LAFORGIA (E NON SOLO) COME FRANKENSTEIN JUNIOR

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Marco Di Geronimo

Francesco Laforgia chiede ai parlamentari di LEU di fare «chiarezza sul chi siamo». In attesa che si faccia chiarezza anche sul dove sono e dove vanno, sarà cortese rispondere alla prima domanda: uomini soli in partiti di carta.

Prima della drammatica fuoriuscita di Laura Boldrini, i gruppi di LEU contavano 18 parlamentari divisi in 6 partiti, associazioni o soggetti politici diversi. Nell’ordine di grandezza: Articolo Uno (Speranza, Bersani e co.), Sinistra italiana (Fratoianni e co.), Possibile (Pastorino), Patria e Costituzione (Fassina), ÈViva (Laforgia e Grasso), Futura (Boldrini).

Sarebbe comico ripercorrere le tappe che scandiscono il loro percorso dal 4 marzo 2018 a oggi. C’è materiale per parecchie filastrocche in musica, o film di Lino Banfi.

È chiaro che questa situazione è stata responsabilità di qualcuno. Di chi, meglio non saperlo, anche perché le ricostruzioni sono molteplici e contrapposte (due per ogni scissione).

Il risultato è che, a dispetto del “Patto del 5 marzo”, il Paese è orfano di un partito di sinistra. Non c’è un’organizzazione di calibro nazionale con sezioni diffuse in giro per l’Italia. Nonostante il buon lavoro (anche collaborativo) portato avanti alle Camere, i giornali ignorano quali siano le posizioni politiche di LEU. E dopo le politiche, non c’è stata elezione (neppure locale) in cui quel simbolo è stato speso.

Il PD intanto si è spostato a sinistra da solo, in alcuni casi addirittura più a sinistra di certe parti del fu LEU. Lo spazio per partiti che occupino quella zona si è prosciugato: lo dimostrano tutti i risultati delle liste civiche rosse nelle comunali e nelle regionali, sempre deludenti e incomparabili perfino alla vecchia SEL. Qualche voto ha iniziato a gocciolare addirittura nell’area PAP-PC-PCI.

Laforgia suggerisce tra le righe di rifare LEU, oggetto a sua dire di una vera e propria “reviviscenza”. Reviviscenza tutta mediatica, perché il progetto è ampiamente archiviato nella società. Su quali basi unire comunità di militanti che sono state portate a odiarsi tra loro senza motivo, e che d’altronde non sanno neanche loro cosa pensano davvero? Qual è il minimo comune denominatore di programmi che non esistono?

Non si vede quali siano i presupposti politici di questa fusione a freddo. Non solo i dirigenti hanno dimostrato di non voler collaborare in un partito unico. (Dopotutto, ciascuno ha piccole rendite grazie al suo simbolino). Ma in più hanno dimostrato di non saper dialogare sui contenuti, perché privi di prospettiva filosofico-politica. Basti ricordare l’esclusione di Potere al Popolo dalla lista La Sinistra delle scorse europee, in cui PRC e SI (pare che) hanno accusato PAP di essere “i sovranisti di sinistra”. Ecco la dimostrazione pratica della grande capacità dialogica di certi settori della sinistra!

Sia chiaro: un partito di sinistra serio serve al Paese e serve alla sinistra del Paese. Che questo partito possano formarlo i deputati di LEU e i dirigenti del PRC e di PAP, è da escludere. Le posizioni politiche (ma soprattutto l’orizzonte politico) di un LEU 2.0 sono le posizioni (e l’orizzonte) della sinistra PD. Che adesso è sempre più maggioranza al Nazareno.

È finita l’epoca delle liste arcobaleno: il modello SEL, la sinistra radicale dalla faccia pulita, le belle parole e i penultimatum, tutto ciò appartiene al passato. Chi vuole continuare a portarlo avanti ha due alternative: collaborare al superamento del PD, o fare la fine del PSI di Nencini, che esiste per sbandierare rose ed eleggere qualcuno in Parlamento nelle liste del PD.

Il PD ha iniziato a spostarsi verso l’area sinistra del PSE. Se assumerà una linea socialdemocratica, prosciugherà lo stagno di voti che ha alimentato LEU, e SEL prima di LEU. Degli ultimi risultati elettorali delle sinistre abbiamo già parlato.

A questo punto la conclusione è chiara. Ricucire insieme quelle sei sigle significa ricucire insieme progetti politici già morti. Laforgia può essere un buon Frankenstein, i giornali il fulmine che rianima il mostro, ma gli zombie non piacciono a nessuno. E quanti sarebbero disposti a partecipare all’ennesimo percorso costituente della sinistra radicale (il sesto in quattro anni)?

Non ci sono gli strumenti politici per rianimare LEU. E a chi crede di costruire un Fratelli d’Italia di sinistra, netto, intransigente, capace di interloquire con un PD o un M5S che prima o poi recuperi un rapporto col voto popolare, va fatta una notazione di chiusura.

Cari compagni, voi siete la Forza Italia di sinistra, non i Fratelli d’Italia di sinistra. FDI pesca consensi nelle fasce popolari e perfino operaie con messaggi di rottura e riscatto molto forti: quello che provano a fare, senza averne la capacità o l’orizzonte, il PCI, il PC, PAP e compagnia cantante. E che altrove riesce a Melenchon, Podemos, il PCP, tutt’altro che morbidi nella retorica e nella pratica con una serie di vostri totem (l’UE, la NATO, il centrosinistra, e così via). I voti di sinistra-sinistra ci sono, ma non sono arcobaleno.

Se credete nella vostra linea, prendete atto che non c’è più spazio per un partito autonomo. Chiunque siate, dove vorreste andare? Se non volete intervenire nel PSE, vi tocca costruire un polo di sinistra di rottura. I fiorellini (e le foglioline) sono finiti, fatevene una ragione. Come se l’è fatta la parte di elettori che è tornata a votare PD e l’altra parte che sempre di più sostiene “gli estremisti”. Senza più aspettarvi.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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