FRANCESCO LOMONACO E LA SUA IDEA DI UNITÀ D’ITALIA

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Vito Telesca

Quando si parla di unità d’Italia le prime parole che ci vengono in mente sono “risorgimento”, “brigantaggio”, “piemontesi”, “impresa dei Mille”, “Garibaldi, “Cavour”, “Savoia” e “Re Vittorio Emanuele”. Senza entrare in discorsi delicati che è bene affrontare, ma in altra sede, sulla bontà delle operazioni che hanno condotto all’unità, sulla sua propaganda e sulle politiche pre e post-unitarie nel nostro sud, quello che qui oggi vorrei trattare è il pensiero di un uomo, un lucano, vissuto durante la breve, convulsa e violenta costituzione della Repubblica Partenopea. Il personaggio lucano è molto conosciuto dagli “addetti ai lavori”, ma molto meno dai più : si tratta di Francesco Lomonaco, nato a Montalbano Ionico il 22 novembre 1772.  Nato da una famiglia molto ricca (i genitori avevano un enorme patrimonio agrario e immobiliare) studiò dapprima legge, su indirizzo paterno, e poi medicina, per aspirazione personale, nell’università di Napoli, dal 1790. In un periodo e in una città che all’epoca  aveva  nei suoi “nervi” un gran fermento culturale antimonarchico, con numerose adesioni soprattutto in seno alla sua università. Soprattutto la facoltà di medicina divenne un vero e proprio laboratorio di futuri giacobini. Lomonaco si distinse subito tra i più accaniti sostenitori delle nuove idee politiche, tanto che nel 1794, allo scoppio di violente persecuzioni scaturite dalla caduta della monarchia in Francia e la condanna a morte di Luigi XVI, anche lo studente lucano dovette difendersi dall’oppressione poliziesca. Forse favorito da un equivoco sul suo cognome (Monaco) lo stesso scampò alla repressione più dura e quindi riuscì ad evitare guai peggiori. La trascrizione errata del suo cognome fu determinante anche per scampare alla successiva ondata di violenza e sangue scaturita al rientro dei Borbone a Napoli, ma dopo la real determinazione del 1° agosto 1799 dovette prendere la via dell’esilio in Francia. Ci sarebbe da scrivere un libro sulla vita di Francesco Lomonaco, sui suoi rapporti con Manzoni e con il Foscolo (era il suo medico personale), con Mario Pagano, Domenico Cirillo e tanti altri e sulle sue tribolazioni interiori, successive ai fatti di sangue di Napoli. Ma qui vorremmo soffermarci sul suo spirito unitario e antimonarchico, precursore culturale dell’Italia unita, ideale per lui di fondamentale grandezza, conscio dell’importanza che questo obiettivo avrebbe significato per il futuro della nazione. Tra l’altro Lomonaco si distinse anche come scrittore, soprattutto con il suo “Rapporto al cittadino Carnot” con una suggestiva e appassionante scrittura che racconta la sua esperienza nella funesta caduta della Repubblica Partenopea, commemorando le vittime, molti suoi amici, che morirono a causa della repressione monarchica nel capoluogo del regno, raccontando anche le fasi processuali nei confronti dei patrioti napoletani.

L’esperienza della Repubblica Napoletana rimane per Lomonaco un laboratorio politico presente  anche nei suoi scritti, per sperimentare la possibilità di instaurare la libertà nelle regioni del sud come punto di partenza per estenderla all’intera penisola. Non solo. Lomonaco parla anche di libertà europea! Nel Rapporto si legge infatti che “l’Italia non essendo divisa né per mezzo di grossi fiumi, né da gran montagne, godendo la stessa bellezza di cielo, presso a poco la stessa fertilità di suolo, racchiudendo in sé tutte le umane risorse, bagnata dal Mediterraneo, dall’Ionio, dall’Adriatico, e separata dagli altri popoli da una catena di monti inaccessibili, sembra che dalla natura sia destinata a formare una sola potenza. I suoi abitanti, che parlano la stessa lingua, che hanno la medesima tinta di passione e di carattere, che godono di un egual germe di sviluppo morale e di fisica energia, che non sono separati né da interessi, né da opinioni religiose, sono fatti per essere i membri della stessa famiglia“.

Alla nostra penisola Lomonaco rimproverava di non aver reagito all’oppressione “degli stranieri” e a non cercare di appropriarsi del proprio futuro e della propria nazione contro il giogo e l’odio dei “re selvaggi”. Per Lomonaco questo resta un processo inevitabile grazie soprattutto ai lumi della filosofia e quindi al nuovo vento culturale che ormai ovunque soffia inesorabile. Una visione condivisa dai suoi amici Manzoni e Foscolo, che non mancarono anch’essi  di rimarcare. Lomonaco è talmente convinto dell’inevitabilità del processo unitario che scrive già al futuro popolo italiano nel suo “Rapporto” dedicando queste righe: “Popolo futuro d’Italia! A te io dedico questo mio travaglio qualunque si sia; giacché a te è riserbato di compiere la grand’opera. L’esperienza de’ tempi scorsi, le lezioni dell’infelicità de’ tuoi avi, le cure de’ tuoi più cari interessi, i lumi sempre crescenti della filosofia e della ragione, che ti faranno sentire il ridicolo e l’odio de’ re selvaggi, la memoria di essere stato il proprio paese spesso esposto alle conquiste, ma non mai soggettato, dandoti il sentimento delle tue forze, ti spronerà a rovesciare le barriere che la mano del delitto ha innalzate, ed a solennizzare la gran festa del patto della confederazione, la quale fisserà l’èra della tua grandezza”.

Per le sue idee e per la sua opera culturale Lomonaco viene anche oggi ricordato come il “giacobino del sud”. Un lucano che insieme ad altri illustri suoi conterranei, come Nicola Palomba di Avigliano, Felice Mastrangelo di Montalbano, Nicola Carlomagno di Lauria o Michele Granata di Rionero, scrisse una pagina importante per la storia del nostro Paese. Lomonaco si suicidò a Pavia il 1 settembre 1810, annunciando tra l’altro la sua fine. Con un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il Manzoni rievocò gli ultimi attimi della sua vita descrivendone il suo stato d’animo: «Negli ultimi tempi era divenuto triste e quasi insocievole. Morì filosoficamente».

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