LUCIO TUFANO : VIAGGIO IN SICILIA ED ALTRI RICORDI

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Fu in un’estate, fine anni ‘60, quando con Vito Riviello concordammo di fare un lungo viaggio in Sicilia. Il maggiolino della Volkswagen servì a compiere tutto il periplo dell’isola, fermandoci in paesi ove al centro della piazza, al sole, erano seduti in branchi immobili, uomini dai volti scuri e con la coppola. Scilla e Sciacca con le case rosicchiate dalla salsedine infuocata, con crepe ai muri, vecchie e povere, al sole dilagante come fuoco liquido. Semplici paesini che facevano fragile mostra di sé, spesso ai piedi di una montagna che sembrava schiacciarli da un momento all’altro. Ad Erice il mare era limpido, trasparente, con la sua spiaggia di ciottoli rotondi e colorati, levigati dalla risacca; i nostri piedi accarezzati dal fresco urto dell’onda, distesi a farci lambire dai flutti. Un dolce senso di carezza.

Assaporavamo il pesce, servito presso le osterie di mare, specie il pesce spada e quei vini, i passiti, serviti ai tavoli da camerieri gentili ed apprensivi. Prima di giungere a Taormina, ci fermammo qualche giorno a Letojanni, un decente alberghetto sul mare. Emanuele Andò ne era il titolare. Un vecchio arzillo e simpatico che, scherzando, dava qualche buffetto sul sedere alle giovani tedesche, sue clienti in costume, e s’inebriava osservandole dal balcone, con il binocolo, per i tuffi che facevano.

Letojanni, a cinque chilometri da Taormina. Ci ritornai, con mia moglie e le mie bambine e ritrovai Emanuele più vecchio. Mi accolse da amico, appena mi rivide, apostrofandolo per nome, e sollecitandogli il ricordo di me e di Tuccino. Gli ricordai quel magnifico pranzo consumato circa dieci anni prima, sul suo terrazzo, quando ci servì puntualmente un suo nipote. Con Vito percorremmo paesi e località tra le mafie nascoste tra i canneti, al frinire assordante, sotto Partinico e Donna Fugata; ci eccitava quel silenzio, quel misterioso e omertoso rapporto con l’ambiente, quel soffio di terra antico e sensuale. Si rientrava verso Mezzogiorno, giusto per pranzare. Eravamo del continente, e c’era proibito guardare le ragazze con i loro fidanzati, giacché irritava loro quella nostra curiosa ammirazione. Agrigento, Trapani, Marsala, e via per altre località fino a Palermo, dove si pranzò in un ristorante al suono dei violini e serviti da camerieri in giacca e papillon, con guanti bianchi. S’incontravano turisti stranieri, specie tedeschi, alla ricerca di soddisfare il loro antico amore, l’irrefrenabile desiderio di mare africano, antico come il nostro. Ma il nostro mare era terso, crespo, pieno di sapori, in quell’entusiastico e avventuroso viaggio da sognatori cui tocca, inesorabile, l’amarezza dell’interruzione.

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Qualche altra estate la trascorrevo a Matera. La nonna mi affidava agli zii Manes, di solito
alla fine dell’anno scolastico. Matera in quegli anni aveva forti caratteristiche agrarie. Per arrivarci
occorreva prendere la coincidenza a Ferrandina. Appena giuntovi, ti accoglieva un’aria satura di
fieno, mentre, ai bordi, le strade erano corredate da lunghe file di traini in disarmo.
Un intenso sentore di campagna pervadeva gli ambienti e le case di tufo, fresche d’estate e
calde d’inverno. Strade ancora polverose, non bitumate, piazze gremite di contadini che di
domenica indossavano abiti scuri, coppole e cappelli neri.
La zia preparava la pasta per il pane e la metteva a lievitare. Di buon mattino, la fornaia,
dalla strada, avvertiva, al suono di una trombetta, che occorreva ritirare le forme di pasta da
portare al forno. Cotte, le panelle venivano riportate presso le abitazioni. Dalla voragine dei Sassi
proveniva un’enorme brusìo, un popolo intero ci abitava. Numerosissime famiglie, intasate nelle
case-grotte, costituivano l’immenso anfiteatro da ammirare da qualche loggia prospiciente sia sul
Barisano che sul Caveoso.
Così continuando e tentando di rimuovere il velo, lo schermo che si frappone di solito tra
noi e la memoria, tornano le immagini e i giorni dell’adolescenza, anche dell’infanzia, di chi mi
portava per mano, a Bari, sul lungomare, e mi teneva in maniera guardinga e apprensiva dall’alta
balaustra, ammaliato dai flutti e dalla risacca, con la fronte e le guance arse dal forte soffio di
maestrale che scompigliava i capelli.
Sotto i muriccioli del lungomare le onde subivano un beccheggio regolare, con cadute più
profonde e più rapide. L’orizzonte, punteggiato da qualche vela, era un cerchio perfetto e
vastissimo, con un cielo chiaro, leggero e un orlo appena soffuso di vermiglio. Era quella, per il mio
stato d’animo, una fase inspiegabile, il sentirmi accorato per gli eventi.

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Eppoi, prima e durante la guerra, la zia Pica, anch’essa insegnante, mi faceva andare con
la Littorina, affidandomi a qualche buon amico, a Corleto Perticara, dove insegnava e anche a
Trivigno, a Laurenzana, dove il Ministero, ogni anno, le assegnava il servizio scolastico.
Erano paesi contadini. Attorno agli usci delle case, per le stradine, sulle scale, per i viottoli,
nei pressi delle stalle e dei rozzi abituri, maiali, galline, tacchini, capre, gatti e cani, non mancavano
asini e muli che a fatica scendevano o salivano per quelle stradine acciottolate. Abituali presenze. I
forni gremiti di donne. Il banditore di mattina dava notizia delle novità della piazza.
I genitori degli alunni più agiati, invitavano la zia alle giornate di raccolto e della mietitura.
Dopo aver lavorato per diverse ore del mattino, ecco che ci si sistemava sotto qualche frondosa e
grande quercia, su di un prato non distante dall’aia, per il desinare. Una grande festa, specie per
me che ne ero curioso. Quei cibi erano diversi, così lontani dalle mie solite pastine, dalle rosette
con formaggio burro e mortadella, dall’uovo fresco da bere prima di andare a scuola. C’era di tutto,
grosse fette di pane casereccio, strascinati da trangugiare e afferrare con “forcine” nella grande
scafarea di creta, dove tutti affondavano gli sguardi avidi, bracioloni al sugo fumanti, arrosti di
manzo e di agnello, fiasche numerose di vinello, angurie e frutta …
Giornate in cui il sole dominava gli splendori della campagna immensa, accogliente e
familiare.
In quel sudato fervore, le falci si erano fatte onore e scintillavano i campi ogni notte su quei
lembi di cielo stellato, come a dimostrare tutto intero quel firmamento che non ci capita più di
osservare. La messe dormiva, le spighe ancora piene reclinavano agli zirlii che venivano dalle
zolle a ritmo tranquillo. Sin dal crepuscolo le falci erano passate, e un’arida ristoppia si stendeva
sotto gli olivi e i tralci.
E di sera le lucciole tra le siepi, dolce e crudele trastullo, da ghermire, curiosi del loro
bagliore tra le dita, come chicchi di luce spettrale, luci che volavano e uscivano dal mare di grano
che dormiva aspettando l’indomani.

LUCIO TUFANO

 

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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