IL TRIPLO SCACCO AI DIRITTI POLITICI

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Marco Di Geronimo

Si torna a parlare di legge elettorale e di riduzione dei parlamentari. Come al solito se ne parla in base agli interessi di parte e senza una strategia di lungo periodo. E si profila il rischio della sparizione politica delle periferie.

Il centrodestra presenterà un referendum per abolire la quota proporzionale della legge elettorale e trasformare il Rosatellum in un maggioritario puro. Il centrosinistra predilige un proporzionale, ma il PD preme per uno sbarramento alto in modo da castrare Renzi. Al 5Stelle non rimane che sparigliare le carte sul tavolo sostenendo la battaglia storica della riduzione dei parlamentari.

Proprio la proposta “gialla” è quella più incisiva (non certo in meglio). Con un taglio di quasi il 40% della rappresentanza, il popolo italiano perderà 230 deputati e 115 senatori. In cambio non riceverà nulla.

Al risparmio irrisorio (e alla pressione dei neodisoccupati di Montecitorio e Palazzo Madama sulle poltrone locali) fa da contraltare una terribile lesione dei diritti politici dei cittadini. E in particolare dei cittadini delle comunità più piccole. Come la Basilicata, che a regime si troverà a eleggere 4 senatori e 3-4 deputati: la metà di quanti ne elegge oggi.

Meno mangiapane a tradimento? Ma anche meno diritti politici, per l’appunto. Perché una riduzione dei parlamentari si sente in maniera esponenziale nei piccoli partiti, costretti a rinunciare a eleggere propri rappresentanti nelle circoscrizioni più piccole. Cioè quelle meno popolate. Cioè quelle periferiche, meno urbanizzate, meno sviluppate, e in cui il voto clientelare e il peso politico delle minoranze paganti è più forte che altrove.

Con meno parlamentari, solo le grandi Città, le grandi Province e le grandi Regioni avranno diritto a eleggere deputati e senatori “battitori liberi”. Le comunità più piccole devono rassegnarsi sempre di più a vedere trasformare la propria rappresentanza politica in parcheggio dei notabili locali (o peggio, dei leader nazionali alla ricerca di seggi sicuri). Riducendo i parlamentari il risultato che si raggiunge è opposto rispetto al voluto: il Paese si polarizza sempre più, le sacche di risentimento verso la politica aumentano, e il bilancio dello Stato non viene nemmeno sfiorato dalla riforma costituzionale.

A questa disgrazia rischia di aggiungersi il maggioritario puro. Che di puro ha ben poco, visto che in Italia, a differenza di quanto accade nel resto del mondo, si compete nei collegi uninominali in coalizione anziché ognun per sé. Lo stesso sistema che altrove stermina i piccoli partiti, qui da noi è congegnato in modo da consegnare loro un potere contrattuale enorme.

Un potere che perverte, e che ha trasformato i partiti in meri pacchetti di voti intercambiabili tra le coalizioni. Trent’anni di maggioritario hanno desertificato il centro (sia quello democristiano sia quelli liberalradicale) e imposto un bipolarismo muscolare, fragile e instabile.

Il maggioritario italiano è l’esperienza elettorale peggiore che sia stata sperimentata in Europa. Ha polverizzato i piccoli partiti, allentato il legame tra politica e società e ha alienato del tutto il controllo dei cittadini sui propri deputati. Senza dimenticare che tutte le statistiche sostengono che gli elettori dei collegi italiani (peraltro sempre ritagliati “su misura” in piena adesione al modello USA del gerrymandering, come la recente esperienza del collegio di Potenza insegna) non ha la benché minima idea di chi siano i candidati di collegio… e si limita a votare il simbolo!

Se non bastasse questo, bisognerebbe guardare alle elezioni inglesi del 2010, del 2015 e del 2017, che per ben tre volte, in un quadro politico meno frammentato di quello italiano, non hanno saputo offrire una maggioranza al Paese.

Come più volte si è sostenuto, la ricostruzione di un rapporto sano tra politica e società passa dalla ricostruzione dei partiti. E quindi da una legge che imponga regole serie di funzionamento interno di queste comunità politica. E di una legge elettorale proporzionale: l’unica formula politica che premia davvero il merito. Ogni voto conta nel proporzionale, e ogni partito matura il risultato che merita grazie ai voti che si è guadagnato sul campo.

Il PD rinsavisce nel proporla? Chiaramente no. Il PD, il partito della vocazione maggioritaria, opta per il proporzionale perché non ha la maggioranza nel Paese. (A meno che il cambio di passo imposto dalla nuova segreteria non sia davvero tanto radicale da “rottamare” completamente l’idea del partito post-ideologico veltroniano… ma vedremo).

E infatti cosa si parla quando si parla di proporzionale? Di sbarramento. Come sempre si trattano le leggi elettorali come fossero cocktail (quante parti di maggioritario, quante di proporzionale, sbarramento al 2, al 3, al 5, liste metà bloccate e metà no, collegi piccoli o grandi). Non ci si pone mai l’unica vera domanda che serve per progettare una legge elettorale. Cioè: “Chi bisogna rappresentare?”.

Il padre di tutti gli errori della politica italiana del diritto elettorale è proprio questo. La classe politica costruisce leggi elettorali partendo da sé stessa, quando dovrebbe invece partire dai cittadini. E allora passerà d’acqua sotto i ponti, prima che si ricostruisca un legame…

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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