
LUCIO TUFANO
Mentre il socialismo stava faticosamente uscendo dall’”utopia” di ispirazione anarchica per un processo di evoluzione del movimento operaio lento e semiclandestino, il capitalismo sfoggiava al palazzo Florio di Milano un enorme emporio di prodotti e di manifatture ad opera dei f.lli Bocconi. In negozio colossale, con una spesa, per la sola illuminazione a gas, di circa 40mila lire l’anno, rappresentava il monumento del trionfante ceto borghese al commercio al dettaglio, noto come i Musei, la Galleria Vittorio Emanuele ed il Duomo. Ad esso Gabriele D’Annunzio impose il nome di “Rinascente”. Questo accadeva in una città degli anni ‘90 dove circolavano i tram a cavalli su rotaie, dove il “Corriere della Sera” era già famoso e lo stabilimento Pirelli produceva – primo in Italia – conduttori elettrici isolati, in un paese, l’Italia, dove il 60%

dei circa 30milioni di abitanti era analfabeta, nonostante le leggi sull’istruzione obbligatoria.
A partire da quel 1° maggio del 1890, quegli anni furono caratterizzati da disordini ed attentati, da processi agli anarchici per i noti disordini del 1° maggio. le feste del lavoro, infatti, pervase dai discorsi “sovversivi” e di striature demagogiche rosso-sangue, provocavano violenze ed attentati. L’anarchico Pini si distinse in tale attivismo, così come Auguste Vaillant per aver lanciato una bomba alla Camera francese, Pavweis per aver fatto scoppiare un ordigno sotto l’atrio della Chiesa della Madeleine, frequentata dall’alta borghesia parigina e Paolo Lega per un colpo di pistola contro Crispi. Le azioni terroristiche degli anarchici contro l’ordine borghese riempirono gli ultimi anni dell’800 e di tutto il primo ‘900, tanto che provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza furono adottati.
Assieme al
francese Ravachol, il “Rocambole dell’anarchia”, autore di numerosissimi attentati dinamitardi, Carlo, Giovanni e Pietro Gattini, Ernesto Ricci, Ubaldo Colombi, Emilio Mengaraglia si distinsero per associazione a delinquere ed incitamento alla guerra civile. Pietro Gattini fu il capo di una banda armata. Al di là delle azioni degli anarchici, vere e proprie insurrezioni, incendi, saccheggi e conflitti con la forza pubblica provocarono le repressioni volute da Francesco Crispi che decise lo scioglimento dei Fasci dei lavoratori, la proclamazione dello stato d’assedio, l’istituzione dei tribunali militari straordinari e la soppressione delle associazioni socialiste in tutta Italia.
Intanto il capitalismo inaugurava la “Galleria del Lavoro” alla Esposizione Nazionale di Torino, il 1° maggio del 1898.
Furono quelli gli anni delle lotte e delle guerre. Si animarono sin da allora, i dati della storia e degli archivi. Arsenali e granai si sono riempiti e svuotati ad un tempo, stagioni di semina e di raccolta hanno infervorato lavoratori e padroni, hanno mobilitato banche ed usura, hanno fatto oscillare indici economici e finanziari, hanno determinato la caduta dei mercati, hanno mandato in crisi le industrie e le aziende, hanno cagionato processi inflattivi e di svalutazione della moneta, hanno reso impossibili le condizioni di sopravvivenza delle popolazioni.
Ma il brevetto del capitalismo ha resistito fondando nuove richieste, elaborando nuove teorie, razionalizzando i sistemi di produzione e lavoro, innovando strumenti e tecnologie. I lavoratori partecipavano compatti alla giornata di celebrazione ed i governi si preoccuparono della

confusione e dei disordini che potevano verificarsi. Si formularono messianiche profezie di radioso avvenire, la coscienza dei lavoratori si consolidò sempre più, e la giornata del 1° maggio andò acquistando connotazioni politiche man mano che le rivendicazioni prendevano corpo e sostanza contro un capitalismo che, con gli automatismi, le nuove tecnologie, la capacità vorticosa di produrre merci, attrezzi e derrate, apparve sempre come fautore di inesauribili ricchezze.
Alla fine dell’800 i disordini erano diventati disastrosi. La “rivendicazione dei diritti popolari”, il manifesto del socialista Turati, la restaurazione della libertà e della giustizia, la abolizione di tutti i privilegi, la lotta al militarismo e la richiesta del suffragio universale costrinsero il governo a richiamare alle armi 40mila uomini. Il gen. Bava Beccarsi puntò i cannoni. I morti furono 80, gli ospedali pieni di feriti e le prigioni zeppe. Di Rudinì, primo ministro, si dimise. Il gen. Luigi Pelloux fu il nuovo presidente del Consiglio e ministro dell’interno. Altri generali entrarono a far parte del Governo.