DEPRESSIONE E SOCIETÀ

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Giovanni Benedetto

Tutti sentiamo dire, e a nostra volta spesso diciamo, che la depressione  è “il male del secolo” e siamo convinti che la sua sempre maggiore diffusione sia da attribuire allo stress e ai ritmi intensi che caratterizzano l’epoca in cui viviamo. Se da una parte non c’è dubbio che lo stile di vita può facilitare la comparsa di questo disturbo e aumentare il rischio di ricadute,  dall’altra è altrettanto vero che la depressione nasce con l’uomo perché tutte le culture antiche riportano cambiamenti dello stato d’animo e del comportamento delle persone che oggi verrebbero diagnosticati come un disturbo depressivo.

Già nei poemi epici, Omero e l’Iliade, troviamo i primi riferimenti che descrivono con precisione la malinconia e la profonda disperazione che portò al suicidio di alcuni personaggi.
Nell’antico testamento si narra che Saul attraversò un lungo periodo di grave . ” demoralizzazione” , refrattaria ad ogni terapia compresa la stimolazione da parte di una donna, giovane, bellissima e attraente.
All’epoca prevaleva una visione etico-religiosa per cui questi malesseri erano attribuiti all’intervento di forze soprannaturali o divine ed erano spesso considerati una forma di punizione.
Solo con Ippocrate, i cosidetti ” mali dell’anima” furono considerati una vera e propria malattia.
Egli individuò nel cervello la sede delle emozioni e attribuì la depressione alla presenza in questo organo della ” bile nera” da cui deriva ” melanconia”
Alla fine dell’ 800, Sigmund Freud e Karl Abraham, proposero con grande successo una chiave di lettura psicologica-psicoanalitica della depressione la cui causa sarebbe da ricercarsi in “traumi dell’infanzia”, “perdita dell’oggetto d’amore” o “introiezione di sentimenti negativi irrisolti”.

In questo modo ancora una volta fu messa da parte l’origine biologica della depressione a favore dell’ipotesi che si trattasse di un semplice disagio psichico.
A partire dalle concezioni dei due grandi studiosi, Ippocrate e Froid, il secolo novecento si è caratterizzato da correnti di pensiero che oscillavano tra dare più importanza al cervello piuttosto che alla mente e viceversa.
Negli anni 50 del 900 scoprirono casualmente che un farmaco usato contro la tubercolosi, provocava sui pazienti che ne assumevano delle dosi, un evidente miglioramento dell’umore.
Cosi approfondirono gli studi e le case farmaceutiche produssero gli antidepressivi triciclici, negli anni 80, scoprirono una nuova generazione i cosiddetti farmaci SSRI e SRNI e nel duemila, grazie alle conoscenze del meccanismo d’azione con cui agiscono nei circuiti neuronali, si sono aggiunti gli antidepressivi atipici.

I meccanismi d’azione delle molecole di cui è composti la vasta gamma di farmaci a disposizione sono diversi e ciascuno agisce su funzioni diverse del cervello differenziando anche gli effetti collaterali.

Infatti gli esperti quando prescrivono una terapia farmacologica la ritengono provvisoria, in attesa delle risposte  sintomatologica del paziente per modulare al meglio il dosaggio e il tipo di molecola da somministrare.

Gli stessi effetti dei meccanismi di azione si possono diversificare da paziente a paziente.
Gli strumenti terapeutici che gli esperti hanno a disposizione sono quindi di natura farmacologica e di natura psicoterapeutica.
La depressione è inserita e specificata nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali denominato con l’acronimo DSM5 il numero indica che è alla quinta revisione dalla prima che fu redatta nel 1952.
La depressione quindi è un disagio legato all’uomo e meno ai tempi che vive.
O meglio l’ambiente esterno scatena o meno fattori che incidono sempre su una personalità debole e predisposta.
Negli anni 60 la depressione, chiamata a quei tempi, genericamente anche esaurimento nervoso, era organizzata sul senso di colpa in una società in cui era prevalente la disciplina: il permesso-proibito e le regole.
Già oggi la stessa depressione è organizzata intorno all’inadaguetezza causata dalla forte competitività e dagli obiettivi sempre più in alto che il mondo della produzione richiede.
Quando una società si struttura più sui fallimenti dei singoli che sulle autorealizzazioni anche le manifestazioni depressive subiscono un’accelerazione.
A differenza delle malattie organiche, è una malattia silenziosa che il paziente vive in solitario o tra i conviventi del proprio nucleo familiare, i quali non sempre sono in grado di gestire la momentanea infermità.
Una malattia invalidante perché pone il paziente in condizioni di completa inferiorità, disarmato per le ridottissime capacità cognitive e per l’assenza di energia a qualsiasi reazione di tipo emozionale e intellettiva.

Uno stato di completa anedonia,
paragonabile a un’automobile col motore guasto.

Lo stesso sistema sanitario centrato sulle patologie organiche non è strutturato per accogliere, seguire questa tipologia di pazienti che ogni tanto è soggetta ad un blocco temporaneo delle facoltà emotive, cognitive e della lucidità del pensiero.

Si tratta di un disagio o patologia di incerta eziologia che comunque oscilla tra cause genetiche, cause ambientali o  eventi di vita. Le condizioni socio-economiche familiari e un basso grado di scolarizzazione potrebbero essere tutti fattori scatenanti.

Fino a pochi decenni fa la medicalizzazione monopolizzava la risposta clinica, i farmaci costituivano gli strumenti più comuni nelle mani degli psichiatri per lenire le sofferenze.
Col passare degli anni hanno scoperto nuovi farmaci e si è fatto strada il trattamento psicoterapeutico combinato o meno con l’assunzione di farmaci della famiglia dei tranquillanti e antidepressivi.
Se i continui studi alla ricerca di adeguate terapie vanno avanti, il sistema sanitario pubblico non risponde adeguatamente alle esigenze di queste categorie di pazienti.
Eppure si stima intorno al 15%, i cittadini sofferenti di depressione, con tutti i danni sociali che ne derivano.
C’è una specie di fai da te, ogni paziente da solo o con l’appoggio dei familiari, si reca in uno studio privato e si affida alle cure del professionista, con tutti i limiti che si possono incontrare.
Manca una rete sanitaria pubblica cui il paziente possa rivolgersi ed essere seguito a tempo indeterminato da un equipe multidisciplinare senza l’assillo di fare i conti, ad ogni visita o trattamento, col portafoglio.

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Sull' Autore

Mi sono occupato per 40 anni prima in Rai e poi in Rai way dell' esercizio degli impianti alta frequenza della Rai in Basilicata. Per vent'anni in qualità di quadro tecnico sono stato responsabile del reparto di manutenzione degli impianti alta frequenza: ripetitori, trasmettitori tv e mf, ponti radio e tutti gli impianti tecnologici connessi. Ho presieduto tutta la fase della swich-off analogico- digitale della rete di diffusiva della Basilicata. Nel 90 per tre mesi come tecnico della Rai Basilicata ho lavorato al centro , ibc, di Saxa Rubra, per inoltrare i segnali televisivi e radiofonici provenienti dai dodici stadi accreditati ai mondiali 90, attraverso i ponti radio e i satelliti in tutto il mondo. Fuori dal mondo produttivo, mi sento un cittadino libero e curioso, che osserva con attenzione la realtà che mi circonda. Attento al comportamento della politica e delle istituzioni e alle decisioni che esse assumono e che incidono sul nostro destino , sensibile ai fenomeni e ai cambiamenti che attengono la nostra società: comprese le virtù e le miserie che essa esprime; sempre raffrontando il presente col passato per schiarire meglio la visione del futuro.

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