L’elezione del nuovo Rettore, dopo il positivo sessennio di Aurelia Sole, doveva costituire un momento di riflessione e di discussione nelle sedi istituzionali per inquadrare le reali problematiche dell’Ateneo e capire se e come assumere iniziative per supportare in questo momento storico quello che è la vera leva di sviluppo di un territorio. Invece si è dato per scontato che problemi non ce ne sono e tutti a festeggiare la nuova nomina , con una gara a chi si lanciava nelle lodi più sperticate nei confronti del nuovo responsabile. Eppure bastava riferirsi alla denuncia della Sole , anch’essa rimasta inevasa, sui danni che sta creando il diverso meccanismo di finanziamento degli Atenei,sulla base di un sistema di valutazione della qualità (VQR) che è largamente imperfetto e che è inadeguato a costituire strumento per la ripartizione dei fondi, per avere di che riflettere. Tra l’altro, grazie ad una mancanza di approfondimento del quadro che è emerso in questi anni di applicazione, prevale una lettura interessata e distorta dei risultati, nel senso che i risultati dicono una cosa e la vulgata dei media del Nord ne raccontano un’altra. Da una lettura attenta dei dati di due tornate di VQR chiaramente emerge che, nel complesso, le Università italiane esprimono una ricerca di qualità omogenea, con valori ampiamente sufficienti per tutte ed eccellenza indiscussa per nessuna o quasi; sono pochissimi i casi di insufficienza, e altrettanto pochi i casi in cui si vada oltre (e di non molto) la sufficienza. Tale dato, che a qualcuno potrebbe apparire sconfortante, è in realtà coerente con la funzione e il ruolo delle università nel sistema italiano. Vuol dire, peraltro, che le università italiane hanno correttamente adempiuto a ciò cui erano chiamate: garantire ricerca e scienza di qualità indipendentemente dal luogo geografico o dalle dimensioni. In ogni luogo della nazione in cui fosse presente una università, lo studente ha avuto l’opportunità di trovare una buona qualità media, con una distribuzione delle “eccellenze” a macchia di leopardo. Si spiega così, peraltro, l’apparente paradosso per cui raramente singole università italiane compaiano ai primi posti delle classifiche internazionali ma singoli ricercatori, e la ricerca italiana nel suo complesso, finiscano col brillare.
La conclusione che se ne trae è che dunque in Italia non esistono atenei di serie A e di serie B e che l’amplificazione delle piccole differenze è un espediente per distribuire fattori premiali nella distribuzione dei Fondi Statali, il che, alla lunga veramente rischia di creare una sperequazione inaccettabile tra le varie Università, con l’effetto di premiare i più ricchi e di condannare gli altri all’eutanasia. Ebbene, questo appello della ex Rettrice, è rimasta lettera morta. Nessuno che abbia sentito la necessità di prendere iniziative a livello parlamentare o regionale per correggere il meccanismo e per creare un sistema di finanziamento più oggettivo e che tenga conto dei problemi nuovi , soprattutto adesso alla luce del Covid che scoraggia l’inurbamento nelle grandi metropoli e incoraggia la distribuzione più equa di quella parte di popolazione che, con opportune politiche, potrebbe tranquillamente operare, per lo studio e per il lavoro ,nei territori di residenza.
Tra l’altro , una lettura attenta dei risultati di verifica della qualità,rileva anche le eccellenze che l’Ateneo lucano esprime: l’archeologia, tra le prime in Italia, l’area delle filologie classificata quinta, l’area di fisica ed economia. Il problema di queste discipline è che il numero di docenti presenti ,in rapporto agli studenti, non consentono di creare un Dipartimento di eccellenza in grado di drenare risorse aggiuntive. Si potrebbe scegliere di puntare tutto su una o due aree, aumentandone i numeri; ma non sempre le aree eccellenti per ricerca sono quelle che attraggono più studenti, e non si può far crollare il numero già relativamente piccolo di iscritti facendo cadere corsi di laurea attrattivi.
Quindi meccanismi sbagliati che non aiutano i piccoli Atenei a crescere. Altri temi di disuguaglianza li vedremo man mano nel corso di questo approfondimento delle problematiche, approfondimento cui vorremmo che contribuissero gli stessi docenti e gli stessi studenti, per un dibattito democratico finalizzato a consolidare una istituzione che è e rimane centrale nel processo di crescita di una popolazione. Se poi l’Assessore Cupparo si fa promotore di una riunione aperta del Consiglio regionale, con la partecipazione del Rettore e dei presidi di istituto e degli stessi studenti, può darsi che si trovino elementi per darsi un indirizzo di lavoro comune. ( continua) . Rocco Rosa