UNA CITTA’ PERDUTA ( QUANDO LA CULTURA AMAVA POTENZA)

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PAGINA A CURA DI 

LUCIO TUFANO

 

Caro Lucio,

dedico questo libretto a te e idealmente a tutti quegli amici e compagni di strada che insieme a noi hanno cercato per vie diverse di costruire un’utopia segreta, seguendo un percorso fatto di immaginazione e di entusiasmo, ma anche di sacrifici e amare sconfitte. La spinta etica e politica di allora ci ha aiutato nella ricerca di una nuova via che ci permettesse di uscire dall’incertezza di quei tempi, e non ha bisogno di essere congelata negli elenchi dei nomi e nelle lapidi commemorative come se stessimo celebrando un lutto.

In una città come la nostra che rischia di diventare una necropoli, questo momento tuo di riflessione può aiutare i più giovani a capire che mai come ora è necessario uno sforzo e un soprassalto di coscienza per salvare dall’immondezzaio della distruzione della cultura e della storia la ricerca di un senso da dare alla propria vita e quella degli altri.

Tanti auguri. Con affetto,

Rocco Falciano ,Roma, 10 aprile 2010

 

 

Una città perduta

Ci sono persone così immerse nella realtà del mondo e nelle molteplicità delle vite e dei rapporti che vi si danno, che in ogni momento hanno davanti a sé lo spettacolo evanescente dell’esistenza tra realtà ed irrealtà e come veggenti ne svelano l’irrazionalità e l’insensatezza. Vito Riviello era tra questi.

Alcuni anni fa, concedendosi una pausa elegiaca rispetto alle sue opere precedenti in cui analizzava con ironia e distacco le vicende particolari di una umanità senza storia, in preda ai cascami dell’ottuso linguaggio di massa, scrisse “La luna nei portoni”. Era un libro sorprendente e premonitore come gli altri, ma in chiave diversa, in cui tentava di ricostruire per frammenti l’immagine della sua città attraverso le tante storie particolari, alla ricerca di una coralità perduta, un’infanzia mitica, una esplorazione nel territorio della memoria e del sentimento che rimanda al primo formarsi della coscienza.

La storia di una città come Potenza, non quella degli uffici e delle carte bollate, attende ancora di essere svelata e scritta, è nel cuore di tutti noi e di tanti altri nel ricordo della voce narrante della madre percepita come eco indistinta dall’orecchio di Dioniso delle acque della nascita, nel dormiveglia, o nel buio sogno infantile angoscioso e senza via d’uscita. Una storia che si confonde col mito, precede ogni forma di scrittura e di rappresentazione simbolica e si trasmette attraverso i mille rivoli della tradizione orale fino a disperdersi.

Come tanti della mia giovinezza, ho avuto la fortuna di vivere questa estrema stagione della cultura contadina alla vigilia della grande “mutazione”, e di ascoltare dalla voce di mia madre le storie mai scritte di una sorta di età dell’oro all’insegna del racconto fantastico e meraviglioso.

Tra queste, la leggenda del brigante Federico Aliano che prima di essere impiccato sulla forca di Montereale parla ad una grande moltitudine, a quella degli ultimi briganti post-unitari non più politici, degradati a feroci e sanguinari predatori notturni che torturavano i pastori dispersi nella campagna. Era vivo il ricordo della piazza Prefettura ancora alberata dove si vendevano prosciutti, salsicce, formaggio e lardo per la fiera del sangue di Cristo, e dove i soldati che la sera uscivano dal cinema al suono di una campanella si radunavano dietro la banda del 29° Reggimento di Fanteria più volte distrutto e ricostruito, e guidati dal mazziere in alta uniforme che li portava fuori città, marciavano verso Porta San Giovanni perdendosi nella notte. Le ballerine del varietà che portavano la nuova moda della biancheria intima, le bretelline di strass e le pellicce di seal-skin, rappresentavano qui come altrove il luogo dove proiettare i sogni e le aspettative di emancipazione di molti. Anche delle ragazze, che in modo sommesso tentavano il primo coraggioso passo di liberazione dalle fatiche della campagna nella casa-bottega della sarta, comare e maestra di vita, e all’occasione mediatrice e garante di nozze.

Allora, nei caffè prima dell’alba che odoravano di anice e di fernet si incontravano bottegai ed ortolani, sensali, manutengoli e commercianti per interpretare insieme i sogni della notte e giocarli al lotto, bere un bicchierino o concordare contratti per le forniture militari. C’erano i ricchi raccolti, le tavole imbandite ed era arrivata la luce elettrica. Ma vennero anche la prima grande guerra, i disertori nascosti nelle campagne e gli investigatori dell’Arma travestiti da massari, uccisi e lasciati nei fossi durante i pellegrinaggi ai Santuari; e nelle case sottoterra necropoli etrusche, il fumo ed il pianto per i morti al fronte, e poi il vaiolo e la febbre spagnola, il listone nazionale di Francesco Saverio Nitti e le elezioni, e le violenze degli squadristi alla vigilia del fascismo.

Mio caro Ciccio Nitti

preparati la fossa

se vincono gli Arditi

ti rompono le ossa.

Così si cantava nelle strade. Tra città e campagna c’era un mondo che andava formandosi nel microcosmo ribollente dei vicoli, attraversato da piccoli interessi e passioni degradate, somiglianza di quelle maggiori che affliggevano la vecchia capitale partenopea e che filtravano come una malattia endemica. Una “mala Italia” sconvolta dai delitti di gelosia e consegnata alle cronache giudiziarie, che conviveva con la vita povera di un’Italia operosa e discreta – ma non certo carducciana secondo il clichè del popolano fiero ed attivo –, o litigiosa e piena di rancori che si appassionava ai grandi processi di quegli anni spesso celebrati a porte chiuse.

Di questo mondo a cui era negato l’olimpo crociano della poesia ineffabile e disinteressata, avrebbero dato conto soltanto in tempi vicini proprio gli scrittori meno impegnati sul versante ricorrente del populismo confusionario e più seriamente interessato a capire in quale direzione stava muovendosi la società italiana, di fronte alla irruzione drammatica della modernità.

Il piccolo universo dei vicoli è il campo di indagine di Vito Riviello che questa volta, messa da parte la dimensione burlesca che caratterizza la sua poesia e la sua prosa, muove sul versante della ricostruzione appassionata della sua città, da cui è fuggito nel momento della trasformazione da centro urbano di contadini a cittadina piccolo-borghese.

In quei luoghi promiscui in cui si mescolavano due ceti diversi e due diverse condizioni di vita irriducibili, c’erano i portoni.

Erano ambienti esemplari, archetipici, dove ci raccoglievamo ad ascoltare le storie inventate o il film visto dal compagno di turno pagato dal gruppo con l’incarico di raccontarlo a tutti gli altri. Vicoli e portoni erano le matrici della immaginazione e dell’operosità creatrice per la nostra generazione di guerra, i ripari dove costruivamo giocattoli, aeroplanini di legno e pupi del presepe dipinti con le terre colorate, e dove abbiamo trascorso i giorni d’inverno, fino alla vigilia del grande esodo e della dispersione in altre parti del mondo.

E poi le cantine, dove approdavano i contadini che avevano venduto qualcosa al mercato, forestieri in viaggio, artigiani perdigiorno, qualche giovane studente populista che scopriva l’osteria popolare, ed altra gente di passaggio che, consumata una colazione di pane con peperoni o un pezzo di salsiccia si animava col vino, mentre montava il turpiloquio in un’atmosfera fumosa che qualche volta generava risse e coltellate, ed anche la morte.

Il vicolo era l’esempio di una evoluzione sociale contraddittoria, con artigiani e contadini destinati ad essere inghiottiti da una emigrazione poco probabile, aspettando i favori di una piccola borghesia emergente che valessero a liberarli dalla precarietà cronica situandoli nell’area franca del posto fisso travestiti da uscieri.

Uno scenario ribollente e mormorante, senza le grida del vicolo napoletano e senza la calca siciliana, che taceva con l’avvento della sera. A volte, nel silenzio leopardiano delle notti d’estate si sentivano le serenate dei suonatori fatti a vino o l’urlo improvviso di un uomo delirante e disperato che invocava pane e lavoro, subito soffocato dall’intervento della Pubblica sicurezza.

Portoni, vicoli, le cantine, le due ville comunali, le strade tortuose e le scalinate babeliche che si arrampicano sulla collina alta fino al centro storico, – insieme al vento perenne ed alle catastrofi naturali come i terremoti o quelle storiche come la guerra ed i bombardamenti dopo l’otto settembre 1943, e l’occupazione alleata -, sono i luoghi poetici che Vito Riviello ci racconta con le parole della conversazione affettuosa ed in assenza del distacco aristocratico che talvolta accompagna la scrittura. Una prosa colta, intrisa di umori eclettici, in bilico tra cronaca illuministica e trasfigurazione memoriale, cha e mio parere si ricollega per virtù genetica a quella tradizionale del racconto orale di cui si parlava all’inizio, che vede lo scrittore non solo come inventore di storie attraverso l’artificio delle parole, ma anche come narratore-attore col gusto della teatralità e della rappresentazione irreale, proprie della creatività popolare.

È la ricostruzione virtuale di un mondo scomparso che si risolve in visita ad una città disabitata dove anche i versi, non più voci viventi, diventano metaforicamente lapidi o comunque epigrafi celebrativi di eventi perduti per sempre. Uno scenario metafisico e sepolcrale che vive soltanto nella mente dello scrittore e nella luce fredda dei luoghi appena abbandonati, come nel suo sogno ricorrente di angoscia poetica in cui la metafora delle piante carnose che avanzano dalla campagna senza ostacoli, ricoprendo la strada fino ad invadere la camera da letto, è l’indizio di una minaccia e di una insicurezza latenti.

Rispetto alle sue poesie che trattano un’umanità posseduta dai cascami del linguaggio di massa, questo sguardo sul passato sottende l’ansia per una civiltà che forse si sta preparando al peggio. Riviello si era mosso per tempo da un meridionalismo cittadino che voltava le spalle al vecchio mondo contadino e si disponeva a confrontarsi con la civiltà delle macchine e la cultura urbana, seguendo un modello politico che non si riconosceva pienamente nel “vento della rivolta”. Si era trovato poi di fronte ad un Mezzogiorno sconfitto o comunque emarginato e travolto da un cambiamento incontrollabile e frenetico fermandosi a considerare criticamente la modernità: “fummo invasi da tutti – barbari e rabarbari – circondati e distrutti – sia dagli Unni che dagli altri.”

È lecito pensare che forse tra illusioni e passioni, miti e storie, questo suo libro rappresenti l’inizio di un nuovo orientamento del suo lavoro e non soltanto una pausa elegiaca alla ricerca di possibili sentieri da percorrere per un sogno che tenga insieme sviluppo, cultura e modernità per una città nuova, in un più vasto mondo di nuove miserie come quello del benessere che sembra senza speranza.

Roma, aprile 2010

Ciao Lucio, Rocco FALCIANO.

 

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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