PENSIERI TENTATI

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ANNA MARIA SCARNATO

E’ la luce del mattino che sopraggiunge all’oscurità della notte. Dissolve nell’aria, che entra da una finestra aperta, i fantasmi che si sono agitati negli angoli più sconosciuti di un’anima da tanto vogliosa di ricostruire spazi da rilocalizzare o cancellare.

Vita sempre uguale che passa nei gesti che si ripetono senza comando, nelle parole che escono di bocca senza forza e spesso voci di risposta che si perdono nella stanza o a cui non si presta attenzione. Un caffè da  versare da una caffettiera, sempre quella, in tazzine anch’esse resistite al tempo, provate da calde labbra   e raffreddate poi da un getto fresco di acqua di un rubinetto. Sempre quelle, a ricordare le coccole, il rito di prima mattina, a ricordare la vita, la luce di tante passate e giovani mattine che insieme ricaricavano le forze, riempivano di entusiasmo , di speranza ad illuminare gli occhi che nel buio della notte avevano sognato e si erano arricchiti di sentimenti, i più belli, anche i più impegnativi, i più sorprendenti e imprevedibili che la sorte ed anche la libertà da sempre guidano i destini umani.

Una luce mattutina di una uggiosa giornata autunnale che respinge il tentativo di un raggio di sole di attraversare il fioco chiarore; una luce che vive di nostalgia e ricordi……….

La pelle morbida di figli da incipriare di mattina, un grembiulino fresco di bucato da fare indossare, una carezza per riscaldare le guance increspate dalla malavoglia ad abbandonare il letto e prepararsi per andare a scuola. Corpi e cuori da curare, da corazzare prima che gli innocenti e smaliziati passi si incamminassero per i più ampi sentieri , verso luoghi di scoperte che gli occhi di madre non potevano seguire oltre gli spazi confinati di una casa. Sempre uguali le raccomandazioni, sempre rassicuranti le risposte. “ Sì, farò il bravo o la brava, ubbidirò alla maestra”.

Una luce di mattina che non ha più quello splendore, l’attesa di una giornata nella quale l’entusiasmo della giovinezza cancellava la paura e trasmetteva vitalità alle tue ali. E i ricordi si dissolvono sotto l’acqua che lava le tazzine di un caffè meno denso e profumato di quei tempi. E ti ritrovi di fronte ad un istinto che in fretta, come quell’acqua che lava e cancella le traccia delle labbra dalla tazzina di caffè, ha voglia di disertare da ciò che ti appartiene e che non può ritornare a illuminare la giornata, la luce del mattino, la fede in quella luce che dava impulso, un senso al sacrificio, alla vita stessa che lo richiedeva. L’umanità che ti appartiene sembra privata dell’apporto emotivo che darebbe stimolo al vivere secondo te stesso, quello che sei stato e che non ritrovi poiché il dolore ti tenta ad una malinconia, a disperdere  il gusto della gioia di apprezzare le piccole cose, ti tenta a farti abbandonare la partita, a pensare che la bellezza della vita non più può appartenerti.

Possibile che resti solo il respiro da una finestra che si affaccia sul mondo e che non riesce nemmeno a riempire d’aria i tuoi polmoni, a soffiare sul vetro appannato dal vapore per scorgere lo sguardo di un cane che dalla strada ti guarda in attesa che dalle tue mani gli giunga qualcosa da mangiare? Come si fa a non percepire il vocio dei bambini che allegri vanno verso la scuola con lo zaino sulle spalle e il calore della mano di una mamma che stringe le loro mani in un tenero e premuroso accompagno? Cosa può cambiare quell’apatia che coglie in questo tempo e che nemmeno un caffè riesce ad affogare, il richiamo più efficace, il modello che del coraggio ha testimoniato la validità, la risorsa, l’integratore vitaminico  nel viaggio della vita?. “Chi fuor li maggior tui?”, udì chiedersi Dante da Farinatadegli Uberti( VI cerchio Inferno, verso 42), chi se non i pilatri della formazione che hanno impresso una traccia sulla tua mente? . Ecco che una nera cartella di cartone rinforzato, comprata con il sudore della fronte di un padre che la nebbia, l’acqua e i temporali sfidava, ogni acerba alba, su una motoguzzi verso le terre del “padrone”per la responsabilità che onorava senza lamento del peso di un lavoro in terre dove consumava la sua giovinezza , il suo corpo e alimentava l’ideale e la fede nell’amore per la famiglia, la fedeltà al patto del lavoro; ecco che un viso di madre che, da bambina  portava legna sulle spalle da bruciare per il freddo di una casa, d’inverno, una casapriva di affetto paterno venuto a mancare , chela voce intensa e intesaancora nella stanzadove le sue ultime pantofole consumavanel calpestio di spazi divenuti suoi,una voce che davaserenità libera ma non incosciente del doloredi essere rimastasenza il compagnocon il qualepensava di invecchiare insieme; il coraggiodi andare avanti, di un sorriso aperto, la pazienza e l’accettazione

delle vicende della vita che non erano rassegnazione ma attesa che il tempo da vivere, pur essendo lei avanti negli anni, ancora la potesse stupire pur semplicemente con il cinquettio e lo sguardo dei passerotti che dall’orlo di una fioriera chiedevano briciole. Briciole come il suo tempo da vivere ma che voleva vivere serenamente senza rinunciare al suo modo di essere, senza cambiamenti o rimpianti, senza paura della morte.  Ecco chi”fuor li maggior tui. E allora“ perché se’ tu sì smarrito?”(dal canto X Inferno Divina Commedia).

La noia, il dolore, la malinconia, il malessere fisico e psicologico, il desiderio di lasciarsi andare, sono nemici della vita vissuta secondo i valori che i maestri di vita hanno testimoniato.  Nel cifrario di un pensiero di rimpianto e nostalgia non deve trovar posto lo spazio ritagliato e dedicato al grigiore mattutino, assolutamente antitetico alla luce della bellezza della vita, comunque sia. Sogni di madri infranti da gioventù che brucia in fretta le emozioni in altro modo, sogni di figli e di ogni generazione senza età che muoiono socialmente nel’indifferenza, sogni di donne vittime di antica e assurda violenza, ogni dolore, non possono spegnere la luce del mattino che sorge e toglie il manto alle  bellezze della vita. Avere il coraggio di “maggior tui”, continuare a sognare e non perdersi dietro i vetri di una finestra solo di affaccio alla realtà, alla vita. Lottare per riprendere un posto centrale nella vita, per se stessi, prima di tutto

Se si è alla ricerca ancora di ragioni per apprezzare anche la più grigia luce del mattino, farsi sempre accompagnare dalla speranza di un raggio di sole. La speranza torni a riequilibrare  la percezione di un dolore, di una delusione che tentadi non farti ritornare“ La speranza ha fior del verde, rende li soffriri men duri”(Dante). E “ s’ei fur cacciati ei tornar d’ogne parte”, disse il Sommo Poeta . Se pur sconfitti , ritornare a credere nella possibilità di ritornare a vivere. Riprendiamo il cammino verso un calore tutto ancora da dare e da scoprire negli altri.

 

 

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