
RICCARDO ACHILLI
Il recovery fund ci sarà, naturalmente molto depotenziato rispetto all’ipotesi iniziale. Forse, con fortuna, spunteremo un 5-10 miliardi come sussidio e circa 80 o 90 di prestito agevolato (che è comunque una forma di sussidio). I primi soldi arriveranno, probabilmente, ai primi del 2022. Nel frattempo, i vari strumenti-ponte (Mes sanitario, Sure, prestito Bei, fondi Sie che rimarranno nella disponibilità anche se non rispettano l’n+3, flessibilità di bilancio nazionale che sarà assicurata anche per il 2021, che la Francia ha già chiesto) ci faranno passare la transizione. Mi vado convincendo che non ci sarà, a meno di altri sconvolgimenti, un default, neanche in caso di seconda ondata infettiva, che sarà gestita meglio della prima, grazie all’esperienza fatta, e poi entro dicembre potrebbe essere pronto il vaccino. Il problema è molto più profondo. Risiede nelle corde di un Paese stanco, anziano, che chiede solo di sopravvivere senza troppe angosce. Persino i giovani sono poco reattivi. Non partecipano al dibattito politico, se non in pochi casi individuali, non chiedono cambiamenti, in larga maggioranza votano con i piedi, se sono ambiziosi, emigrando, oppure restano appesi ad una vita precaria, spesso assistita dai genitori, senza grandi speranze di autonomia. Tutti vivono aggrappati al loro risparmio, che è in forte erosione da almeno 25 anni, e che, inutile illudersi, sarà ulteriormente falcidiato a breve da una patrimoniale. Perché, se non si accetta un approccio keynesiano di tipo sistematico, l’unico modo per dare sostenibilità al debito pubblico in assenza di tassi di crescita significativi, sapendo che un qualche tipo di Patto di stabilità sarà riproposto nel medio termine, sarà il prelievo forzoso del risparmio privato, come fece Amato nel 1992. Non ci può essere politica industriale perché non esiste una borghesia che non sia composta da accattoni e filibustieri senza soldi né idee e perché lo stesso paradigma di appartenenza alla Ue, in presenza di ampio debito pubblico, rende impossibile nazionalizzare imprese strategiche da risanare e rilanciare in un orizzonte lungo. In questo declino, la classe dirigente si accuccia in un rassegnato compito di gestione del declino preservando la pace sociale (cosa che difficilmente avverrà) usando il vincolo esterno come discarica di responsabilità. Una classe di incapaci e disillusi gestori di una nave che che piano piano imbarca acqua e si ingavona dolcemente, così dolcemente che nel quotidiano quasi non si percepisce. Mentre l’orchestra continua a suonare e distrarre i futuri naufraghi.