LA SOLUZIONE ALLA CRISI PASSA DALLA MORTE DEL PD

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Sostanzialmente la formazione del nuovo governo passa dal PD. Lo stallo delle trattative tra centrodestra e 5Stelle impone a Martina e ai suoi di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. E a seconda di cosa decideranno, ci sarà il primo grande scossone che servirà a superare questa crisi.

Detta in soldoni, nel PD ci sono due anime. Una, più vicina a Renzi, che chiede di restare all’opposizione e in ogni caso di non allearsi col 5Stelle. La seconda invece, alimentata dalla frangia più a sinistra, suggerisce di trovare il modo di far partire un Governo a guida Di Maio (o chi per lui) e poi tenerlo in ostaggio come junior partner.

Ciascuna delle due anime è convinta che se prevalesse la tesi dell’altra il PD sarebbe morto e ciascuna delle due sostiene la propria tesi nel tentativo di uccidere l’altra corrente. È chiaro che Renzi rema per strizzare l’occhio al centrodestra (spingendolo nelle braccia di Grillo o dandogli una mano per partire), un po’ come fa Macron in Francia. In questo modo l’ex premier consoliderebbe il suo elettorato (che in gran parte è formato da ex elettori di Monti) offrendosi come nuova meta per gli elettori forzisti e impedendo alla minoranza di ricostruire pericolosi rapporti con gli scissionisti. Liberi e Uguali più e più volte si è detto favorevole a un esecutivo pentastellato e in alcuni ambienti circolava l’ipotesi di Pietro Grasso regista di una coalizione tra M5s e PD.

Proprio questa idea è alla base di ogni ragionamento dell’area di Cuperlo e Orlando. La sinistra interna al PD conta sul naufragio della coalizione di maggioranza delle correnti moderate spostare il partito verso LeU. In particolare si spera che il divorzio di Franceschini da Renzi si traduca in un appoggio esterno ai grillini, in modo da recuperare il rapporto con Bersani e i suoi. Al tempo stesso i cuperliani ancorerebbero il PD al PSE, disinnescando la deriva macronista e ponendo le basi per invertire il flusso di voti verso i pentastellati. Sarebbe la nascita di una grande coalizione progressista capace di arginare l’avanzata delle destre su scala nazionale, complice anche il precario equilibrio di rapporti di forza nel campo verde-azzurro.

Il risultato di questo derby si conoscerà però soltanto dopo l’assemblea nazionale che si terrà tra qualche giorno. La candidatura di Martina a Segretario non era scontata e la sua discesa in campo potrebbe significare una scissione. In particolare, se l’Assemblea decidesse di non tornare al congresso – e potrebbe andare proprio così, se l’area rossa si unisse alle correnti dissidenti della maggioranza per sostenerlo – la pressione sui renziani sarebbe molto alta.

Emarginato nel partito, Renzi dovrebbe giocarsi le proprie carte in Parlamento, dove controlla almeno un terzo dei gruppi PD. Lì l’ex Sindaco sarebbe disposto alla scissione per lanciare il suo nuovo soggetto (potrebbe chiamarsi Avanti!), magari per trasformarsi in stampella del centrodestra. In quel caso, chissà, in futuro potrebbe rilevare anche il partito di Berlusconi. Il PD, ormai a pezzi, potrebbe assorbire Liberi e Uguali senza problemi e magari essere libero d’inseguire il M5s.

Anche se sconfitto, Renzi sarebbe così capace di impedire ugualmente la nascita di un governo 5Stelle (mancherebbero i voti necessari). La prospettiva si complica nel caso in cui si tornasse a congresso e Richetti, candidato-ombra di Renzi, riuscisse a vincere. In quel caso la trasformazione del PD nella versione italiana di En marche! potrebbe non essere sufficiente a dar vita a una scissione. O meglio: ammesso che Cuperlo e Orlando escano, Franceschini li seguirebbe?

Per non parlare del fatto che Carlo Calenda sembra essere il cavallo di battaglia su cui punta Franceschini nel lungo periodo. Cavallo di battaglia che finora non ha ancora (davvero) cominciato la sua lunga corsa…

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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