
ROCCO ROSA
L’aver mantenuto fede all’impegno di riservare almeno il 40 per cento dei fondi del Recovery plan al Mezzogiorno è un atto politicamente importante che non contraddice ma conferma la scelta già fatta dal precedente Governo, dando ad essa l’avallo di un neo presidente del Consiglio che dal punto di vista dei rapporti in Europa ci mette il valore aggiunto di una autorevolezza indiscussa. E’ il risultato di una battaglia storica di molti meridionalisti che però non ha mai sfondato il muro di un dibattito per addetti e non è mai arrivato. al grande pubblico. E’ solo in questo ultimo quinquennio, con le battaglie di Primo Aprile e soprattutto con la nuova direzione del Quotidiano del Sud, che la questione è stata portata alla ribalta nazionale , con cifre e fatti incontestabili, che ribaltavano l’immagine di comodo offerta dai giornali del Nord , di un Sud sprecone e fannullone, palla di piombo al piede della crescita italiana, e raccontavano tutta un’altra storia, di un Sud depredato, ignorato, discriminato e privato dei servizi essenziali e dei trasferimenti necessari al minimo vitale. Ed è segno dell’inconcludenza, della incapacità, della miopia delle classi politiche meridionali regionali aver accettato per cinquant’anni un metodo di ripartizione delle risorse basato sulla spesa storica, che continuava a dare a chi teneva i servizi e continuava a negare i servizi a chi non li aveva mai avuti, dall’asilo, ai trasporti, alla sanità, alla scuola.
Giustamente oggi qualcuno si azzarda a sostenere che questo 40 per cento non è un punto di arrivo, ma uno di partenza, nel senso che ,al di là delle spese per investimenti, bisogna recuperare il gap sulla spesa corrente, che significa approvazione dei LEP, livelli essenziali di prestazioni, per cui c’è ogni anno un differenziale che consente di colmare gradualmente il ritardo nei servizi.
Però , acclarato che quello che il sud avanza è sacrosanto, non daremmo una buona risposta se non mettessimo alla berlina anche il Sud che non fa il suo dovere, in termini di efficienza, di quantità di lavoro pubblico, di trasparenza nell’amministrazione e di capacità di intrapresa nel lavoro privato. Se cambia l’approccio del Paese nei confronti della questione meridionale , deve cambiare anche l’approccio dei meridionali alla questione nazionale. A cominciare dall’efficienza della pubblica amministrazione, dalla semplificazione delle sue leggi, dalla digitalizzazione dei suoi procedimenti, dall’ossequio ai doveri di un pubblico impiegato che, proprio perchè più tutelato, deve almeno quanto un impiegato nel privato, con la stessa disponibilità verso l’utente e con la stessa solerzia verso una risposta efficiente. E come il privato si sceglie i migliori e non i raccomandati, la stessa cosa deve fare il pubblico, con concorsi a prova di sospetto, trasparenti e con procedure selettive non alterate. E deve cambiare il rapporto tra l’amministrazione e un ceto imprenditoriale che rischia poco la competizione nazionale e investe molto sull’amicizia in quello regionale , con appalti e subappalti che non arrivano mai al risultato di un’opera finita e alimentano sine die il circuito assistenziale. Così come bisogna smantellare l’apparato della formazione e metterlo a disposizione dei distretti , in una programmazione attenta delle figure che servono non ad una singola impresa ma alla filiera di un determinato settore. Ebbene è questo impegno a ricostruire una struttura pubblica che sta mancando, nonostante le promesse. SI continua a fare come si è sempre fatto solo che mentre si opera con gli stessi strumenti e con le pratiche di sempre si canta la canzoncina del nuovo che è arrivato. Mettiamoci davanti ad uno specchio ,quello normale, non quello che ci passa certa burocrazia interessata, e rendiamoci conto se l’immagine che ne esce è veramente differente. Rocco Rosa