Sale al vertice di Confindustria il peggiore presidente di sempre. E’ l’esponente retrivo di quella piccola imprenditoria cresciuta come funghi nelle fondovalli bergamasco-bresciane, “di razza padrona”, come avrebbero detto Scalfari e Turani, cioè una borghesia nata, da umili origini, dalla trasformazione industriale di micro attività artigianali, in cui la famiglia fondatrice è entrata nei salotti buoni dell’industria e della finanza con i metodi gestionali del micro artigia…no che deve sopravvivere ad una concorrenza più strutturata, con metodi familistico-paternalistici nelle relazioni industriali, dove al sindacato si sostituisce il rapporto diretto, malsano, fra parùn e operaio, dove le decisioni sono accentrate in capo al patriarca della dinastia, che agisce non per competenza e studio, ma per istinto animale primario del suo “naso”. Rozzo e di carattere abrasivo come la cartavetrata di grana 120, convinto che il mondo poggi sugli stessi principi paternalistico-gerarchici con cui gestisce la “fabrichètta”, costui, arrivato ad una certa dimensione “nobile” di medio imprenditore (sfruttando spesso l’effetto-leva dell’indebitamento), inizia a costruire la sua ascesa successiva sulle relazioni con il potere politico e le clientele, più che sul capitale ed i progetti imprenditoriali. Arriva a vivere, così, la più intima contraddizione fra un animo anti-statalista, basato su un autonomismo non fondato su motivi ideologici ma su mera ribellione fiscale, ed il bisogno di stare dentro le vischiose relazioni politiche romane per accaparrarsi incentivi, provvidenze, agevolazioni, partecipare, da “capitano coraggioso”, alla spartizione degli asset di Stato e, last but not least, ottenere interventi “di sistema” per salvargli il culo se l’impresa va in crisi. Questo strato più animalesco della borghesia viene prescelto per il comando di Confindustria quando, a causa di crisi sistemiche, è necessario salvare il culo dell’impresa medio-grande scaricando i costi della crisi sul lavoro, dipendente ed autonomo, e sulla micro e piccola impresa, non rappresentata dai confindustriali, ed occorre quindi qualcuno che, con il sangue agli occhi, faccia tutto per difendere le ragioni dell’impresa, anche a danno del Paese. Avvenne lo stesso nel 1919-1922. Questo è il vero tema su cui si avvita ogni speranza di sviluppo dell’Italia: una borghesia che non si identifica con l’interesse nazionale, ma esclusivamente con il proprio, anche a costo di vendere il Paese all’Europa, se essa favorisce, con le sue “riforme strutturali”, ulteriori privatizzazioni, smantellamenti dello Stato sociale, destrutturazione del mercato del lavoro. Una borghesia che si trova più a suo agio sulla Promenade des Italiens a Nizza che a Milano, a Detroit piuttosto che a Torino.
ALLA CONFINDUSTRIA TORNA LA “RAZZA PADRONA”
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