
Antimo Di Geronimo
Nel 1902 Giuseppe Zanardelli visitò la Basilicata. Il viaggio durò dal 17 al 29 settembre. L’anziano Presidente del consiglio incontrò i rappresentanti dei territori, raccolse istanze e petizioni. E una volta tornato a Roma decise di spedire il suo segretario Sanjust, sempre in Basilicata, con il compito di stilare una relazione dettagliata sui bisogni del territorio. Da quella relazione sarebbe poi nata la legge speciale sulla Basilicata del 1904, un anno dopo la morte del suo promotore: il primo intervento politico volto a consentire alla nostra terra di recuperare almeno in parte il gup con il resto del paese. Perlomeno nelle intenzioni.
A Giuseppe Zanardelli la nostra città non ha dedicato una via, una piazza, un largo, un vicolo. Nulla. C’è solo un busto, nascosto e inaccessibile, in un angolo di piazza XVIII Agosto. Che in realtà sarebbe intestata a Vittorio Emanuele II: un riccone piemontese che, grazie all’oro degli Inglesi, all’abilità politica di Cavour, un altro riccone sempre di quelle parti, e alla buona fede di un Che Guevara ante litteram, tale Giuseppe Garibaldi, riuscì a diventare il padrone dell’Italia. E non si prese nemmeno la briga di cambiarsi il nome, preferendo mantenere quello che usava quando era solo il padrone di uno staterello pomposamente definito “Regno di Sardegna”.
Questa triste pagina della nostra storia si chiama “Risorgimento” (sic!). La più recente storiografia ci ha spiegato che altro non fu se non la conquista del Sud da parte del Nord. Alla quale seguì la spoliazione del territorio, la leva obbligatoria, che durava 6 anni, la tassa sul macinato, i cui effetti sono descritti dal nostro Raffaele Danzi in un verso di una sua poesia: “Ca sta tassa beneretta manghe lu diette ne fa restà”, la guerra civile, l’emigrazione di massa.
Dopo circa 40 anni di atrocità, nefandezze e inasprimento delle ingiustizie sociali, finalmente, un Presidente del Consiglio si prese la briga di tentare qualcosa per la nostra terra. Poi è andata come è andata. Ma di questo politico bresciano, che poco prima di morire decise di fare qualcosa per noi, a Potenza restano solo due cose: il busto (ma i più non ne conoscono nemmeno l’esistenza) e un quadro del pittore Michele Tedesco, ancora visibile nella pinacoteca provinciale.
Nel frattempo la politica ha disposto e fatto realizzare un’importante innovazione nell’arredo urbano di piazza XVIII agosto: una rotonda in muratura con su scritto: “Potenza 1860” (la data dell’inizio dei nostri guai, per intenderci) e, al centro della rotonda, l’istallazione della statua del leone rampante, simbolo della nostra città. Sembra che la cosa non sia stata gradita: i bambini e i turisti (sic!) non possono più farsi i selfie con il leone e nella piazza ci sarebbero troppe statue. Perlomeno stando a quello che si legge in un’interrogazione pubblicata su sito web del Comune di Potenza. Comunque il busto di Zanardelli c’era già da prima.