trovata. Vivevamo un po’ protetti, come bambini che sanno che ai problemi ci pensano i genitori, cioè una classe politica che con tutti i litigi e le polemiche avrebbe comunque impedito che ci avvicinassimo troppo al burrone. Poi il ceto politico è cambiato e sono arrivati quelli che vicino al burrone si esibivano in gesti atletici temerari e noi a pensare che gente capace di questo sicuramente doveva tenere palle e nervi d’acciaio. E invece no, era solo gente cui piaceva stupire e rischiare, con tanta spavalderia e tanta incoscienza. Tremonti è stato il campione dei funamboli, assicurando agli italiani che tutto andava benissimo mentre l’ufficiale giudiziario metteva i sigilli all’Italia con uno spred oltre i 500 punti. Oggi c’è tanta confusione e tanto movimento e mi sembra di essere calato in quella barzelletta dove c’è gente di tutte le età e di tutte le estrazioni che cammina da giorni in un bosco; ad un certo punto uno domanda a quello che stava avanti: “manca molto?. E il capofila risponde: e che ne so , mi stavo appartando per un bisogno e mi stanno venendo tutti appresso”. Questo per dire che se si vuole capire perché il 40 per cento degli elettori non esce più da casa la domenica del voto è perché quel filo che legava la politica ai cittadini, intesa come capacità di fare gli interessi di tutti, di fermarsi per tempo di fronte alla drammaticità delle cose, di dire basta ai litigi nei momenti duri, di esercitare un ruolo di guida rassicurante si è rotto e mentre le mandrie degli apparati politici vanno avanti a conquistare terreno dovunque ci sia erba da brucare, la gente si asserraglia in casa semnpre più preoccupata di un paesi reso ingovernabile dall’irresponbsabilità, dalla cupidigia, dall’affarismo, dal personalismo. E in questo mercato politico sta conquistando spazio la figura del medico ottimista , scanzonato e menefreghista che al povero parente in corsia, in attesa angosciosa di sapere lo stato del proprio congiunto, non risparmia palate di ottimismo: “va benissimo”, dice il primo giorno; “è una bellezza”, dice il secondo; “meglio di così non potrebbe andare”,dice il terzo. E’ morto, dice il quarto. E lo dice con lo stesso atteggiamento superficiale e scanzonato di chi alla differenza tra la vita e la morte degli altri non ha dato mai valore. E’ questa la tragedia che viviamo. ROCCO ROSA