EMILIO COLOMBO E LA “DIGA AL COMUNISMO”

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LUCIO TUFANO

 

Non può prescindersi dall’indicare, sia da parte delle autorità religiose, sia da parte dell’Azione Cattolica medesima, sia da parte dei notabili potentini della borghesia agraria, commerciale e dei professionisti, sia da parte di organismi appositamente costituiti come i comitati civici, in un rigurgito di mobilitazione e di fede contro la minaccia dell’ateismo e dell’imminente possibile dittatura del proletariato, in quel maggio del 1946, il giovane Emilio, come il più naturale e vocato candidato all’Assemblea Costituente.

Per come viene presentato, per le sue referenze, per il clima e l’epoca in cui si verifica il fenomeno, una circonfusa e repentina aureola di “nazarenismo”, diventata gradualmente di grazia e di potere, lo rende detentore di taumaturgiche facoltà, risolutore di problemi e di bisogni, lo eleva al di sopra e al di fuori di quello che è il ruolo normale di leader. Un elegante e composto modo di muoversi e di agire, rafforza il suo portamento tra il laico sturziano e una sorta di moderno e quasi “mistico profeta” in doppio petto.

La capillare rete delle parrocchie, animate da parroci, vescovi, curie e stuoli di giovani, i luoghi di culto, gli enti e gli organismi religiosi, la case per anziani, le suore degli ospedali e degli ospizi, la presenza pregnante e vigile di queste nei monasteri e nei collegi, e tutto il mondo cattolico si muovono perché la Democrazia Cristiana possa operare da baluardo contro la marea socialcomunista, come presidio di libertà e di democrazia, e in difesa della Chiesa e della religione: “La diga al comunismo”, in uno sforzo tanto naturale quanto necessario ed entusiasta dei cattolici da avvalersi di un consenso di massa inaudito e imprevisto.

La DC nelle elezioni per la Costituente raggiunge nel sud il 35 per cento dei voti che poi diventeranno il 50 per cento nelle elezioni del 1948[1]. Nel maggio 1947, De Gasperi, tornato dagli Stati Uniti, estromette le sinistre dal governo. Il PCI va all’opposizione assieme ai socialisti; la coesistenza dei partiti antifascisti, già sperimentata nei CLN viene meno. Con le elezioni del 18 aprile 1948 vi è la svolta politica italiana. Inizia il lungo periodo centrista, anche perché la scissione socialdemocratica del ’47 con Saragat indebolisce i socialisti. La DC sfiora la maggioranza assoluta e fruisce di una quantità di enti e di una lunga e vasta gestione di potere.

«La predestinazione di Emilio – scrive Leonardo Sacco[2] – si intravede già nel modo come ha partecipato alla prima consultazione elettorale, dove ha 20.922 voti di preferenza: se Nitti viene riverito e portato in giro come un santone e offerto in omaggio alla popolazione, Colombo viene portato in braccio dalle ragazze dell’A. C., (scena osservata a Stigliano, nell’ultima domenica di maggio del 1946, insieme con Carlo Levi), e a Potenza, dopo il primo comizio in piazza Prefettura, viene portato in trionfo fin sotto casa. Egli registra un tale improvviso e lusinghiero ingresso nella scena politica, in una singolare condizione di delfino, di predestinato senza alcuna precedente partecipazione e senza alcun logoramento nella lotta politica».

L’incremento più forte dei voti i dc li ottengono nel Mezzogiorno ove vige il vecchio sistema politico fondato sul notabilato, sulla clientela, sull’organicità tra mentalità e potere politico. Un sistema in cui gli impegni politici, i lavori pubblici, i contratti con lo Stato, le onorificenze, sono nelle logiche della mediazione, del consociativismo e della discriminazione[3]. Di tutto questo fruivano, prima del Fascismo, gli onorevoli liberali e massoni, i trasformisti e opportunisti gregari di ministri e di governi in cambio di favori. E se il Fascismo apparve come un fenomeno rivoluzionario e modernizzatore lo si deve alle “camarille” che avevano parassitariamente campato sulla povera gente per decenni.

Da noi la DC radica il suo potere in tutti gli anni ’50, giocando un ruolo globalizzante a livelli economico, politico, amministrativo e ideologico[4].

È anche per questo che il fenomeno Emilio Colombo, la sua persistente meteora, prima che trascorrino altri anni, va analizzato e spiegato come galvanizzatore delle popolazioni lucane per tutto l’arco che la DC ha tracciato nella sua storia.

Un fenomeno sotto certi aspetti inspiegabile e che richiama altri fenomeni, piuttosto analoghi, verificatisi in climi e foschie feudali, in condizioni paratotalitarie, magari riferite a latitudini molto più ristrette di quelle reali. In quelle epoche in cui si son potuti ritagliare profili e confezionare leaders circonfusi di seraficità, di carisma, di teatralità, di castità ed efficienza clientelare, rispetto ai precari, spesso inaffidabili, grigi e insignificanti, dalle repentine apparizioni sulla scena, o di quelli come gli energumeni, i buffoni, i pettoruti gerarchi del Fascismo che pur annoverò grandi uomini e nobili portamenti.

È così che per tutti gli anni ’50, fino agli anni ’70, non si può dire che Emilio Co­lombo sia stato solo aiutato dalla fortuna. Egli ha rappresentato come modello, come figu­ra, come stele umana tutti i possibili significati di una DC che era propria del Sud e della nostra società. Presenza imperturbabile e autorevole quella di Colombo, per cui anche chi è riuscito nella scalata, assai spesso gravitando nella sua scia, non ha mai potuto toccare le eccelse sue altezze, bensì piuttosto si è dovuto adattare ad un ruolo gregario, pur non difet­tando di doti politiche e di professionalità. Vi è anche chi ha dovuto proiettarsi fuori dalla sua orbita per esistere come qualificato uomo politico.

Per l’aspetto, il pallore del volto, la cui austerità è coronata da un paio di lenti, di quelle che usano gli studiosi e gli scienziati, la snellezza del fisico, l’altezza ben propor­zionata, la voce stentorea le espressioni altisonanti, spesso confidenziali, le mani che rica­mano un telaio di mimica in appoggio alla forbita dialettica, e quindi il gesto, il modo di porgere, di gesticolare e di intendere, la dimensione eccessiva di potere che egli riesce a detenere rispetto all’infima, miserevole dimensione di provincia, egli si pone come un emancipato e moderno esempio di leaderismo all’attenzione delle popolazioni e dei sudditi, un tempo avvezzi alla ordinarietà dei vecchi parlamentari liberali prefascisti, sornioni ed ingordi, o delusi e offesi, dopo, dalla tracotanza ed imperiosità di quelli fascisti, dalla ne­vrosi settaria e paranoide degli estremisti bolscevichi e perfino dalla saccente, pretenziosa e obesa autorità del Nitti.

Ed è stata così coinvolgente la sua onnipresenza, permanente e predominante nella sua città, nella regione e a Roma, che quando il potere, gestito ininterrottamente per mezzo secolo, dopo tangentopoli e la caduta della DC, ha dovuto fare a meno di lui, di quel ruolo recitato tra “trascendenza della politica” e “immanenza” degli incarichi, della gestione e dell’egotismo, nessuno ha potuto prescindere da lui, dalle sue prerogative, dalle sue indi­cazioni, al punto che perfino i comunisti e i postcomunisti si sono dovuti legittimare al co­spetto di un consenso insufficiente e che ha potuto consentire loro di diventare maggioran­za, solo con la complicità del doroteo Emilio Colombo e dei democristiani.

Un consenso elettorale alimentato dalle famiglie, dal clero, da vere e proprie dina­stie clientelari per collocazione e favori ottenuti, carriere agevolate nel passato, fortune ac­quisite per un destino storico interamente speso e tale da far tessere elogi e riconoscimenti ad un “autentico statista” nelle occasioni pubbliche e persino quando ha celebrato i suoi ottanta anni o ha ottenuto la nomina a senatore a vita, elogi sperticati da parte di tutti, al teatro Stabile di Potenza, sia da quelli di sinistra che da quelli di destra.

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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