Certo, per quelle famiglie che non possono arrivare a fine mese, meglio un lavoro precario e sottopagato che niente. Sottostanno alle leggi di un mercato che è sempre più violento e che spreme come un limone le persone per poi buttarle ai margini della strada alla prima occasione. Che poi questo lavoro precario venga incentivato da leggi che fanno appello al buon cuore degli imprenditori, è una ingenuità colossale, perché gli imprenditori, non tutti ma la maggioranza, ….prendono e non rendono, alimentando così un circuito perverso che consuma soldi pubblici , non migliora la situazione sociale né mette in moto l’economia. A livello governativo si è capito un po’ tardi che il livello dove deve nascere l’incentivo e fare la differenza tra una assunzione o un licenziamento deve essere quello che porta a trasformare i contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. Lì deve nascere la convenienza dell’impresa , nel senso che licenziare uno e assumerne un altro deve essere molto più costoso che trasformarne uno esistente, dandogli sicurezza e certezza di poter guardare avanti. Si, perché ai fini del miglioramento della situazione economica di un territorio un contratto precario equivale ad uno stato di latente disoccupazione, nel senso che è la precarietà stessa che agisce come disincentivo a mettere su famiglia, a chiedere un mutuo ,a fare figli, a organizzarsi la vita in un posto, tutti piccoli atti singoli che ,messi insieme, muovono l’economia di un territorio. Il jobs act ha seguito l’indicazione di allentare i lacci dell’impresa, ma quei lacci non devono servire per strozzare il lavoratore. Ed è da qui che deve partire, da un lato, una revisione del sistema di supporto nel trovare lavoro, dall’altro, un sistema regionale di intervento che corregge e riduce la precarietà, in una sorta di contrattazione negoziale di secondo livello. Ora che sta avanzando l’idea di fare una forte operazione di incentivazione al lavoro ( si parla di 1300 giovani), cerchiamo di aggiustarla in direzione di un lavoro che copra tutto il tempo di un contratto a tutele crescenti. Mettiamo al lavoro gente che ne capisce, che riesce a calcolare i riflessi di una operazione nell’economia di un territorio e coinvolgiamo su questo l’universo mondo degli imprenditori e delle rappresentanze dei lavoratori. Una cosa è certa: l’esperienza di apprendistato ,di formazione e lavoro, e di incentivazioni varie non è stata mai risolutiva del problema ed è stata sempre l’occasione per gli imprenditori di prendere qualche migliaia di euro senza dare niente in cambio. Seminare speranze generalizzate non è un buon investimento e ripetere l’esperienza degli LSU sarebbe una rovina. Rocco Rosa
IL PRECARIO CHE NON METTE RADICI E’ UGUALE AL DISOCCUPATO
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