Alla scoperta di Ruvo del Monte

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1. La lingua di Ruvo del Monte

Ruvo del Monte, pdr n. 16 dell’A.L.Ba., è un comune della provincia di Potenza, posto nella parte nord-occidentale della regione, ai confini con l’Irpinia e conta circa mille anime.

La sua posizione strategica gli ha conferito una certa rilevanza essendo un punto di passaggio obbligatorio per raggiungere la Campania, oltre che l’entroterra lucano.

Sappiamo che il comune ha avuto il nome di “Ruvo” fino al Regio Decreto del 22 gennaio 1863 n° 1140, poi ha tratto la specificazione di “del Monte” dall’essere posto su di uno sperone della montagna che lo sovrasta, per distinguerlo da Ruvo di Puglia.

La varietà di Ruvo del Monte condivide alcuni tratti linguistici con i comuni limitrofi, creando un continuum.

Un tratto diffuso è quello del rotacismo, ovvero la trasformazione in (-)R- dell’occlusiva dentale sonora (-)D-. Esempi notevoli sono i seguenti:

rótë [’rotə]: dote

vìrëvë [’virəvə]: vedovo

rišëtónë [riʃə’tonə]: pollice

riécë [’rjeʧə]: dieci

pérë [’perə]: piede

La carta 12 del II volume dell’A.L.Ba. (“Dodici”), però, ci mostra che vi sono casi in cui non tutte le dentali sonore presenti all’interno di un unico lessema subiscono la stessa trasformazione. Infatti, la varietà ruvese utilizza il termine dùrëcë [’durəʧə], diversamente dai punti circostanti in cui vengono rotacizzate entrambe le dentali.

Grazie al volume III dell’ A.L.Ba., siamo in grado di ricostruire linguisticamente un’antica casa ruvese.

Sfogliando l’Atlante, notiamo che la varietà di Ruvo è molto ricca dal punto di vista lessicale; infatti si conservano ancora termini diversi a seconda delle specifiche caratteristiche dell’oggetto che si prende in considerazione. Ne è un prova lampante la presenza di tre nomi per il pavimento, cosa che non viene registrata in tutti i comuni.

Sappiamo che il pavimento fatto di mattoni veniva chiamato mavëtunàtë [mavətu’natə], quello di pietra sëlciàtë [səl’ʧatə], e il termine che designava quello di brecciame, esterno alla casa, era làstrëchë [’lastrəkə]

Altro esempio di questa ricchezza è la presenza di due tipologie di madia, una con struttura e l’altra senza. La prima viene chiamata mbastapànë [mbasta’panə], la seconda fazzatórë [fat:sa’torə].

Una particolarità riscontrata in questo viaggio nel tempo è il nome utilizzato per indicare un solaio o un soppalco, che Ruvo condivide solo con altri due comuni, mentre è ignoto al resto della regione, cioè ànëtë [’anətə].

Se poi pensiamo a tutti quegli oggetti che ormai servono solo a ricordare i nonni, o a rendere più “rustiche” molte ville moderne, avremo un ricchissimo repertorio da vagliare.

Tra i contenitori che si utilizzavano a tavola arriviamo a distinguerne tre per l’acqua e uno per il vino, a seconda delle dimensioni, del materiale (se di legno o terracotta), e della presenza di uno o più manici.

Così, il vaso per portare l’acqua a tavola viene chiamato ggiàrlë [’d:ʒarlə], l’orciuolo con i manici cìcënë [’ʧiʧənə], e la brocca (g)arràfë [ɣa’r:afə].

Per il vino si utilizzava l’orciuolo chiamato rëzzùlë [rə’t:sulə].

Questo è solo un piccolo assaggio dell’immensa ricchezza linguistica che può offrire un piccolo comune come Ruvo del Monte.

2. Commentiamo una carta dell’A.L.Ba.

A.L.Ba. volume III, SEZ. III, CARTA 4.    PAIUOLO, Pot

 

Le forme che designano il paiuolo, nelle parlate lucane, derivano dal latino: CALIDERÓNEM e sono in alcuni dialetti di genere femminile e in altri di genere maschile.

L’etimo latino CALIDERÓNEM subisce la sincope (ovvero la “caduta”) della -I-, in tal modo si viene a creare il nesso -LD-.

Nei dialetti della Basilicata la laterale -L-, in posizione preconsonantica (come nel caso del nesso

-LD-) subisce due esiti differenti: in alcune parlate diventa fricativa -v-, come ad esempio: cavёdarё [kavəꞌdarə], mentre in altre diventa -u-, come ad esempio: caudarё [kauꞌdarё].

In alcune parlate, inoltre, si registra la chiusura del dittongo secondario (non etimologico) au >  ó / ò ; au > [o]/ [ɔ], es: còdèrё [kɔꞌdɛrə]  (Trivigno, p.d.r. 49), códarё [koꞌdarə] (Palazzo San Gervasio, p.d.r. 8).

A Ruvo del Monte (p.d.r. 16 A.L.Ba.), il dittongo secondario non si chiude in -o-, dunque, si registrano le forme: caurarё [kauꞌrarə], caurórё [kauꞌrorə], di genere femminile. Come si evince dalle forme appena trascritte, nella parlata di Ruvo del Monte si registra il rotacismo della dentale intervocalica  -d- > -r- .

3. Mestieri e oggetti del passato ruvese

In passato ogni piccola comunità lucana tendeva all’autosufficienza e in questo Ruvo del Monte non faceva eccezione. L’autoproduzione era la norma e tutti gli oggetti più comuni, casalinghi e non solo, erano prodotti da artigiani locali.

Anche in questo ambito la modernità ha fatto sentire il suo peso, con la conseguenza che a partire dal secondo dopoguerra molti antichi mestieri sono scomparsi e gli oggetti prodotti da quegli artigiani sono caduti in disuso.

Alcuni mestieri erano svolti da maestranze che avevano in paese la loro bottega, c’era [u furˈʤarə]u furgiarë ‘il fabbro’, che realizzava oggetti e attrezzi metallici e si occupava della mascalcia, ovvero della ferratura degli equini, [u skarˈparə]u scarparë ‘il calzolaio’ che realizzava le [ˈskarpə ku rə ˈt:at:ʃə] scarpë cu rë ttaccë ‘scarpe con bullette’, la cui caratteristica era la presenza nella suola di chiodi con una grossa testa che avevano la funzione di evitare l’usura e di fare in modo che le calzature durassero più a lungo, [u varˈdarə]u vardarë ‘il sellaio’, che si occupava della realizzazione dei basti per gli equini e dei loro finimenti, [u ˈmbasta ˈkretə]u mbasta crétë ‘il vasaio’, che realizzava gli oggetti di terracotta.

Altri mestieri, invece, erano itineranti, come ad esempio [u kapəˈl:arə]u capëllarë ‘il capellaio’, che raccoglieva i capelli delle donne barattandoli con oggetti d’uso comune, [u mbrəˈl:arə]u mbrëllarë ‘l’ombrellaio’ che riparava gli ombrelli e [u staˈɲ:arə]u stagnarə ‘lo stagnino’, che aveva il compito di sistemare con lo stagno pentole ed altri oggetti di rame ossidati e quindi non più utilizzabili per la cottura dei cibi.

Un’altra figura presente nella comunità era [a vaˈm:anë]a vammanë ‘la levatrice’, che risiedeva stabilmente in paese e assisteva le donne durante il parto facendosi aiutare volta volta dalle donne di casa o dalle vicine. Era lei che annunciava al padre il sesso del nascituro o della nascitura e aveva l’obbligo di visitare la donna che aveva partorito negli otto giorni successivi alla nascita.

Infine c’era colui o colei che si occupava di [sfaʃ:əˈna] sfaššënà ‘togliere il malocchio’, questo compito era svolto da poche persone, che avevano appreso i segreti legati a questo rito magico. L’operazione era svolta mediante la recita di una formula. Un esempio si ricava da un documentario del 1965 intitolato Viaggio in Lucania, del regista Luigi di Gianni, che contiene un capitolo proprio su Ruvo del Monte:

 

Trascrizione ADL Traduzione italiana
Bbënërichë, bbënërichë, bbënërichë,

uócchië e condruócchië šcattë ammirië cu ttuttë l’uócchië,

šcattë u maluócchië.

Benedica, benedica, benedica,

occhio e controcchio schiatti l’invidia con tutti gli occhi,

schiatti il malocchio.

 

Tante cose oggi non esistono più, e solo grazie al dialetto, che ne continua a tramandare i nomi e con essi la memoria, le nuove generazioni possono conoscerle, e conoscendole riscoprire la storia della propria comunità diventando più consapevoli della straordinaria ricchezza culturale.

 4. File interattivo: ADL_Ruvo del Monte

Curatori:

1_La lingua di Ruvo del Monte: Vita Laurenzana

2_Commentiamo una carta dell’A.L.Ba. : Potito Paccione

3_Mestieri e oggetti del passato ruvese: Francesco Villone

4_File interattivo: ADL_Ruvo del Monte: Teresa Carbutti

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